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SATIRE – Ludovico Ariosto

SATIRE

Ludovico Ariosto

Introduzione

Ludovico Ariosto nacque nel 1474 a Reggio Emilia, sede della famiglia degli Estensi, che egli servì fedelmente, dopo la morte del padre, per provvedere alle necessità dei suoi fratelli.
Le tristi condizioni familiari non gli permisero di dedicarsi liberamente agli studi umanistici e lo costrinsero ad allontanarsi spesso da Ferrara, sua patria d’adozione, per assolvere delicati incarichi affidatigli dai duchi d’Este.
Fu commissario in Garfagnana, montuosa e selvaggia regione dell’Appennino settentrionale, e svolse molte missioni diplomatiche. Nonostante queste difficoltà pratiche fu un autore molto fecondo: scrisse liriche latine, poesie in lingua italiana, sette satire sul modello di quelle oraziane e alcune commedie.
Interessante è il suo epistolario, composto di 200 lettere.
Nel 1525, stanco e pieno di nostalgia, decise di tornare a Ferrara per attendere agli studi preferiti e alla stesura e correzione del suo capolavoro, l’Orlando Furioso”.
Trascorse così serenamente gli ultimi anni della sua vita, che si concluse nel 1533.

Recensione

Nella terzina, che da Dante in poi era rimasta tipica per la poesia autobiografica e moraleggiante, e che perdurò poi, fino all’età romantica, caratteristica del genere satirico, Ludovico Ariosto scrisse, secondo che l’occasione gli si offriva, sette SATIRE: pubblicate dopo la sua morte.
Vivo, non avrebbe potuto stamparle senza pericoli, giacché esse toccano spesso a cose e personaggi non immaginari, e non generalizzano innocue, come accadde per la tanta produzione satirica che seguì.

Sono lettere a parenti, o ad amici, ove il poeta narra se stesso…, e da queste SATIRE si desumono infatti le notizie più significative sulla vita del poeta, e sul suo carattere.
Ma dagli avvenimenti singoli il poeta osservatore trapassa a rappresentazioni più generali della vita del tempo, ad osservazioni morali, a racconti e a favole argute, nella maniera delle SATIRE e anche più delle EPISTOLE oraziane, che egli ebbe presenti…, ma il mondo del poeta latino è troppo più vasto e vario: e l’ironia più signorile.

I – Il ruolo dell’intellettuale, la vita di corte; rifiuto di seguire il cardinale Ippolito ad Agria (Ungheria)
II – Polemica contro la corte papale
III – Ideale di vita semplice e privo di ambizioni mondane, vanità del potere e della ricchezza; apologo della gazza
IV – Soggiorno in Garfagnana. Descrive la propria vita difficile e la nostalgia verso Ferrara e la donna amata
V – Consigli sulla scelta di una buona moglie; umore misogino
VI – (Indirizzata a Pietro Bembo) rievoca gli studi umanistici compiuti, consigli per l’educazione del figlio Virginio
VII – Motivi che lo hanno indotto a rifiutare la carica di ambasciatore a Roma; l’amore per Ferrara.

COMMENTO

Le SATIRE ariostesche sono rudi anche più che efficaci, e l’uomo vi si rivela alquanto querulo e angusto ed amante dei suoi comodi, più che profondo e sereno esploratore “delli vizi umani e del valore”.
Né tutte le SATIRE sono egualmente belle, cioè egualmente significative.

La quinta, per esempio, si riduce ad una divagazione punto peregrina e molto grossolana sul matrimonio.

Né ha molta importanza la quarta, dove il poeta narra la sua vita tribolata nella Garfagnana.

Ma una vivace figura degli adulatori, peste delle corti, è nella satira seconda, scritta al fratello Alessandro, al seguito del cardinale in Ungheria…, ed è qui dove il poeta afferma che la sua libertà vale più dei venticinque scudi, che ogni quattro mesi gli erano, sì e no, fatti pagare dal cardinale.

Nella terza scrive al fratello Galazio a Roma, che gli procuri un alloggio, perché anche egli dovrà venire colà.
Ed ecco una pittura vivamente satirica della lunga attesa, che egli dovrà fare nell’anticamera di qualche prelato.
Quella è la dura via per chi vuole salire…, ma, a quel patto, egli non salirà mai.
E se, di beneficio in beneficio, di dignità in dignità, uno diventasse anche papa, quel papa avrà da proteggere i figli e i nipoti, da opprimere i principi cristiani per far posto al suo sangue bastardo, e colle scomuniche ai nemici e le indulgenze ai suoi metterà a rovina l’Italia…, pagina dantescamente possente, dove domina forse ancora l’orrore per il pontificato di Alessandro VI.

Importante, a mio avviso, la satira sesta, al grande letterato dell’età, il cardinale Pietro Bembo: a cui raccomanda il figliuolo Virginio, che vorrebbe educato sotto gli occhi di lui, e tenuto lontano dai troppi vizi del tempo: pagina interessante, e per la conoscenza della vita giovanile del poeta, che vi è animatamente riassunta, e per la storia dei costumi e del mal costume del tempo.

Le sette “Satire”, scritte dal 1517 al 1525 a parenti e amici nel corso della seconda stesura dell'”Orlando Furioso”, col loro pacato andamento dialogico mostrano un Ariosto confidenziale e autoanalitico. Che si tratti di rivolgersi agli amici lontani in Ungheria, di ripercorrere i suoi guai passati come segretario sottovalutato del Cardinale Ippolito d’Este, di apprezzare il margine di autonomia che il nuovo lavoro gli consente, o ancora di chiedere consigli a Pietro Bembo per trovare un adeguato precettore per il figlio o infine di riflettere su vantaggi e svantaggi del prendere moglie, Ariosto sa trovare spunti di arguzia. E con lui la satira smette di essere predica e invettiva per assumere un andamento affabile, privo di enfasi.

Dell’Ariosto restano anche Cinque canti, forse episodio da includere nella terza edizione del Furioso, forse anche inizio di un nuovo poema epico sulla casa d’Este.
Negli anni giovanili, egli scrisse una cicalata (come si dicevano le dissertazioni, fatte un po’ per mostra di dottrina, un po’ per burla) dal titolo l’ERBOBOLATO…, ove parla uno spacciatore di semplici, cioè di erbe medicinali, esaltando la vita naturale contro le perversioni della vita civile e gli inganni della medicina.

Voto

5/5

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