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SATIRE E COMMEDIE – Vittorio Alfieri

 

Nelle rime di Vittorio Alfieri è qualche cosa di violento, di stentato, di cerebrale: qualità che compaiono maggiormente nelle “Satire”, scritte in un periodo in cui si venivano estinguendo nel poeta gli ardori per la libertà, o, meglio, sentiva differenziarsi altamente il suo concetto della libertà da quello che vedeva tradotto in pratica tutto giorno.

Le “Satire”, compresa quella che fa da prologo e che deride i cavalieri serventi (il “Cavalier servente veterano”), sono diciassette.

In terzine di asperità dantesca egli guarda nel costume, nelle correnti ideali, nelle forme politiche del tempo, inveendo feroce, anche là dove il Parini sorrideva ironico.


Tra le satire più significative, è quella, brevissima, intitolata “I Re”, che vanno disfatti sì, ma solo dal popolo che non ne abbia più bisogno…, “La Sesquiplebe” (plebe una volta e mezzo), dove l’aristocratico ferisce l’odiata borghesia…,”Le Leggi”, impossibili o inutili presso popoli servi, e pervertite in Italia a tutela dei delinquenti…, “L’Educazione”, dove è ritratta la nullità della educazione patrizia, e la miseria morale dei precettori, considerati da meno dei cocchieri…, “L’Antireligioneria”, specialmente diretta contro il Voltaire…, “I Pedanti”, faceta canzonatura dei cruscanti, che più volte il poeta ebbe tra i piedi…, “I Duelli”, che il conte Alfieri vuole mantenuti…, “La Filantropineria”, contro lo spirito umanitario dei tempi…, “Il Commercio”, che al poeta pare delle attività sociali la più grossolana e detestabile…, “Le donne”, che non sono per sé né buone, né cattive, ma quali gli uomini le vogliono.


Certo, la tendenza alla satira, nel violento Alfieri, era spiccatissima sin da quando, poco più che ventenne, scriveva in cattivo francese “L’Esquisse da Iugemeyat universel”…, e si rivelò in molti “Epigrammi”, lanciati occasionalmente contro i suoi nemici, massime letterarie e contro gli odiati Francesi.

Gli epigrammi scritti contro questa nazione, e vari sonetti, e alcune prose, con la immaginaria difesa di Luigi XVI di fronte alla Convenzione, raccolse poi in un volumetto, col nome di “Misogallo”, che fu pubblicato dopo la sua morte: e, pur nelle sue esagerazioni reazionarie, e nella sua incapacità di intendere nel suo valore la Rivoluzione, molto poté a diffondere il concetto elle gli Italiani dovessero fidare in se stessi e prepararsi a fare da sé.


Degli ultimi anni dell’Alfieri, e dell’Alfieri oramai scettico, se non pure reazionario, sono le non felici bizzarrissime commedie.

Quattro di argomento politico:


“L’Uno”, contro il governo monarchico…, che ha per protagonista Dario, che diventa, col consenso del sacerdozio e per la dabbenaggine del popolo, re dei Persiani.


“I Pochi”, contro il governo aristocratico…, protagonisti i due fratelli Gracchi, che al poeta si presentano non come difensori del popolo, ma come ambiziosi di signoreggiare.


“I Troppi”, contro la democrazia…, impersonata in una immaginaria missione di ambasciatori ateniesi ad Alessandro Magno in Babilonia.

Alla testa di essa è Demostene, il ben noto difensore della libertà ellenica, il quale non resiste più a lungo degli altri suoi compagni al fascino e allo splendore della regalità.

Tre veleni rimesta, avrai l’antidoto è tutta una pesante allegoria fantastica, dalla quale apparisce che la costituzione politica meno peggiore è quella che assomma in sé, eliminando il danno dell’una con quello delle altre, le forme di governo tipiche, cioè la monarchica, l’aristocratica, la democratica: la costituzione della vecchia Venezia e dell’Inghilterra.


La quinta commedia è di argomento morale: “La Finestrina”.

Per una finzione mitologica si mira a dimostrare che povera cosa sarebbero anche i grandi uomini, se si potesse vedere nel loro intimo, se, come nella commedia accade davanti ai giudici infernali, si aprisse una finestrina nel loro cuore.


La sesta è una commedia sociale: il “Divorzio”.

E’ la satira di un matrimonio d’interesse…, nel quale il contratto nuziale è (secondo il costume del tempo) circondato da tante clausole, da lasciare libera la moglie da ogni soggezione al marito: e da rendere il matrimonio apparente un vero divorzio.

La lettura di quel contratto, che occupa tutto il quinto atto, è la parte più vivace della commedia.



Chiudo questo capitolo sull’Alfieri, aggiungendo che il suo entusiasmo per le letterature antiche, elle egli considerava come esemplari, e il desiderio di ‘invasarsi’, come egli si esprimeva, dei capolavori di quelle, lo indussero a provarsi in opere di traduzione, prima dal latino, e poi, negli ultimi anni, dal greco.

Dal latino tradusse l’Eneide, e, lavoro assai più apprezzato, Sallustio: dal greco l’Alcesti di Euripide, e le Rane di Aristofane.

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