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ESPLORATORI E ESPLORAZIONI – ANTICHITÀ REMOTE

ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

ANTICHITÀ REMOTE 

 

È questo un capitolo introduttivo nel quale vengono fornite notizie sulle prime sedi umane e i primi spostamenti di popoli alla ricerca di terre abitabili. Spesse volte la storia delle esplorazioni e delle conquiste antiche ci tramanda notizie inesatte o fantasiose, ma con altrettanta frequenza ci fornisce conoscenze veritiere ed esatte.
Comunque, per rendersi conto di quanto tali notizie sono risultate preziose, basti considerate la scarsezza e la primitività dei mezzi a disposizione di quei narratori. Se compiamo questa doverosa considerazione, ci renderemo conto non solo dell’audacia ma anche delle capacita tecniche degli esploratori e del patrimonio di informazioni che hanno lasciato e che ha consentito, poi, di ampliare e di approfondire conoscenze e scoperte.
Mare e corsi d’acqua sono stati sempre le sedi naturali per lo sviluppo delle civiltà. Così è accaduto anche nei tempi primordiali che videro intorno al 3000 a.C. affermarsi e succedersi le civiltà dell’Egitto sulle rive del Nilo e quelle mesopotamiche lungo il Tigri e l’Eufrate e nel territorio compreso fra i due fiumi che a quel tempo avevano i corsi divisi e non uniti, come oggi, prima della foce.
Di altre civiltà, certamente esistenti, come nell’estremo Oriente asiatico, in Africa e nell’America centrale, non si è avuta notizia fino a che i viaggiatori greci od europei non ce ne hanno date; si tratta certamente di civiltà stanziate stabilmente e formate da nuclei più o meno importanti che restavano dov’erano e non vennero a contatto con l’Occidente, se non molto tardi. La storia delle scoperte geografiche è la storia del lento, ma continuo diffondersi della civiltà mediterranea nel mondo; nessuna delle altre, come quelle fiorite intorno al ‘lago’ chiuso fra le terre che ci hanno lasciato i massimi segni di civiltà dei primi periodi storici, ha dimostrato o sentito la capacità e il desiderio di penetrazione e di conquista nelle loro più o meno parti confinanti.
Mentre gli Egiziani erano di razza camita, i Mesopotamici e gli abitanti della costa mediterranea, erano semiti. A questa razza appartenevano i Fenici che dal XIV secolo a.C. si erano stanziati nella striscia di territorio fra il Mediterraneo e la catena del Libano, dando origine a varie città, le più note delle quali sono Biblos, Ugarit, Sidone e Tiro.
I Fenici non disponevano di un retroterra da coltivare e da cui trarre il necessario per vivere e non avevano temperamento bellicoso; fin dall’inizio del loro insediamento, la loro attenzione e le loro cure furono pertanto rivolte verso il mare. Essi possono veramente dirsi
i primi esploratori del mondo, anche se la maggior parte delle loro imprese avevano fini commerciali. Molto prima dei Greci, essi sciamarono per tutto il bacino del Mediterraneo, con le loro navi senza ponti e senza timone e, naturalmente, senza bussola. Al posto del timone avevano due remi incrociati; per la navigazione, si regolavano di giorno con il sole e di notte con la stella polare. Le  galere da guerra erano fornite di un lungo sperone. Scopo della navigazione dei Fenici, era lo scambio di merci, la creazione di empori, le razzie di schiavi. I Fenici stabilirono colonie a Cipro, sulle coste dell’Africa settentrionale, dove fondarono Utica e Cartagine, lungo le coste della Sicilia; giunsero fin nella Spagna e in Andalusia, al di la di Gibilterra, dove fondarono Cadice.
Assimilata l’esperienza nautica dei popoli dell’Egeo, sostavano dove giungevano, seminando e raccogliendo i frutti, prima di ripartire. Col tempo, costruirono grandi battelli a 50 rematori. Dalla Spagna, dove avevano fondato Cadice, Tarragona, Malaga, ricavavano rame; dall’Inghilterra lo stagno e dalle altre città, quel che potevano. In Italia, i Fenici fondarono Cagliari (Cartalis).
Si deve ai Fenici la prima circumnavigazione dell’Africa. Nel 600 d.C., il faraone del regno saitico, Necho II, affidò ai Fenici l’impresa di circumnavigare l’Africa, che essi compirono in due anni, rientrando dallo Stretto di Gibilterra e fermandosi, come era loro costume, a seminare e raccogliere lungo la rotta. Erodoto, che riferisce la loro impresa, dice che essa fu messa in dubbio perché essi narrarono che al ritorno dal viaggio vedevano il sole alla loro destra anziché alla sinistra: segno evidente, invece, della certezza del loro viaggio.
Una leggenda narra che il capo della spedizione si era innamorato di una principessa egiziana; il re Necho, forse, nella speranza di non vederlo più tornare, gli impose come compito la circumnavigazione dell’Africa, con ritorno dalle Colonne d’Ercole. La missione fu eseguita, ma il povero innamorato non ne trasse alcun beneficio perché quando ritornò vittorioso dal suo lungo e periglioso viaggio, come risposta alla sua rinnovata richiesta di sposare la principessa, il faraone gli fece troncare la testa!
Gli Egiziani però non erano mai stati grandi navigatori, per quanto la tradizione ci tramandi alcuni viaggi famosi, come quello compiuto dal faraone Sahore, della V dinastia, nel favoloso regno di Punt (l’attuale Somalia), 2560 anni circa a.C. Da questo viaggio si dice che il faraone riportasse grandi quantità di aromi, fra cui l’incenso e la mirra, oltre a moltissimo avorio ed ebano. Di aromi gli Egiziani erano avidissimi, sia per la liturgia, sia per la complicatissima e assai diffusa cosmesi delle donne.
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Un altro viaggio famoso fu quello della regina Hatsceput sempre verso la regione del Punt per ricercare soprattutto piante di mirra con cui adornare il tempio che stava facendo costruire in onore del dio Ammon presso Tebe. Questo viaggio si sarebbe svolto alla fine del 1400 a.C., oltre mille anni dopo quello di Sahore. Inoltre sappiamo che gli Egiziani risalirono il Nilo verso sud, oltre la prima cateratta, certamente raggiungendo la congiunzione del Nilo Bianco col Nilo Azzurro (Bahr-el-Ghazal) alla ricerca della polvere d’oro che gli Etiopi portavano in Egitto da regioni sconosciute.
Più facili e numerosi furono gli scambi con i Cretesi, i Babilonesi e, naturalmente, i Fenici, oltre agli altri popoli dell’Egeo. I Cretesi davano vasi ed opere sbalzate in oro, argento e bronzo; gli Egiziani esportavano stoffe, statuette, gioielli, vasellame. Le navi egiziane in un primo periodo erano rozze e costruite con legname di poco conto, il solo che cresceva in Egitto, come il sicomoro e l’acacia; ma ben presto anche gli Egiziani come già i Sumeri (Lugalzaggisi, 2600 a.C.) ed i Babilonesi, fecero ricorso ai cedri del Libano, costruendo navigli che potevano sfidare il mare aperto.
Oltre alle vie marinare, si seguivano, naturalmente, vie terrestri. Grandi carovane attraversavano le regioni dell’Occidente per portare lo stagno verso lo Ionio e l’Adriatico. Alcune di queste carovane venivano addirittura dalla Cornovaglia; altre dall’Etruria, dalla Gallia, dalla Spagna, dalla Germania. Le navi cretesi raccoglievano il materiale prezioso accumulato nei porti e lo trasportavano a destinazione. Verso la metà del II millennio a.C., le navi cretesi conoscevano quasi tutto il bacino del Mediterraneo.
Interrotta bruscamente, in seguito all’invasione e distruzione portate dagli Elleni, questa forma di attività fu ripresa, come abbiamo già detto, dai Fenici che abili, industriosi e sempre a caccia di lauti guadagni, divennero i veri signori del mare, portando dovunque le loro stoffe tinte con la porpora e facilitando scambi e conti con l’alfabeto che avevano inventato. La loro organizzazione commerciale non aveva niente da invidiare a un’organizzazione moderna.
Più tardi, alla fine del VI secolo a.C., un cartaginese, Annone, partiva da Cartagine (la città che secondo la tradizione era stata fondata da Didone, fuggita da Tiro dopo che il fratello le aveva ucciso il marito Sicheo), con 60 navi, diretto verso le coste occidentali dell’Africa per fondarvi nuove colonie. Portava con sé, secondo la tradizione greca, 30.000 persone, destinate a fondare e popolare le nuovo colonie. Annone giunse fino al Golfo di Guinea, disseminando colonie lungo la rotta e riportando in patria oggetti e curiosità, di ogni genere, fra cui le pelli di tre donne selvagge.
Contemporaneamente, suo fratello Imilcone, attraversato lo Stretto di Gibilterra, costeggiava per la prima volta le coste atlantiche della Francia, raggiungendo l’Inghilterra e l’Irlanda e aprendo così ai Cartaginesi la via dello stagno.
I due viaggi di Annone e di Imilcone (490 – V secolo a.C.), insieme con la precedente circumnavigazione dell’Africa, possono veramente considerarsi i primi viaggi esplorativi compiuti nel mondo.
Bisogna infatti aspettare oltre un secolo, prima che il marsigliese Pitea, nel IV secolo a.C., varchi nuovamente le Colonne d’Ercole per avventurarsi nell’Atlantico verso l’Europa settentrionale.
I Greci infatti furono grandi navigatori, ma la loro attività, si limitò al bacino del Mediterraneo e lo stesso pellegrinaggio di Ulisse (prescindendo dalla fantasia dantesca) si svolse tutto nel Mediterraneo; e la minuta descrizione del mondo loro noto e familiare, tramandataci da Anassimandro (610-546), corrisponde a questo loro concetto che ignora e non è interessato a tutto ciò che si trova o si svolge al di là del Mediterraneo. Così, attraverso le loro colonie del Mar Nero, raccolgono qualche notizia sulla Russia meridionale, cioè sulla Scizia e sui popoli del Danubio, ma senza risalire neppure in piccola parte il corso del fiume, che pure la leggenda diceva fosse stato risalito dagli Argonauti. Anassimandro vede la terra come un disco piatto, dove i continenti – Europa, Asia, Africa, – sono completamente circondati dall’oceano e disposti simmetricamente attorno al Mediterraneo che ha al centro, preminente, la Grecia, e al centro di tutto, la città, sacra di Delfi.
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Pitea partì da Marsiglia e forzando il blocco che praticamente i Cartaginesi avevano posto allo Stretto di Gibilterra, riservandosi il commercio al di là, e al di qua di esso, navigò nell’Atlantico, toccando l’Inghilterra fino all’isola di Tule. Circumnavigò completamente l’Inghilterra, raggiunse il Circolo Polare Artico e costeggiò l’Europa e la Germania settentrionale fino alla foce dell’Elba, prima di far ritorno in patria. Pitea lasciò un resoconto del suo viaggio, in uno scritto chiamato Intorno all’oceano, in cui descrisse scrupolosamente ciò che aveva visto: giacimenti d’ambra e miniere di stagno, ma anche le grandi maree dei Mari del Nord, le nebbie fitte che avvolgevano una misteriosa isola (forse la Scandinavia), le lunghe notti, i brevi giorni.
Sebbene zeppe di nuove notizie, o forse proprio apposta per questo, la sua narrazione e la sua opera trovarono poco credito, come già era avvenuto ai Fenici quando avevano giustamente asserito di vedere nel viaggio di ritorno il sole a destra anziché a sinistra; l’opera andò perduta e ne pervenne notizia soltanto da scrittori posteriori, spesso in maniera confusa e contraddittoria.
I Greci, come abbiamo detto, si limitavano in gran parte a navigare nel Mediterraneo e lungo le coste del Mar Nero. Faceva però eccezione a questa regola l’Egitto, che gli studiosi greci volentieri visitavano e dalla cui civiltà, e cultura si sentivano fortemente attratti. Si sentiva anche il desiderio di configurare più esattamente la sua storia e la sua geografia, specialmente verso oriente, soprattutto dopo i rapporti iniziati con la Persia. Nel V secolo Ecateo di Mileto intraprese una serie di viaggi a scopo culturale, diremmo noi, in Egitto, nell’impero persiano e pare anche in Italia. Tornato in patria, contrapponeva spesso a chi esaltava i valori greci, i valori egiziani e la saggezza orientale. Per questo motivo non era molto popolare fra i suoi concittadini; però la sua concezione del mondo era ancora più simmetrica di quella di Anassimandro. Secondo lui, la terra era divisa in quattro parti, tutte attorno al Mediterraneo: due inferiori che comprendevano l’Asia o la Libia (Africa) e due superiori: l’Europa divisa dal Danubio.
Numerose notizie storiche e geografiche ci sono giunte trasmesse da Erodoto, grande viaggiatore anche lui. Visitò la Mesopotamia, la Scizia, il Caucaso, l’Egitto. Gli studiosi si sono soffermati sul fenomeno che ha spinto scienziati e studiosi piuttosto verso l’oriente che verso l’occidente, mentre popoli come i Fenici, spinti da interessi commerciali immediati, hanno volto la loro massima attenzione all’occidente.
Migrazioni da oriente verso occidente e poi riflussi di nuovo verso oriente sono quelle compiute dai Persiani. Appartenenti a un gruppo etnico diverso dagli Egiziani, Ebrei, Sumeri, Babilonesi, ecc., che erano camiti e semiti, i Persiani e i Medi, di razza indoeuropea, si spostarono dapprima dall’Asia verso occidente e verso nord, per poi ripiegare, in un grande movimento di riflusso, nuovamente verso l’Asia, stanziandosi nell’altopiano iranico, dove li troviamo con certezza nel IV secolo a.C., quando Ciro il grande conquistò il regno di Media e fondò il grande impero persiano, spingendosi fino al Caucaso, occupando l’Asia Minore e poi, tornando nuovamente verso oriente, superando le steppe oltre il Caspio, giungendo al lago di Aral e affrontando le montagne dell’Afghanistan. Di nuovo volgendosi ad occidente, egli soggiogò allora l’impero babilonese, giungendo fino alle coste della Siria. Era nato il grande impero persiano, impero di struttura militare e di carattere completamente orientale.
Altre imprese furono compiute dai successori, più o meno felici; il massimo dell’estensione dell’impero fu raggiunto da Dario, portandone i confini all’Indo e all’Amu Daria. Avvenne allora, fatalmente, lo scontro con i Greci che tuttavia, come sappiamo, riuscirono a tener testa e a sconfiggere il colosso persiano, evitando la sorte degli Stati medio-orientati già soggiogati.
I Greci conoscevano, naturalmente, la forza e la potenza persiana; le loro colonie ne avevano sentito la morsa e il peso. Lo temevano, ma lo ritenevano inferiore a loro come espressione di civiltà, troppo grezzo e troppo lento nei suoi movimenti e ancorato alla venerazione del loro sovrano. Non poté quindi avverarsi il sogno persiano di assorbire la civiltà greca, dominandone il popolo militarmente e politicamente: avvenne piuttosto il contrario: alla corte di Dario vennero ospitati uomini di scienza greci e molte navi fenicie erano comandate da marinai greci. Uno di essi, Silace, alla fine del VI secolo a.C., scese l’Indo per incarico di Dario; prendendo le mosse dal fiume Kabul, navigando sull’Indo fino alla foce e di lì, risalendo il Mar Rosso, raggiunse le sponde egiziane, entrando nel Nilo attraverso il canale che Dario aveva fatto scavare per congiungere il Nilo con il Mar Rosso. La spedizione durò due anni e mezzo.
Famosa fu anche la spedizione dei soldati greci al soldo di Ciro il Giovane, che voleva abbattere il dominio del fratello Artaserse II.
Nonostante la vittoria dello scontro, le conseguenze di esso furono negative perché Ciro mori in battaglia e peggio ancora, i 10.000 greci rimasero senza comandanti, uccisi tutti a tradimento. Senofonte, figura singolare di filosofo (era stato discepolo di Socrate) studioso e soldato di ventura, prese il comando dell’esercito e lo guidò nella famosa ritirata da lui descritta nell’Anabasi. Da Cunassa, dove si svolse la battaglia (vi erano giunti attraverso la Pisidia, la Cilicia e la Siria fino all’Eufrate, di cui avevano seguito il corso fino a Cunassa), i 10.000 greci risalirono il corso del Tigri, attraversarono I’Armenia fino a Trapezunte sul Mar Nero e quindi, costeggiando il Mar Nero, raggiunsero la Lidia. La descrizione che Senofonte ci ha lasciato di alcune zone di natura selvaggia è ancora valida oggi, tanto quelle regioni sono poco cambiate e ancora scarsamente visitate. È quindi naturale e più che spiegabile l’interesse che i racconti degli scampati, dopo tante traversie, dovevano suscitare nei commilitoni e presso le popolazioni greche d’occidente.
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