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RITRATTO DEL DOGE LEONARDO LOREDAN – Giovanni Bellini (Portrait of Doge Leonardo Loredan

Ritratto del doge Leonardo Loredan (1501)
Giovanni Bellini
Londra, National Gallery
Olio su tavola cm 62 x 45

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Con questo dipinto perfettamente conservato, si entra nell’ultima fase dell’arte di Giovanni Bellini. La serena ricerca dell’inserimento dell’immagine nella luce della natura giunge  ai risultati più pieni e riusciti e, in questo caso, produce un’ impressione di  immediata cordialità.
Il doge Leonardo Loredan, nel ritratto della National Gallery di Londra, diventa una presenza immanente, giusto alle spalle di quel parapetto che separa il suo mondo fuori dallo spazio del nostro mondo quotidiano, mentre la morbida definizione del volto – con la sua imprecisione delle forme – suggerisce la lontananza. (Imprecisione intenzionale, dato che il quadro è molto ben conservato.) È come se il volto di Loredan fosse un po’ sfocato e si dovesse concentrare lo sguardo per vederne i tratti più nitidi. Per dire le cose in un altro modo, questo trattamento “atmosferico” del ritratto implica un coinvolgimento di chi guarda, viene richiesta la sua cooperazione per creare (o ricreare) insieme all’artista l’originaria presenza del doge.
L’atto fisico del vedere, che di solito è un’azione inconscia ed automatica di chi guarda un’immagine, si trasforma in un atto volontario, con uno scopo, messo in moto dal desiderio o dalla necessità di completare l’immagine. Facendo così, chi guarda attribuisce al volto del doge qualità emotive o psicologiche che combaciano con la precisione visiva che gli occhi si sforzano di afferrare. Nel momento in cui ci coinvolge nell’atto di vedere, Bellini ci coinvolge anche nell’atto di definire la personalità del doge.
Il Ritratto del doge Il doge Leonardo Loredan, nel ritratto della National Gallery di Londra, diventa una presenza immanente, giusto alle spalle di quel parapetto che separa il suo mondo fuori dallo spazio del nostro mondo quotidiano, mentre la morbida definizione del volto – con la sua imprecisione delle forme – suggerisce la lontananza.è il miglior saggio dell’attività di Giovanni Bellini come ritrattista, e insieme la conferma del suo ruolo di pittore ufficiale e di punto di riferimento dell’arte veneta all’inizio del Cinquecento.
La fama del settantenne pittore è ormai molto estesa, e lo stesso Albrecht Dürer, il grande pittore tedesco che soggiornò nella laguna, ribadisce a più riprese che Bellini è il miglior pittore veneziano.
La colta Isabella d’Este, che già aveva al suo servizio Mantegna, chiede ripetutamente a Giovanni di dipingere alcune composizioni per il Palazzo Ducale di Mantova, ma Bellini si mostra insofferente nei confronti di programmi iconografici troppo rigidi. Mentre il cognato Mantegna si impegna in complicate allegorie, secondo il letterato Pietro Bembo (lettera a Isabella d’Este, 1505) Bellini preferisce lasciare “vagare a sua voglia” la fantasia.
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