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SÖREN KIERKEGAARD – Il progenitore dell’esistenzialismo (The progenitor of existentialism)

IL PROGENITORE DELL’ESISTENZIALISMO

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Sören Kierkegaard nacque a Copenaghen, capitale della Danimarca, il 5 maggio 1813 e morì nella stessa città l’11 novembre 1855. Condusse una vita estremamente riservata, lontana da ogni forma di attività concreta, privo di rapporti con gli ambienti culturali più vivi del suo tempo. La sua vita fu, o meglio, voleva essere una vicenda solamente e strettamente personale…, custode attento della propria soggettività, diffidente o addirittura ostile verso tutto ciò che fosse azione pubblica o comunque volta all’esterno, sia su un piano pratico che teorico, ritenne che il più alto ordine di esperienza fosse quello di conoscere a fondo la propria interiorità. La rottura del suo fidanzamento con Regina Olsen e il conseguente rifiuto ad una sistemazione familiare, attestano nel modo più eloquente l’impossibilità da lui sperimentata di inserirsi nelle strutture e nelle forme della vita associata.
In questo clima estremamente soggettivo, gelosamente “privato”, va inquadrata le sua esperienza religiosa e filosofica. Kierkergaard fu teologo e filosofo…, teologo in quanto la sua problematica può essere intesa soltanto nel quadro generali dei problemi religiosi che nascevano dall’eredità della riforma protestante e luterana.
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Regina Olsen
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La riforma luterana, al suo sorgere, era stata anzitutto una rivolta della religiosità intima del singolo, offesa dalla mondanizzazione della Chiesa, dal suo divenire sempre più potenza mondana, dal suo trasferire su un piano di politicità quei rapporti religiosi che erano concepiti soltanto come scambio diretto tra l’uomo e Dio. In seguito la riforma, che da esigenza puramente spirituale com’era all’inizio aveva dovuto cercare un appoggio concreto per la sua realizzazione nelle forze storiche dell’epoca (i principi tedeschi), condusse una nuova mondanizzazione della chiesa. Questa volta non si trattava della formazione di un potere temporale autonomo, ma dei rapporti di reciproco appoggio che si stabilivano tra la chiesa e il potere civile di ogni Stato protestante…, rapporti per cui si arrivò alla concezione e alla pratica della chiesa di Stato.
Kierkergaard rappresenta un risorgere dello spirito luterano originario in polemica con questa mondanizzazione della chiesa. Egli infatti assunse un atteggiamento di critica severa contro la chiesa di Danimarca, mettendone in luce le gravi deficienze spirituali, l’intreccio con gli interessi temporali e la corruzione. Per Kierkergaard il cristiano, l’autentico cristiano, non può vivere normalmente, stabilmente compromessi con il mondo, cioè nel caso specifico con la società borghese, ma deve scegliere la via “paradossale” della disperazione, della solitudine, dell’angoscia.
Questa le prospettiva stoica in cui va inquadrato il pensiero kierkergaardiano. Culturalmente esso ebbe degli sviluppi originali che interessano la storia della filosofia e non solo quella della teologia, in quanto cercò di fondare il suo pensiero basandosi su una critica alla filosofia del suo tempo, primo fra tutti al massimo filosofo dell’epoca… G.G.F. Hegel.
Per Hegel tutta la storia dell’umanità è riducibile allo sviluppo dell Spirito che nelle varie forme storiche trova una sua espressione parziale e limitata, dialetticamente superabile. In questa concezione acquistano valore in forma preminente tutte le obbiettivazioni storiche…, teorie, sistemi, istituti politici ecc. ecc., mentre la personalità del singolo uomo trova il suo significato soltanto nella misura in cui è strumento della realizzazione dello Spirito.
Nella “Filosofia della storia” Hegel dice… “…il particolare è troppo poco importante a paragone dell’universo…, gli individui vengano sacrificati e abbandonati al loro destino… Cesare doveva compiere quel che era necessario per rovesciare la decrepita libertà, la sua persona perì nella lotta, ma quel che era necessario restò… la libertà secondo l’idea giaceva più profonda dell’accadere esteriore”.
La persona invece, per Kierkergaard, ha un valore autonomo, irriducibile a quello oggettivo della storia o del sapere…, contro la filosofia speculativa, idealistica, che parlava di Idea, Spirito, Ragione, Autocoscienza concepite come realtà super-individuali e universali, egli mette nel massimo rilievo il singolo uomo esistente, io, tu, lui, che non può essere ridotto ad un semplice aspetto o momento di un “Io assoluto” che lo sovrasta e lo ingloba. Il pensiero della morte, della propria morte, per Kierkergaard è un ottimo argomento contro tutti coloro che fanno costruzioni intellettuali dimenticando sempre che il centro da cui parte il discorso è ancora la loro soggettività, il loro “piccolo io individuale”. Kierkergaard, quindi, attraverso questa polemica antihegeliana (che per qualche aspetto collima con quella di Feuerbach, il pensatore che tanta influenza ebbe su Marx) ha riconquistato all’esperienza filosofica la considerazione del singolo, dell’individuale, dell’irripetibile.
La persona, sempre secondo il pensatore danese, trova la prima affermazione su un piano “estetico”… di libertà, di godimento, di gioco. Questo tipo di vita conduce però alla dispersione della propria personalità, è un tipo di vita che è meglio definire un “lasciarsi vivere”. Questo stadio deve essere superato sul piano della moralità. Il raggiungere un piano di moralità nella propria esperienza è rappresentato soprattutto dalla vita coniugale e familiare…, il lavoro, la vita dei rapporti sociali, l’amicizia, sono tutti elementi che contribuiscono a creare la possibilità della famiglia come forma etica. Tuttavia la moralità tende a divenire sempre più forma legale, priva di spontaneità e di libertà. Nel momento in cui la legge si oggettivizza perde di spiritualità e acquista in convenzionalità, diventa una forma esteriore che basta “soddisfare” per aver a posto la propria coscienza.
Solo nella fase della religiosità, come cavaliere della fede, l’uomo esprime la sua vera essenza. Egli avverte la presenza di Dio come assoluta infinità e al tempo stesso avverte sé come finito, mortale, misero, colpevole,.
Hegel aveva negato che esistessero dei dualismi insolubili…, fra tesi e antitesi, finito e infinito, uomo e Dio funge la mediazione rappresentata dalla sintesi. Kierkergaard invece esaspera le differenze, le antimonie, i contrasti…, tra uomo e Dio per lui c’è un abisso incolmabile sul quale nessun ponte può essere gettato. La coscienza della propria condizione di fronte a Dio si risolve nello stato di “angoscia” (termine largamente usato e spesso abusato dal posteriore esistenzialismo)…, ma questa angoscia è alla fine redentrice, questa disperazione è principio e condizione di riscatto. Dio salverà chi ha avvertito la sua presenza.
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Se a Kierkergaard va riconosciuto il merito di essersi aspramente battuto contro la conciliazione o il compromesso tra spirito cristiano e spirito mondano-borghese, bisogna d’altro canto tener presente che la sua posizione politica fu di stampo nettamente reazionario, come testimoniano le pagine del suo “Diario” in cui egli si scaglia contro i moti popolari del 1848.
La sua avversione astratta e indiscriminata contro la “folla”, contro il “popolo” che sommerge e divora il “singolo”, lo portava ad assumere un atteggiamento di violenta deplorazione dei movimenti di piazza, delle agitazioni politiche, delle rivoluzioni. Scrisse contro la libertà di stampa circa negli anni in cui Karl Marx la difese e la propugnò dalle colonne della “Gazzetta renana”. Questo suo atteggiamento politico è da mettere in connessione con il suo pensiero filosofico che aveva rivalutato la personalità dell’uomo empirico che esiste “qui ed ora”, ma solo per porla di fronte ad un’affermata, discutibilissima trascendenza, senza mai vedere la costituzione dell’individuo nella complessa trama della storia, della società, della cultura.