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GIUDITTA E OLOFERNE (Judith Beheading Holofernes) – Michelangelo Merisi CARAVAGGIO

GIUDITTA E OLOFERNE (1600-1602 circa)
Michelangelo Merisi detto CARAVAGGIO (1573-1610)
Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma
Tela cm 145 x 195

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L’evento, già di per sé drammatico, è bloccato nel momento culminante e decisivo, cioè nell’attimo in cui, con un sicuro colpo di spada, Giuditta trapassa la gola di Oloferne.
Il viso della giovane, di una bellezza incontaminata, è attraversato da un’espressione corrucciata che rivela un istante di ripensamento.
Ma il gesto è fermo e la crudezza delle intenzioni è manifestata anche dal portamento quasi altero, dalla fronte che si corruga e dallo sguardo impietoso che accompagna la sua volontà omicida.
Il viso e le membra giovanili contrastano con l’apparizione dell’inserviente, pronta a raccogliere nel telo che tiene in mano la testa mozzata di Oloferne.
Impietosamente, Caravaggio si sofferma a descrivere la bruttezza quasi caricaturale del viso della donna la cui epidermide è irrimediabilmente segnata da rughe profonde sottolineate da un persistente indugiare nell’ombra.
Anche le sue mani, pur nella presa volitiva, testimoniano la vecchiezza incipiente, soprattutto per quello sgranarsi della pelle scura messa ancor più in risalto dal braccio porcellanato della vicina Giuditta: sotto un grande tendone rosso alzato come il sipario di un teatro, Oloferne urla il suo dolore e si torce in uno spasimo, volgendo gli occhi all’in
dietro, almeno per capire chi è l’aggressore che gli sta dando la morte.
Il suo viso mostra anche la sorpresa di chi, assalito nel torpore dell’ebbrezza, ha solo il tempo di sollevarsi, ma non la forza di reagire e salvarsi la vita.

Il soggetto, tratto dal Vecchio Testamento, rappresentava la vittoria della virtù sulla forza bruta e sul male.
Giuditta era infatti considerata un simbolo di castità in quanto, resistendo ad Oloferne ed uccidendolo, aveva salvato il popolo ebreo dall’invasione assira: l’evento prefigurava la venuta della Madonna e il suo ruolo di salvatrice del popolo cristiano.

Sul retro della cornice originale compare la scritta “D’Orazio”, certo un’antica attribuzione del quadro ad Orazio Gentileschi.
L’opera ebbe molta fortuna negli ambienti caravaggeschi e se ne conoscono due mirabili varianti dipinte da Artemisia Gentileschi.
La tela è identificabile con quella citata nell’inventario di Ottavio Costa, stilato dopo la sua morte nel gennaio 1639.
La notizia riportata dal Baglione riferisce che Caravaggio aveva dipinto per i Costa una Giuditta.
Il quadro passò poi alla famiglia Coppi nel 1640, che la vendette allo Stato italiano nel 1971.

Le intemperanze del Caravaggio all’osteria del Moro

Nel 1605 il carattere irruente del Caravaggio si manifestò più volte e con insolita violenza.
L’artista finì in carcere per avere tirato in faccia un piatto di carciofi ad un garzone d’osteria, per avere aggredito una certa Laura, la figlia di lei Isabella e la propria padrona di casa, Prudenzia Bruna, alla quale non aveva pagato l’affitto.
Il teatro delle vicende fu l’osteria del Moro e il quartiere circostante dove il Caravaggio aveva molti nemici, quali il caporale Malanno e il capitano Pino, che gli sequestrò spada e pugnale e, realizzando uno dei primi identikit della storia, ne tracciò un disegno nell’atto di accusa.
La zona era frequentata anche da Onorio Longhi e Prosperino delle Grottesche, amici dell’artista che poteva comunque contare sulla protezione del cardinal del Monte, sempre pronto a toglierlo dai guai.

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