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TRASFIGURAZIONE DI CRISTO (Transfiguration of Christ) – Giovanni Bellini

Trasfigurazione di Cristo (1455 circa) Giovanni Bellini
Venezia, Museo Correr
Tempera su tavola cm 143 x 68

 

Verso la metà degli anni Cinquanta Giovanni Bellini confronta il proprio stile con I’evoluzione dell’arte del cognato Andrea Mantegna, strettamente legato alla cultura umanistica padovana, come mostrano, in questo caso, l’ambiente roccioso e l’ intensa caratterizzazione dei personaggi (Cristo tra Elia e Mosè in alto, tre Apostoli assonnati in basso), tutti con vesti e mantelli fitti di pieghe. Il dipinto ha subito riduzioni.

 

Trasfigurazione di Cristo (1487 circa) Giovanni Bellini
Napoli, Gallerie di Capodimonte
Olio su tavola cm 116 x 154

 

Il confronto tra quest’opera, dipinta da Giovanni Bellini in età matura, e la Trasfigurazione giovanile del Museo Correr è eloquente: lasciato ogni retaggio di tardogotico, e superato anche il riferimento allo stille incisivo del cognato Andrea Mantegna, Bellini si è decisamente aperto a una nuova visione della pittura, in cui le figure sono liberamente inserite in un’atmosfera naturale calda e avvolgente.

L’affermazione di uno stile indipendente e grandioso negli anni della maturità (1470-1500).
Alla morte di Jacopo Bellini (avvenuta nel 1470 o nel 1471), il vero erede della fama paterna ai vertici dell’arte veneziana sembra essere Gentile, e non Giovanni. Nel testamento della madre, addirittura, Giovanni non viene nemmeno nominato. Così, mentre il fratello ottiene incarichi ufficiali, durante l’ottavo decennio del Quattrocento il nostro pittore viene interpellato anche da committenti non veneziani.
Il rapporto con città come Pesaro e Ravenna può forse spiegare lo spiccato interesse dimostrato da Giovanni Bellini nei confronti dell’arte antica – sullo sfondo della Trasfigurazione conservata alle Gallerie di Capodimonte, a Napoli, compaiono due famosi monumenti di Ravenna, il Mausoleo di Teodorico e il campanile della basilica di Sant’Apollinare Nuovo e, ancor più, verso dipinti di Piero della Francesca.

In tutta la storia dell’arte non vi ha forse altri, da Raffaello in poi, che al pari di lui abbia fatto passi più progressivi, dal’inizio della sua carriera fino alla fine. Per questo, quando si paragonano le sue opere prime con quelle che egli dipinse da vecchio, siamo quasi indotti a credere che esse appartengano a secoli differenti, e che più generazioni abbisognassero per valicare tale distanza: sicché ben si appose chi il disse ” il più antico de’ moderni, il più moderno degli antichi”.

Egli potè inoltrarsi fino ai più riposti penetrali del cuore umano, e schivando la rigida maniera bizantina vi sostituì la naturalezza delle espressioni, dalla maestosa serenità alla calma beata, all’ardente simpatia ed al geniale sorriso. Sostituì nei suoi dipinti all’effetto pesante e convenzionale dei fondi dorati o di finte pareti, fin allora in uso, ondulazioni di terreno con qualche alberetto o ruscello sotto un limpidissimo cielo azzurro, talora cosparso di crespe nuvolette, oppure v’introduceva qualche fabbrica ed altri accessori, producendo così un insieme più piacevole e naturale.

Giovanni Bellini fu un uomo di meditazioni instancabili, mai pago di evocare l’antico, d’intendere il nuovo e di provarli, fu tutto quel che si dice: prima bizantino e gotico, poi mantegnesco e padovano, poi sulle tracce di Piero della Francesca e di Antonello da Messina, in ultimo anche giorgionesco; eppure sempre lui, caldo sangue, alito accorato, accordo pieno e profondo fra l’uomo, le orme dell’uomo fattosi storia, e il manto della natura

Accordo tra le masse umane prominenti e le nubi alte, lontane, e cariche di sogni narrati; tra le chiostre dei monti e le absidi antiche, le grotte dei pastori e le terrazze cittadine, le chiese color tortora del patriarcato e il chiuso delle greggi, le rocche medievali e le rocce friabili degli Euganei.

Una calma che spazia fra i sentimenti eterni dell’uomo: cara bellezza, venerata religione, eterno spirito, vivo senso; e una pacificazione corale che fonde e sfuma i sentimenti, dall’alba di rosa al tramonto di viola, secondo l’ora del giorno.

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