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GIOVANNI BELLINI – Vita e opere (Life and Work)

 

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CRISTO BENEDICENTE (1460 circa)
Giovanni Bellini (1432-1516).
Museo del Louvre. Parigi
Tempera su tavola cm 58×44

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Figlio naturale di Jacopo, Giovanni Bellini,detto anche il Giambellino (Venezia, 1433 circa – Venezia, 26 novembre 1516), assimila la lezione di rigore che gli deriva dall’impegno prospettico del disegno di Mantegna e dalla severità morale dell’opera di Vivarini.
Come risulta evidente ad un’analisi della Trasfigurazione, Giovanni Bellini si limita ad assimilare alcuni tratti esteriori dell’impostazione spaziale del Mantegna, senza però riuscire ad ereditarne la visione problematica della storia, che in lui si diluisce nella malinconia del sentimento.
Giovanni Bellini trasforma il procedimento tecnico, e l’aria di sogno delle sue Madonne, con il viso dall’ovale lungo, chiuso nel bianco velo, e con le mani affilate, che sfiorano le carni del Bambino, esalta il mistero della maternità con dolcezza ed inimitabile (Madonna col Bambino).
Pittore della Vergine in più quadri d’altare, Bellini unisce la nobiltà dell’aspetto con la squisitezza del sentire.
Mantegnesco ed ispirato nella “Pietà” di Brera, passa ai temi allegorici (Anime del Purgatorio – argomento ricavato da un poema francese del quattordicesimo secolo – negli Uffizi di Firenze), e ritorna al trittico con l’insuperabile Madonna dei Frari in Venezia, che siede nell’abside sfavillante di mosaici, in una luce d’ambra, che si confonde con i suoni dei due arguti angioletti appoggiati robustamente con un piede sul primo gradino del trono.
Anche nell’Orazione nell’orto (1460), Bellini proietta nel paesaggio naturale il senso dolente del tragico destino umano, espresso con pienezza d’accenti nella figura di Cristo, che, nella concezione di Bellini, rappresenta una perfetta sintesi di aspetti umani e divini.
Per Bellini il sentimento pervade la natura, e si effonde in una luce vibrante che permea il paesaggio di commozione.
Splendido esempio dell’interpretazione belliniana della figura di Cristo è la Pietà (1460 circa), in cui il sentimento, inteso nei suoi accenti di malinconia e di dolore, diviene l’unico tramite del rapporto misterioso tra uomo e natura: la luce livida che si diffonde nel paesaggio compenetra la figura esangue ed abbandonata del Cristo morente, mentre la Madonna e San Giovanni, che lo sostengono, esprimono, nei tratti sofferenti del volto, l’afflizione e lo sbigottimento di fronte al dramma dell’esistenza.
Da ricordare anche la Pala di Pesaro, in cui il colore non è più modulato in sfumature e trasparenze indefinite, bensì rigidamente delimitato in zone geometriche che definiscono prospetticamente lo spazio, investito di valori simbolici.
La Pala di San Giobbe segna l’incontro con la pittura di Antonello da Messina, e la Sacra Conversazione, colma di riferimenti allegorici, rivela però immediatamente nell’intensità dell’immagine, che si accende di valori cromatici e luminosi, la profonda fusione di umanità e natura.
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Giovanni-Bellini-Pietá (1465).jpgLA PIETÀ (1465-1470)
Giovanni Bellini (1432-1516).
Sotto il dipinto la dicitura…
“Se i gemiti potessero far emergere questi occhi gonfi di lacrime, l’opera di Bellini avrebbe potuto piangere”.

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