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RIME – Ludovico Ariosto

RIME

Ludovico Ariosto

Introduzione

Dai venti ai trent’anni Ludovico Ariosto provò felicemente a scrivere delle poesie in lingua latina, assai cara ai suoi concittadini reggiani. Giacché a Ferrara fiorivano non vili poeti latini, maggiore dei quali Ercole Strozzi.

Recensione

La prima ode è un’alcaica “ad Philiroen” (scritta forse nell’imminenza della calata in Italia degli eserciti di Carlo VIII): esaltazione della quiete e dell’amore, e ammonimento a non preoccuparsi dei pubblici avvenimenti…, e c’è già lì l’indole dell’Ariosto, e l’indole degli artisti puri del Cinquecento. Interessante alla storia interiore del poeta è l’elegia “De diversis amoribus”, dove egli confessa la sua mobilità in amore. In quei carmi sono infatti celebrate più donne: una Pasiphile (amica a tutti), una Lydia. Né mancano epigrammi mordaci, o graziosi: ed è molto lodato un epitalamio per le nozze di Alfonso I con Lucrezia Borgia (1502). Poi, nonostante che il Bembo, il pontefice letterario del tempo, lo esortasse ad insistere nel latino (persino, forse, a scrivere in latino il Furioso), egli preferì il volgare.
Aveva già l’anima e la mente al suo capolavoro…, e le rime sparse che venne occasionalmente componendo furono da lui poco apprezzate, né le raccolse, né le pubblicò mai.
Sono elegie, canzoni, sonetti, madrigali, capitoli, ed un’egloga. Le elegie, in terzine, ricordano qualche volta gli elegiaci latini, massime Properzio…, e sono, come le elegie dei latini, ardenti pagine autobiografiche di amore. Alcune hanno riferimento (come la più parte delle canzoni e dei sonetti) ai suoi amori per la Benucci.
Altre elegie celebrano altri amori, e di tutt’altra specie.
In altre è una viva analisi del travaglio della passione: come nella decima, dove il poeta narra che, a sradicare l’amore dal cuore, egli si recò a visitare il campo dei morti, dopo la sanguinosa battaglia di Ravenna, del 1512…, ma non gli giovò…, e invidia quei morti…, e nella diciottesima (forse apocrifa, come parecchie altre), dove il poeta esprime l’irrequietezza della sua anima anche nella pienezza del godimento, e il perpetuo bramare pur non sapendo che, e “s’altro bramar non so, bramo morire”.

Delle canzoni, di maniera petrarchesca, è nota la prima (“Non so s’io potrò mai chiudere in rime”), dove tocca del suo innamoramento a Firenze (che fu nel giorno di San Giovanni, celebrando i Fiorentini l’assunzione al pontificato – col nome di Leone X – del cardinale Giovanni dei Medici). Più importante (ma forse apocrifa) una canzone (la quinta), ove il pastore Melibeo, sulle rive solitarie del Po, deplora i danni dell’Italia, e più specialmente il mal governo di Leone X.
Dei “Capitoli”, componimenti scritti alla buona, in terza rima, dove il poeta parla di sé, è interessante il primo, scritto quando Ludovico Ariosto, al seguito del cardinale Ippolito, cadde ammalato. Imita, nella condotta, una troppo bella e delicata elegia di Tibullo. Il terzo capitolo è il principio, se non pure tutto il primo breve canto, di un poema sulle imprese del giovinetto Obizzo da Este: che si innesta su la guerra tra Filippo il Bello e Odoardo d’Inghilterra.

Voto

5/5

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