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FESTE GALANTI (Fêtes galantes) – Paul Verlaine

Verlaine fotografato nel 1893
FESTE GALANTI è  l’opera senz’altro più conosciuta di Verlaine, grazie anche alla musica di Claude Debassy. Stampata nel marzo del 1869, sempre da Lemerre, anch’essa passa praticamente inosservata, o comunque non apprezzata per il suo reale valore.
Si riscontra a proposito il solito commento enfatico dì Victor Hugo che, dal suo esilio dì Marine Terrace, proclama Verlaine… “uno dei primi, uno dei più affascinanti componenti la nuova, sana legione dì poeti ai quali io, vecchio pensatore solitario, mando il mio ammirato saluto”.
E conclude:
“Quanta delicatezza e quanta bravura in questo bel volumetto… Les coquillages! E quest’ultimo verso, autentico gioiello!”.
Più attento, Mallarmé individua con rigore l’importanza delle ventidue liriche che compongono le Fêtes galantes; la sua ammirazione per questo libro di Verlaine non cessa nel tempo: vent’anni più tardi raccomanda ai giovani caposcuola del simbolismo dì impararlo a memoria.
I nuovi personaggi di Verlaine sono dunque Clitandro, Arlecchino, Colombina, Tirsi, Aminta, Damide, Pierrot…
Mentitori galanti e civettine tutte moine che si muovono tra bisbiglì, ammicchi, deliziose rincorse; prevalgono il chiaro di luna, le atmosfere sfumate, il sottovoce.
Sono personaggi eternamente sospesi tra la consapevolezza (“non sembra che essi credano alla loro felicità”) e la passiva accettazione delle regole della brigata eterogenea (“e noi amiamo questo gìoco d’inganno).
Esternamente, Verlaine sembra realizzare l’intenzione dì una piacevole poesia d’intrattenimento, d’ambiente, di illustrazione, in cui agiscono fantocci colorati e senza anima: penombre, getti d’acqua, gite in barca, fauni di terracotta sembrano tutti elementi essenziali di un kitsch raffinato e coltissimo, in cui le figure umane non hanno consistenza e spessore psicologico al di là del gesto, d’una piroetta, d’un riso malizioso, d’una audacia improvvisamente favorita dalle circostanze, d’un pizzico di chitarra.
Il verso, orizzontalmente, segue l’umore di questa finissima trama di sentimenti superficiali, di emozioni rapide, di “piacevolezze” cromatiche e sonore.
Gli stimoli visivi vengono per Io più suggeriti dall’arte di Watteau, di Lancret, di Fragonard e di Bouchet: al poeta, si direbbe, non resta altro se non il godibile passatempo di una scrittura in versi, che scorra amabilmente da un particolare all’altro, affidando al costante gioco del ritmo l’ambizione alla continuità di tono e di prospettiva.
Ma Verlaine, in realtà, di quell’arte, che sa ormai remota e irraggiungibile, ribalta il senso e la destinazione. Egli non ricrea la malia di un mondo per sempre perduto,  i sospiri di personaggi da burla ormai relegati alla funzione di marionette goffe e irreali: li riproduce perciò senza alcuna sincronia di gesti, estranei nel ripetersi all’infinito, totalmente disponibili – per questo loro essere perfetto e degradato fondale – alla volontà che ne svela il congegno e, con esso, la vanità.
Ridotta prossima allo zero la quantità di informazione degli Arlecchini e delle Colombine nei confronti di quel mondo settecentesco che vorrebbero rievocare, Verlaine ne ricarica le sagome vuote, volgendole in una direzione tutta nuova. Si serve, cioè, di tutta quella cornice di frizzante e inautentica mondanità, per costruirsi – in alternativa con la vita – una sua poesia libera dai modelli sui quali si è finora esercitata. Ma questa non riduce in margini esigui o elusivi il suo confronto con il reale, anzi: questo confronto –  senza alcuna prospettiva di tipo mimetico o veristico – diventa più drammatico ed insistente per cui la letteratura (il cui antico simbolo – il nome del poeta – “si leggeva a malapena tra l’ombra di un albero”) trova una sua estrema, paradossale giustificazione.
Scrive a questo proposito Mario Pasi:
“Sotto le vesti settecentesche, Verlaine agita paurosi fantocci, dolorose maschere, piccole infamie:l’ambiente è pretesto, è teatro […] Verlaine esprime anche qui il suo chiaro giudizio su un mondo di morti, proietta mimi dal volto incipriato e dal cuore martoriato fin sul nostro palcoscenico. Gente senza nome e senza volto danza senza gioia, sfiorata, forse, da un destino sconosciuto, ma non per questo meno terrificante”.
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