Crea sito

LE GRANDI SCOPERTE MARITTIME (The Great Maritime Discoveries)

.

ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

LE GRANDI SCOPERTE MARITTIME
.
La piacevole lettura di questo capitolo porta a considerare una parte dei tentativi e delle imprese compiuti dal 1400 al 1500, per conoscere e per stabilire vie di comunicazione marittima con le regioni lontane. Quasi inconsapevolmente attraverso questa lettura si vengono a conoscere numerose località dell’Africa e dell’Asia, ma soprattutto si può constatare qual è stata la tenacia, l’impegno e l’ardimento di quei navigatori, che certamente nel compiere le loro imprese erano spinti da nobili e avvincenti scopi.
I miti t hanno avuto una parte importante nella storia della esplorazione. Uno di questi miti è quello di Presto Gianni o prete Gianni, monarca favoloso che si credeva regnasse in qualche parte non ben precisata in Oriente; si credeva pure che fosse l’unico capo cristiano in quella parte pagana del mondo. Il suo trono era fatto di molti rubini, perle e smeraldi. I racconti che circondavano con sempre maggiori e più favolosi particolari il regno del Presto Gianni furono uno degli elementi che senza dubbio stimolarono l’esplorazione portoghese. La funzione direttiva delle grandi esplorazioni compiute dalla fine del 1400 in poi, è infatti appannaggio in grandissima parte del Portogallo e della Spagna, anche se molte di tali imprese furono condotte da italiani.
Alla fine del Medio Evo, o per meglio dire alla fine del XIV secolo, la conoscenza della terra dopo un lungo periodo di ignoranza era tornata ai limiti delle conoscenze antiche, estendendosi però verso oriente. A ovest dell’Europa si stendeva l’oceano che nessuno aveva mai attraversato; a est e a sud i limiti e i confini erano imprecisati. La base della scienza geografica medioevale era sempre Tolomeo e, anche se notizie e conoscenze geografiche erano state diffuse, esse rimanevano quasi sempre isolate, senza raggiungere un’unità e stentavano a diffondersi.
Pietro Vasconte disegnò nelle carte per le opere di Marin Sanudo l’area mediterranea con notevole esattezza e altrettanto fece per l’Egitto e il vicino Oriente. Queste del resto erano le zone che interessavano il Sanudo, grande viaggiatore veneziano che lottò per anni per convincere la cristianità, a impadronirsi dei luoghi santi e delle vie commerciali con l’Oriente, eliminando le comunicazioni attraverso I’Egitto. Nelle carte del Vasconte sono indicate anche le coste della Cina e perfino il Cipango, (Giappone), mentre vaghe e imprecise sono le regioni dell’Europa settentrionale: la Scandinavia, per esempio, è considerata un’isola.
Esattamente l’inverso accadde per il mappamondo di Andrea Bianco, disegnato nel 1436, nel quale le coste settentrionali europee e la penisola scandinava sono ben delineate, mentre l’Asia Minore e l’Estremo Oriente sono indicati in modo convenzionale.
Il Durlicet nel 1339, cioè circa un secolo prima di Andrea Bianco, aveva disegnato esattamente le coste mediterranee e quelle atlantiche, allungandosi fino alle isole Canarie e Madeira.
Il mondo conosciuto nel Trecento, se si mettessero insieme le carte disegnate fino allora, ci apparirebbe come un complesso che dalle Azzorre va fino al Giappone e da Ceylon fino alla
Scanilinavia.
Le grandi scoperte marittime e l’era che da loro ha preso il nome, costituiscono una manifestazione essenziale della trasformazione che dal Medio Evo porta ai tempi moderni. Le crociate, i grandi viaggi individuali, le invasioni e le successive conquiste dei Turchi, Io sciamare delle orde mongole di Tamerlano, provocavano contatti con genti e luoghi sconosciuti del mondo, determinarono I’inizio e Io svolgimento di nuovi rapporti, avvaloravano leggende e miti del tipo di quello di Prete Gianni. Nessuno era simile a lui: i suoi manti regali venivano tessuti dalle salamandre, lavati nel fuoco; possedeva uno specchio magico in cui poteva vedere riflessi tutti i suoi vasti domini. Erano a suo servizio  7 re, 60 duchi, 360 conti e una quantità innumerevole di cavalieri e nobili; 30 arcivescovi sedevano alla sua destra e 20 vescovi alla sua sinistra. Aveva per cuochi un re e un abate, per dispensiere un arcivescovo. Tuttavia si sapeva e si diceva che egli fosse molto umile e che non volesse per sé titoli superiori a quello di prete. A volte, si asseriva che il suo regno era in Persia, altre in India, altre volte in Mongolia, ma nel XIV secolo ci si convinse che era in Africa, pur continuando a dare a Prete Gianni il titolo di Gianni delle Indie.
Le varie nozioni geografiche del tempo confondevano spesso l’India con l’Africa orientale. A mano a mano, col passare dei decenni, la fama di Prete Gianni perse molto del suo splendore di regno fatato; rimase però sempre in tutti il desiderio di trovarlo. Dopo il viaggio dei Polo, e soprattutto dopo la pubblicazione del Milione di Marco, con la descrizione delle ricche torre attraversate e del potere dato loro dal salvacondotto e di una piastra d’oro dell’imperatore mongolo, il fremito di impadronirsi di alcuno di queste favolose ricchezze agitava commercianti e potenti occidentali. Gli Stati europei inviarono a Tamerlano qualche ambasceria, la quale però riuscì a spingersi al massimo fino a Samarcanda: tale fu quella di Ruy Gonzales de Glavijo, inviato a Tamerlano dal sovrano di Castiglia nel 1403.
Nei primi anni del Quattrocento, il maggior viaggiatore nel continente asiatico fu Nicolò de’ Conti, mercante cli Chioggia, il quale da Damasco partì con una carovana persiana nel 1414, attraversò la Siria e la Mesopotamia e giunse al Golfo Persico via terra. Di qui, per mare, andò alle foci dell’Indo, costeggiando l’India fino al Malabar e penetrando anche nell’interno del Deccan, entrò nel Golfo del Bengala, lo attraversò e raggiunse Sumatra. Dopo il primo, compì numerosi viaggi sempre a scopo commerciale: andò in Birmania, risalì per lungo tratto il Gange, visitò Giava e il Borneo; toccando l’Indocina e costeggiando ancora l’India, attraversò il Mar Arabico fino a Aden e di qui risalì fino al Mar Rosso. Però, fatto prigioniero dai musulmani proprio nel Mar Rosso, dovette abiurare la fede cattolica e abbracciare quella musulmana che si affrettò a sconfessare non appena riuscì a tornare in Italia, nel 1439, dopo 25 anni di varie fortune e tribolazioni e dopo aver perso la moglie e due figli. Francesco Poggio Bracciolini redasse in latino la relazione delle avventure di Nicolò de’ Conti e la incluse nella sua opera De varietate fortunae. II lavoro del Bracciolini ebbe una gran diffusione e fu trattato in varie lingue. Si riconfermò l’idea che il Mar Rosso fosse una via pericolosa per la navigazione; e Venezia, infatti, cercò di stringere accordi con la Persia, sperando in tal modo di rendere più sicure le vie tradizionali per l’Oriente.
Non si concluse niente di positivo, però si allargarono le conoscenze su quelle regioni. A capo di una di queste ambascerie fu nominato un mercante, Giosafat Barbaro, il quale giunse in Persia e vi rimase per parecchi anni, seguendo il sovrano in numerosi viaggi, ma, dopo aver superato pericolose aggressioni per furto nell’Armenia, tornò in patria nel 1478. Anch’egli scrisse una relazione che destò molto interesse. Tutti i tentativi e tutte le discussioni sulle vie migliori per raggiungere I’India e l’Oriente dovevano di lì a poco essere superate dalle imprese marittime che stavano per compiersi: le navigazioni atlantiche.
Spedizioni nell’Atlantico erano già, state compiute nel Trecento da navigatori genovesi che avevano riscoperto le Canarie, le Azzorre e Madera. Nel 1431, un mercante veneziano, Pietro Querini, diretto ai porti delle Fiandre, era stato spinto dalle tempeste lungo le coste della Norvegia fino alle isole Lofoten. Era una scoperta fatta per caso. Le Canarie furono conquistate dal re di Castiglia Enrico III per opera di Jean de Béthencourt che credeva di averle scoperte già nel 1402. Le Azzorre furono riscoperte nel 1432 dal portoghese Gonsalvo Velho Cabral; e Madera, anch’essa dimenticata, fu nuovamente scoperta nel 1419 dai navigatori portoghesi Joào Gonsales e Tristào Vaz Teyxeira.
Iniziative e scoperte in Occidente, erano quindi divenute appannaggio della Spagna e del Portogallo, due grandi Stati marinari che si affacciavano sull’Atlantico. Un principe del Portogallo, affascinato dalla convinzione che nel cuore dell’Africa esistesse il favoloso regno cristiano di Prete Gianni, pensò alla possibilità di raggiungere la meta, risalendo il Senegal. Egli possedeva il misticismo del Medio Evo e l’insaziabile curiosità del Rinascimento. Era nato nel 1394 ed era il terzogenito di re Giovanni I. Ereditò gli istinti guerreschi del padre e l’ardente devozione di sua madre, Filippa di Lancaster. Don Enriquez, prima di divenire Enrico il Navigatore, aveva fino dalla più giovane età, dimostrato, come del resto i suoi fratelli, una gran sete cli sapere. Tutti insieme, appoggiati dalla regina Filippa, i tre attraversavano lo stretto e conquistavano Ceuta, scacciandone i musulmani. Era il primo contatto di Enrico con l’Africa. Ceuta era piena di perle del Golfo Persico, di rubini di Ceylon, di profumi della Siria, di tappeti persiani o di ricami provenienti dall’India. La permanenza nella città, sollevò in Enrico una quantità innumerevole di questioni sull’Africa, sul regno del cristiano Prete Gianni, sul desiderio di distruggere l’Islam, sull’India, dove San Tommaso aveva fondato una chiesa cristiana. Non si poteva arrivare a quei paesi per le vie terrestri, che erano sbarrate dai musulmani; bisognava scegliere le vie oceaniche. Tornato in patria, stabilì la propria residenza a Punta di Sagres, nella parte meridionale del Portogallo, dove “due mari, il Mediterraneo e il grande Oceano combattevano tra di loro” e a Sagres fondò una scuola di navigazione. Viveva solitario. Non lo interessavano né i piaceri, né il dominio politico, né i legami familiari. Tutte le sue rendite furono destinate alla ricerca di una via di navigazione per l’India orientale, muovendo verso occidente. Matematici, astronomi, cartografi, costruttori di navi e di strumenti venivano alla sua scuola da ogni parte del mondo affiancati da marinai, piloti e giovani avventurosi. Arrivavano anche pellegrini che venivano a visitare i santuari dell’Occidente, fra cui siriani e copti. Prigionieri mori raccontavano dell’esistenza di mari interni nel cuore dell’Africa, delle carovane del sole che attraversavano il Sahara per entrare nel Sudan e dei cammelli carichi d’oro che scendevano nel Mar Rosso e a Timbuctù.
Enrico il Navigatore, ancora uomo medioevale per il desiderio di diffondere la fede cristiana in nuove terre e per la fiducia nelle leggende, era però anche un uomo rinascimentale, per l’ansia del conoscere, per lo spirito scientifico con cui raccoglieva e coordinava le notizie ricevute dai navigatori, per la nostalgia dell’ignoto. Enrico navigava personalmente assai poco, ma, inviava navi sempre più numerose con l’ordine di spingersi sempre più lontano. I navigatori si spinsero nell’Atlantico meridionale e scoprirono che Tolomeo si era ingannato, quando aveva dichiarato che i tropici non erano abitati per il grande caldo. Essi doppiarono quel famoso Capo Bajador che sembrava insuperabile ed era ritenuto maledetto per lo scontro dei venti alisei che, soffiando da nord-est nell’emisfero boreale, e da sud-est in quello australe, tendevano a portar le navi al largo. Anche se realmente una nave non poteva rientrare in patria navigando contro le correnti, che battevano lungo le coste, bastava portarsi al largo fuori della vista della terra e descrivere un semicerchio verso il mare aperto, per raggiungere lo scopo. È anche vero che furono necessari anni e anni di studio e di numerosi tentativi, sempre falliti, per apprendere il giusto governo della vela e del timone e che il famoso Capo Bajador fu doppiato finalmente soltanto nel 1434 da Gil Eannes.
Enrico non si scoraggiava mai. Nel 1436 Alfonso Baldaja penetrava nel Rio de Oro; nel 1441 Nuno Tristam raggiungeva il Capo Bianco; nel 1445 Lancellotto Pesanha scopriva la foce del Senegal; nel 1446 Alvaro Fernandez superava il Capo Verde e si spingeva alla Sierra Leone; Enrico non si valse però solo di navigatori portoghesi, ma anche di veneziani e genovesi, rinomati per la loro perizia.
Nel 1455 il veneziano Alvise di Ca’ da Mosto e il genovese Antoniotto Usodimare, partiti separatamente per una spedizione verso il sud, si incontrarono al Capo Verde e proseguirono insieme l’esplorazione, cercando di risalire il Gambia, ma l’ostilità degli indigeni li costrinse al ritorno. L’impresa fu ritentata nel 1456 e i due si addentrarono per più di 100 chilometri lungo il Gambia. Dovevano informarsi sui prodotti della regione e cercare di raccogliere notizie sulla spedizione dei fratelli Vivaldi. Gli scopi risultarono entrambi vani. Il terreno era arido e nudo e sui fratelli vivaldi non si poté appurare niente. Tornati alla costa, si spinsero fino alle isole Bissagos e poi tornarono in Portogallo. Se le caravelle di Enrico siano arrivate o meno alle Antille,le 40 anni prima di Colombo, o in Brasile 50 anni prima di Cabral, non si sa e forse non si saprà, mai, per quanto gli storici siano stati propensi o contrari alla cosa. Certo è però che Enrico, pur cercando di penetrare in tutte le direzioni il mondo ignoto, non perse mai di vista l’Oriente e Prete Gianni. Anche per quanto riguarda l’Oriente, dove siano arrivate le sue esplorazioni rimane un mistero. Quando egli morì, nel 1460, la maggior parte dei suoi problemi era ancora insoluta.
Però l’azione di tutta la sua vita aveva cambiato il mondo. Gli uomini non avevano più paura dell’oceano, i suoi navigatori avevano superato tremende difficoltà. La navigazione portoghese aveva una meta precisa: non si trattava più di raggiungere il fantasioso regno del Prete Gianni, ma di raggiungere l’Oceano Indiano, circumnavigando l’Africa.
Sotto il nuovo re portoghese Enrico IV, Pietro di Cintra raggiungeva la Liberia e si rendeva conto che la costa africana volgeva verso oriente; però nel 1469 Fernando Poo, giunto all’isola cui avrebbe dato il nome, si accorse che la costa volgeva di nuovo a meggogiorno. Alfonso V l’Africano e suo figlio Giovanni che divenne poi Giovanni II continuarono I’opera di Enrico. Nel 1471 Alvaro Esteves attraversò l’equatore e nel 1482 Diego Cào scopriva il Congo (lungo il fiume fu eretta una colonna di pietra) e proseguì fino a Benguela, nell’Angola, dove doveva constatare che la costa si orientava a sud-ovest. L’anno dopo però, Diego Cào ripeteva l’impresa e questa volta si spingeva fino alla Baia della Balena nell’Africa di sud-ovest.
Poco dopo il ritorno di Diego Cào in patria venne preparata una nuova spedizione di tre navi, comandata da un gentiluomo di corte del re Giovanni II, Bartolomeo Diaz. Egli partì nell’agosto nel 1486 e seguendo le orme di Cào fino alla Baia della Balena, raggiunse poi più a sud la Baia di Sant’Elena. Una furiosa tempesta fece allontanare le navi dalla costa e i venti le spinsero verso sud.. Per 13 giorni le caravelle errarono alla cieca in mezzo ai venti impetuosi e al mare tempestoso e, quando fu tornata la calma, si accorsero di avere avanti a sé il mare aperto: il capo tanto cercato era stato inconsapevolmente doppiato. Diaz allora tornò verso nord e trovò la terra. La costa volgeva verso oriente e, proseguendo in quella direzione, egli trovò un’isoletta che chiamò Santa Cruz e invano chiese lì e sulla costa vicina notizie sul regno del Prete Gianni: naturalmente non poté appurare niente.
Proseguì ancora, per qualche tempo verso nord-est, ma l’equipaggio sgomentato dalla lontananza, e per aver perduto la terza nave che portava i rifornimenti, si ammutinò e prese il ritorno. Diaz dovette rassegnarsi a tornare. Durante il viaggio di ritorno, quando si trovarono dinanzi al gigante che chiude l’Africa a sud, Diaz, pensando alla tempesta che lo aveva colto in quei paraggi, chiamò l’estremo capo dell’Africa Capo Tormentoso, ma in seguito o lo stesso Diaz o il re Giovanni II mutarono il nome in quello di capo della Buona Speranza, perché l’averlo passato faceva di avere finalmente trovato la via delle Indie per mare.
Lo stesso anno 1487, in cui Bartolomeo Diaz iniziava il suo viaggio, fu lanciata da Giovanni II un’altra spedizione per indagare sulla possibilità che si potesse trovare un’entrata nell’India per mezzo del regno del Prete Gianni, veleggiando lungo il Mediterraneo fino in Egitto e di qui lungo il Mar Rosso e la costa orientale dell’Africa, dandone il comando a Pietro Covilham. Seguendo l’ordine di Giovanni II, il quale aveva saputo dai frati abissini che erano venuti dalla penisola, e da altri che erano venuti da Gerusalemme, che il paese di Prete Gianni si trovava oltre l’Egitto e si estendeva inoltre nel sud, insieme col compagno Alfonso de Payva, Covilham percorse il Mar Rosso fino a Aden, dove i due si divisero. De Payva andò in Etiopia, ma morì prima che la sua missione fosse compiuta.
ll Covilham arrivò fino a Calicut con una delle navi che portava i pellegrini alla Mecca. Calicut era il centro del commercio indiano delle spezie. Sembra che egli si sia recato a Goa, Hormuz e Sofala, nel Mozambico, convincendosi che la rotta marittima per l’India fosse praticabile. Tornò al Cairo, spedì al re del Portogallo una relazione sul suo viaggio, poi tornò in Abissinia dove restò per tutta la vita, cioè per altri 30 anni, perché il sovrano del luogo lo trattenne presso di sé. Quello fu il primo rapporto dell’Abissinia con uno Stato europeo: l’Abissinia si riteneva allora che fosse il regno leggendario del Prete Gianni.
Mentre il messaggio del Covilham e il ritorno di Diaz davano ai Portoghesi la certezza di poter raggiungere le Indie per mare, giunse fulminea la notizia che un navigatore genovese al servizio della Spagna – Cristoforo Colombo – aveva raggiunto le Indie, seguendo una via del tutto nuova, navigando verso occidente. Il Portogallo aveva ottenuto nel 1456 dal pontefice Callisto III il dominio delle terre già scoperte e da scoprire fino all’India, ma la Spagna, che sosteneva di essere arrivata per la via occidentale in Oriente, aveva ottenuto a sua volta dal papa Alessandro VI la concessione delle terre già scoperte e da scoprire, non soggette a un re cristiano. La rivalità, tra Spagna e Portogallo, già abbastanza accesa, minacciava di acuirsi in modo pericoloso. Alessandro VI quindi intervenne per evitare che le due potenze navigatrici venissero a guerra per le nuove terre e nel 1493 tracciò egli stesso su un mappamondo una riga divisoria da polo a polo – la raya che divide il pianeta in due parti – a 100 leghe a occidente dalle isole del Capo Verde, in modo che tutti i territori a occidente di questa linea toccassero alla Spagna e tutti quelli a oriente di essa al Portogallo.
Tale linea, spostata poi alquanto verso occidente nel 1494, col trattato di Tordisillas, corrispondeva press’a poco al meridiano 40° di longitudine ovest, cioé all’attuale confine fra il Brasile e l’America spagnola.
Nel 1497, due anni dopo l’avvento del re Manuel, fu allestita una flotta di quattro navi comandata da Vasco de Gama, già designata a questo compito da re Giovanni prima della sua morte. Vasco do Gama era accompagnato da due flotte che avevano servito sotto Diaz. Prima di partire, egli giurò in una solenne cerimonia di tenere la bandiera bianca di seta con la croce dell’ordine di Cristo sempre alta di fronte ai mori e a qualsiasi altro pagano e di difenderla fino alla morte; giurò anche di obbedire agli ordini del re, effettuando nel miglior modo possibile il viaggio di scoperta verso l’India e la diffusione della fede cristiana, nonché l’acquisizione delle ricchezze delle terre orientali. Partì dopo aver ricevuto le lettere di credito da consegnare al Prete Gianni e al re di Calicut.

Delle quattro navi, una era come di consueto destinata ai rifornimenti. Gli equipaggi in totale sommavano a 170 uomini e la “San Gabriele” era la nave ammiraglia. Delle quattro navi, due sole fecero poi ritorno in Portogallo e soltanto un terzo del personale decimato dallo scorbuto. La spedizione seguì una rotta diversa dalle solite. Secondo il diario di un membro dell’equipaggio, Roteiro, non meglio conosciuto, dopo aver passato le Canarie e fatto provviste alle isole di Capo Verde, le navi volsero verso sud e quindi verso est, forse con la speranza di trovare quelle isole al di qua della raya. Il viaggio in mare aperto durò 96 giorni; il capo venne doppiato durante l’estate australe; di là la navigazione continuò costeggiando, giunse al fiume del Grande Pesce, proseguì fino a  una costa cui venne dato il nome di Natal perché toccata il 25 di dicembre del 1497, oltrepassò Sofala, già toccata dal Covilham e toccò poi Mozambico, Mombasa e Malindi. Se a Kilimane (l’attuale Quelimane) e Mozambico I’accoglienza fu amichevole, non altrettanto avvenne a Mombasa, perché gli Arabi si erano resi conto che i nuovi venuti erano cristiani e minacciavano la loro potenza commerciale. L’Africa venne lasciata con la partenza da Malindi il 24 aprile; fu affrontato l’Oceano Indiano e il 18 maggio del 1498 si approdò a Calicut. Il rajah Samurin accolse in un primo momento con grande onore i navigatori portoghesi, ma presto seguirono segni di ostilità, e anche i regali piuttosto modesti offerti da Vasco de Gama furono ricevuti con scarso entusiasmo. Vasco tle Gama riuscì tuttavia a districarsi dalle difficoltà che si aggravavano sempre più, minacciando la vita e la libertà dei navigatori, e il 5 ottobre riprese il viaggio di ritorno, approdando a Malindi il 7 gennaio 1499, dopo una difficile navigazione. Ripreso il viaggio, il Capo di Buona Speranza venne superato il 20 marzo e l’arrivo a Lisbona con la flotta dimezzata, ma carica di spezie avvenne il 29 settembre. II viaggio era durato più di due anni, ma il comandante aveva con la sua impresa dimostrato praticabile il commercio indiano, facendo sorgere la speranza di aggiungere ai prodotti della Guinea l’oro e l’avorio della costa orientale africana.

Duarte Pacheco aveva dedicato tre volumi, Esmeraldo de Situ Orbis, alle esplorazioni fatte sotto il principe Enrico, Alfonso V, Giovanni II; il quarto e quinto volume avrebbero dovuto trattare delle scoperte effettuate sotto Manuel, ma il quinto libro andò del tutto perduto e del quarto rimane soltanto una breve parte. Poiché I’autore asserisce di scrivere a dispetto di quegli “irrisori, maligni e pettegoli, i quali biasimano ciò che è ben fatto e sono incapaci essi stessi di fare alcunché di buono”, è convinzione generale che l’Esmeraldo sia stato censurato. Nel quarto libro il Pacheco confuta Tolomeo che “asseriva essere il mare indiano come un lago molto lontano dal nostro oceano occidentale ohe passa dall’Etiopia meridionale; e che fra questi due mari vi è una striscia di terra che rende impossibile a qualsiasi nave entrare nel mare indiano”.

Confuta altri che avevano detto essere il viaggio così lungo da essere impossibile per le molte sirene, i grandi pesci e altri animali piccoli che rendevano impossibile la navigazione. Confuta Pomponio Mela e il maestro Giovanni Sacrobosco, scrittore esperto in astronomia, i quali avevano asserito essere le regioni dell’equatore inabitabili per il gran calore del sole e quindi per lo stesso motivo i mari non potevano essere navigabili. Pacheco asserisce pertanto che tutto ciò è falso, perché l’esperienza ha dimostrato che la terra è fittamente abitata anche all’equatore e perché l’imperatore Manuel ha inviato Vasco de Gama a scoprirlo ed esplorare questo mare e queste terre, circa le quali gli antichi avevano riempito le teste di tutti di tanta paura; dopo grandi difficoltà Vasco de Gama aveva infatti provato il contrario di ciò che la maggior parte degli antichi scrittori aveva detto.

Dopo la circumnavigazione dell’Africa compiuta da Vasco de Gama e l’apertura della via delle Indie, le spedizioni portoghesi in Oriente si moltiplicarono, mentre si faceva strada la convinzione che fosse necessario iniziare una vera e propria conquista. A questo scopo venne allestita una squadra di 13 navi al comando di Pedro Alvarez Cabral, con I’incarico di creare delle basi commerciali nel Malabar. Una di quelle navi era comandata da Bartolomeo Diaz.

NeI 1512 era stato raggiunto anche il contatto con le Molucche. Il Cabral, partito l’8 marzo del 1500, navigò tanto verso occidente che toccò le coste del Brasile, convinto però di aver scoperto una grande isola che egli chiamò Vera Cruz e, dopo averne preso possesso in nome del Portogallo, volse a oriente verso il Capo di Buona Speranza. La traversata fu terribile: una tempesta sommerse quattro navi della squadra, fra le quali anche quella affidata al comando di Diaz il quale, dopo il suo grande viaggio e la sua importantissima scoperta del Capo di Buona Speranza, aveva avuto soltanto incarichi secondari: egli perciò morì non da grande ca,po, ma da subordinato. Soltanto più tardi, nel poema di Camoes sarebbe stata rivendicata la gloria delle sue imprese.

Il Cabral giunto a Calicut trovò I’aperta ostilità del rajah; bombardò la città e ne incendiò il porto: poté così stabilire una base commerciale e un’altra ne fondò più a sud, a Cochin. Lasciò tre delle sue navi in sede, a protezione delle basi e tornò con le altre sei a Lisbona. Egli si rifiutò di ripartire immediatamente con un’altra flotta e il comando di questa seconda flotta di 15 navi fu dato a Vasco de Gama che partì nel 1502. Come si temeva, la base di Calicut era stata distrutta e gli uomini trucidati; per ristabilirvisi si procedette a feroci rappresaglie contro i nativi, esecutori materiali della ‘strage’, ma aizzati dai mercanti arabi.

La conquista armata procedette e il Portogallo cominciò a crearsi un dominio in Asia. L’ammiraglio Francisco de Almeida, nominato viceré d.a Emanuel I, in sostituzione del navigatore Tristào da Cunha, scopritore dell’isola che porta il suo nome, conquistò Chiloa, l’odierna Kilwa (Tanganika) e Mombasa, sbaragliò la flotta egiziana davanti a Diu e riprese la via del ritorno, dopo aver posto fine al predominio commerciale arabo nell’Oceano Indiano. Alfonso de Albuquerque, che successe all’Almeida, dopo aver invano tentato la conquista di Calicut, si volse contro Goa che era in mano agli Arabi e la occupò; quindi conquistò Malacca e infine volse verso il Golfo Persico, si impadronì di Hormuz fortificandola e facendone la chiave dei commerci fra I’India e il Portogallo: dalle coste africane fino a Sumatra e a Giava il Portogallo dominava ormai i traffici, senza avere rivali.
Tuttavia anche la sua fine non fu proporzionata alle sue imprese. Come già Bartolomeo Diaz era morto oscuramente durante una tempesta, come il fiero e intransigente Almeida era stato trucidato presso il Capo di Buona Speranza dagli Ottentotti con tutta la sua scorta, così Francisco de Almeida venne dal sovrano destituito, sospettoso e geloso della sua potenza, improvvisamente e sostituito con il suo rivale Lopez de Soarez, per cui pochi mesi dopo morì di dolore sulla sua nave nel porto di Goa.

In questo periodo si intrecciano alle vicende militari dei Portoghesi i viaggi e le avventure di due italiani: Ludovico di Varthema e Giovanni da Empoli. Ludovico, bolognese, era giunto in Egitto da Venezia ed era passato poi in Siria. Padrone della lingua araba, fece amicizia con un rinnegato cristiano che doveva accompagnare una carovana di pellegrini alla Mecca; si unì alla carovana e giunse così nella città santa araba. Di là, andò ad Aden, donde compì una serie di viaggi capricciosi e disordinati attraverso l’Arabia meridionale, la Persia, l’India, la Malacca e forse le Molucche. Tornò a Calicut, seppe da due milanesi che gli Indiani, per i quali quelli preparavano dei cannoni, intendevano opporsi alle conquiste del De Almeida. Ludovico avvertì il viceré e combatté con i Portoghesi, tornando con una loro nave in Europa. Le sue imprese non avrebbero avuto importanza se egli non avesse scritto qualche anno più tardi una interessantissima relazione di viaggi, L’Itinerario, che ebbe un successo enorme e fu tradotto in tutte le lingue del tempo, compreso il latino.

Giovanni da Empoli era I’agente di una casa commerciale fiorentina il quale, dopo un primo viaggio da Lisbona al Malabar nel 1503 al seguito di una spedizione comandata dall’Abuquerque, ebbe dalla sua casa I’incarico di tornare in India a far incetta di spezie. Partecipò alla presa di Goa e a quella di Malacca e tornò in Europa con un ricco carico di merci. Infine compì, per incarico del re del Portogallo, un terzo viaggio in Estremo Oriente, giungendo fino a Canton e gettando le basi del possedimento portoghese a Macao dove egli morì. Altri italiani corsero quei mari nel Cinquecento; fra gli altri i veneziani Cesare Federici e Gaspare Baldi che lasciarono entrambi relazioni dei loro viaggi.
Insieme con la conquista militare e con i vantaggi commerciali, non era stata abbandonata l’idea di portare nelle terre lontane la dottrina cristiana. Il padre gesuita Francesco Saverio, seguace del Loyola, andò a Goa e di là, iniziò una serie di peregrinazioni missionarie nell’India, a Ceylon, nella Malacca, nelle Molucche e nel Giappone. A lui va il merito di aver dato nelle sue lettere le prime notizie all’Europa riguardanti l’impero del Sol Levante, dove San Francesco Saverio si fermò a lungo, facendo capo all’isola di Kyushu. Non poté però approdare in Cina, dove i Cinesi non gli permisero di sbarcare e mori in assoluta solitudine nel 1552 nell’isoletta di Sanciano (Shangchwan), a 10 chilometri appena dalla costa cinese.
Molti altri missionari gesuiti e domenicani seguirono l’esempio di San Francesco Saverio, predicando ed evangelizzando in Birmania, Indocina, Cina e Giappone. I missionari si distinsero non solo per l’originalità, delle intuizioni pedagogiche, ma anche per il profondo rispetto professato verso le culture delle antichissime civiltà asiatiche.
.