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Donato di Niccolò dei Bardi, detto DONATELLO

Per Donato di Niccolò dei Bardi detto Donatello si devono fare una serie di considerazioni che valgono anche per Masaccio, di cui vi parlerò in un prossimo futuro.
Egli infatti, scultore, insieme con Masaccio, pittore, è l’espressione più viva ed artisticamente più potente di quella borghesia fiorentina che l’inizio del Quattrocento vede attivamente impegnata a riaffermare la propria forza economica e la propria concezione realistica della vita.
Ecco perché Donatello, come Masaccio, appare un artista così energico e nuovo nel suo ripudio d’ogni goticismo cortese, di ogni raffinatezza aristocratica. In maniera assai sintetica ma efficace, il Berenson descrive l’apparire di Donatello sulla scena dell’arte fiorentina :- “Viveva a quel tempo un uomo pieno di forza per opporsi alla tradizione, e non meno ricco di potere visivo… Grazie a quest’uomo, Donatello, l’arte istantaneamente si liberò dalle tradizioni immediate, scagliando ai quattro venti il repertorio delle immagini medievali, e volgendosi con gagliardia e con zelo alla riproduzione delle cose come ora si veniva scoprendo che fossero… Ogni uomo aveva una sua forza individuale…, e non c’era ragione di non introdurre quella d’uno invece di quella d’un altro”.
In questo brano, Berenson sottolinea il fatto che con Donatello l’arte rifugge da ogni vago idealismo per concentrarsi sulla verità del personaggio, il senso di una visione generale, storicamente fondata, è ben lungi dall’attenuarsi…, si deve anzi dire che proprio la ricerca della “singolarità” è il cardine stesso di tale visione.
San Giorgio
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Ma dove Masaccio dà vigore e presenza ai suoi personaggi attraverso un’immagine di rara solidità, di fermezza e imponenza, Donatello sprigiona invece una violenta energia, una concitazione dei sentimenti che investe dall’intimo la forma e la rende fremente.Nella sua magistrale opera (edita da Einaudi) “Arte e umanesimo a Firenze”, Andrè Chastel scrive:- E’ noto che i profeti scolpiti sulla porta della sagrestia di San Lorenzo verranno criticati dal Filerete per il loro gestire da “schermidori”…, è possibile che già l’Alberti li avesse presi di mira quando aveva rivolto la sua ironia contro coloro che danno ai personaggi un atteggiamento di “schermitori et istrioni senza alcuna dignità di pittura, onde non solo sono senza grazia et dolcezza, ma più ancora mostrano l’ingegno dell’artefice fervente e furioso”… In scultura era questo l’ideale del Ghiberti e non quello di Donatello, nel quale, insieme con la varietà nell’organizzazione dell’opera, il gusto per la violenza non ha fatto che aumentare sempre più”.Lorenzo Ghiberti è cioè un esempio di come anche in un artista rinascimentale potessero continuare a vivere motivi ancora spiritualmente medievali…, Donatello invece, col suo linguaggio plastico asciutto, forte, vibrante, carico d’impulso e di tensione morale, è tutto proteso verso la grandezza di un uomo nuovo, severo ed energico, spoglio di ogni finzione, un uomo di verità e di ardore.Questi aspetti dell’arte donatellesca s’intuiscono già dalle prime opere, sin dal PROFETA FANCIULLO (1406-1408) e dal DAVIDE (1408-1409), anche se in queste opere giovanili resiste ancora una certa modulazione gotica. Ma Donatello è già per intero nel SAN GIORGIO (1416-1420). Qui non vi è più nulla del decorativo linearismo gotico, qui Donatello è riuscito ad animare intensamente l’intera superficie della statua imprimendole un moto interiore che si comunica all’atteggiamento della testa, alla lieve torsione del busto, al divarico delle gambe, all’ampia spirale del manto… Si avverte in questa scultura quasi una forza pronta a scattare, una decisa energia, che l’espressione del volto intento, coi sopraccigli appena aggrondanti, sottolinea vivamente.

 

Il profeta Abacuc, detto anche lo Zuccone

Questi caratteri dell’arte donatellesca toccano un punto culminante nel profeta GEREMIA (1423-1426) e nel profeta ABACUC (1427-1436), la statua che i fiorentini chiamano popolarescamente lo “Zuccone”. E’ soprattutto in quest’ultima scultura che Donatello dimostra l’assoluta indipendenza dai canoni precedenti, rinnovando con estrema libertà, nei gesti, nella fisionomia, nel panneggio, nell’intima struttura formale, i modi espressivi… la figura dura e ossuta del profeta è sormontata da una testa drammatica, marcatamente espressiva. Da tutto l’insieme si sprigiona un brusco e conscio vigore, quasi una sorta di aggressività, di impazienza. La verità del personaggio è scrutata fino in fondo, ed è una verità individuale, ben definita ed enunciata con inequivocabile evidenza.

Non in direzione così drastica e ribelle, ma sempre nel senso di una poetica dell’energia, dell’impulso, sono i famosi putti della CANTORIA eseguita per Santa Maria del Fiore (1433-1439). E’ chiaro che in questa grande composizione, Donatello si ispira ai putti eroicizzati e danzanti di molti sarcofaghi romani. Egli li ha scolpiti cercando di cogliere col movimento sfrenato della danza la terrestre vitalità della natura. La cultura umanistico-archeologica di Donatello era senz’altro vasta per la sua epoca, ma egli non ne è mai impacciato scolasticamente. E’, al contrario, una cultura che agisce su di lui come uno stimolo, come una suggestione fantastica.

Con il profeta ABACUC e con la CANTORIA del Duomo ecco dunque enuclearsi compiutamente la tendenza donatellesca ad esprimere la tensione straordinaria della forma nella duplice indicazione di un’aspra severità e di una elementare esultanza. Questa sua duplice ispirazione si continuerà da una parte nelle formelle della PORTA DEGLI APOSTOLI e della PORTA DEI MARTIRI (1435-1443), nel monumento equestre al GATTAMELATA, che egli portò a termine negli anni del suo soggiorno padovano, (1443-1454) (in cui condusse a compimento anche l’altare per la Basilica del Santo), nella MARIA MADDALENA e nella GIUDITTA E OLOFERNE (1455)…, e dall’altra nei putti del PULPITO esterno di Prato, eseguiti con la collaborazione di Michelozzo, nell’EROS, negli ANGELI MUSICANTI di Padova e nel bassorilievo della GIUDITTA E OLOFERNE.

Il soggiorno padovano di Donatello avrà un’importanza determinante per l’arte quattrocentesca dell’Italia settentrionale. Ma a parte questo soggiorno e la visita a Roma nel 1432-33, la sua vita e il suo lavoro si svolsero soprattutto in Toscana e a Firenze in particolare.
Qui, dove era nato verso il 1386, morì il 13 dicembre del 1466, nove anni prima della nascita di Michelangelo.