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CRISTOFORO COLOMBO (Christopher Columbus)

ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

CRISTOFORO COLOMBO

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Consideriamo quale grande fiducia ebbe Colombo nella sua idea di scoprire il passaggio per le Indie, navigando verso ovest; e poi notiamo la tenacia e l’impegno con cui condusse la spedizione, la serietà con cui descrisse le varie fasi della traversata atlantica, i prodotti e le popolazioni che incontrò, i paesaggi in cui visse. Anche se non riuscì a comprendere d’essere approdato in una terra nuova, è notevole che un uomo solo abbia sfidato l’ignoto, appoggiandosi su conoscenze molto approssimate e senza alcun ausilio tecnico da parte di basi a terra. Eppure il navigatore non trasse grandi benefici dalle sue imprese né gloria.
Secondo un’antica leggenda, esistevano nell’Oceano Atlantico molte isole, forse una rimanenza dell’Atlantide che, secondo Platone, era un continente sprofondato nell’oceano occidentale, distrutto da Poseidone circa 900 anni prima dello stesso Platone.
Martin Behaim nel suo globo sposta con disinvoltura queste isole favolose da una posizione all’altra e dell’isola di San Brandano scrive che “nell’anno 565 d. C., San Brandano nella sua nave giunse all’isola alla quale dette il suo nome, dove fu testimone di molte meraviglie”.
La tradizione medievale parlava anche dell’isola di Antilia, che si sarebbe trovata a mezza strada fra le coste portoghesi e il Giappone. I Portoghesi concessero vari permessi a privati per la ricerca di questa isola, dopo il 1462. La necessità di raggiungere via mare l’Estremo Oriente e di approvvigionare delle preziosissime spezie era ritenuta impresa relativamente non troppo difficile, perché si riteneva che I’Oriente si estendesse molto più di quanto non avviene in realtà e anche perché, sulla base della carta di Tolomeo, si credeva nel Medio Evo che il meridiano terrestre fosse di 33.270 chilometri, cioè inferiore alla realtà di circa 7000 chilometri, e la distanza fra le estreme coste della Cina e la penisola iberica di poco più di 4000 chilometri.
Un umanista fiorentino, Paolo dal Pozzo Toscanelli, studiando i viaggi di Marco Polo e informandosi presso i mercanti fiorentini che erano andati in Oriento, si era convinto che il continente asiatico si estendesse a oriente più della realtà. Egli aveva notificato la sua teoria alla corte portoghese, inviando una relazione e una carta geografica nella quale la distanza fra la costa portoghese e il Giappone si riduceva a un viaggio di pochi giorni, con una sosta a mezza strada nell’isola di Antilia. Il progetto del Toscanelli, di raggiungere l’oriente navigando verso occidente non fu approvato, tanto più che i cartografi portoghesi erano di parerò diverso dal Toscanelli e ritenevano la distanza molto maggiore. I Portoghesi inoltre erano orientati verso la ricerca della via per l’India, tramite il passaggio a sud dell’Africa, come infatti poi avvenne. Il lavoro dei cartografi portoghesi era considerato segreto di stato e fra le carte segrete erano anche quelle del Toscanelli. Esse erano però note e anzi in possesso di un singolare marinaio genovese che in quel momento si trovava proprio in Portogallo: Cristoforo Colombo. Su di lui, la sua nazionalità, e l’ipotesi che il continente americano fosse stato toccato da altri prima di lui, esiste una larghissima letteratura che ha dato luogo ad accese controversie e polemiche.
Che il personaggio fosse singolare e misterioso non c’è dubbio, come non esiste ormai dubbio che egli sia effettivamente ligure.
Il governo italiano pubblicò nel 1892-94 una grande collezione di materiale noto come Raccolta Colombiana che costituì una vera pietra miliare nella controversia sul luogo di origine o di nascita di Colombo.
La data di nascita a Genova net 1451 risulta, non da un documento anagrafico, ma da un documento stipulato dal padre Domenico nel 1470, in cui Cristoforo asserisce di avere 19 anni. Il nonno paterno era iscritto alla corporazione genovese dei lanaioli e Cristoforo, seguendo inizialmente la professione del padre, tessitore e taverniere, acquisì qualche istruzione piuttosto tardi; tanto è vero che non scrive mai in italiano, ma sempre in castigliano. Genova acuiva e facilitava l’amore per il mare di Cristoforo il quale, attorno al 7470, cominciò a viaggiare nel Mediterraneo e nell’Atlantico, stabilendosi nel 1479 a Lisbona, dove suo fratello Bartolomeo, cartografo, lo aveva preceduto. In precedenza, andato a Madera per acquistare zucchero di canna, conobbe e sposò Felipa Moniz Perestrello. A Lisbona, dove viveva con la moglie e il figlioletto Diego, maturò in Colombo I’idea e il desiderio di raggiungere l’Estremo Oriente, seguendo una rotta verso occidente, attraverso il “Mare Oceano”. Non aveva ancora 30 anni. Diceva di considerare l’impresa che aveva in mente come una missione voluta da Dio e fondava il suo progetto, oltre che sulle carte di Toscanelli sul cosiddetto Quarto Libro di Esdra, apocrifo, in cui si diceva che al momento della creazione, Dio aveva comandato alle acque di raccogliersi nella settima parte della terra, prosciugando le altre sei: se solo un settimo del pianeta era occupato dalle acque, I’estensione dell’oceano doveva essere molto limitata. Aveva anche letto con attenzione il trattato De Sphaera Mundi di Giovanni Sacrobosco, il Milione di Marco Polo, l’Imago Munidi di Pierre D’Ailly e altri simili.

Tutto questo però non bastava a persuadere il principe Giovanni divenuto poi Giovanni II ad accogliere il progetto. Nonostante durante sei anni Colombo ripetesse e insistesse nella richiesta di dargli i mezzi per realizzare il suo viaggio, del quale parlava con convinzione profonda, ottenne soltanto che il progetto stesso fosse esaminato da una commissione di tre dotti presieduta dal vescovo di Ceuta, Don Diego Ortiz; essa però giudicò il progetto fantastico e fondato su una incauta lettura della Bibbia. Gli era morta frattanto la moglie Felipa, per cui gli fu più agevole prendere la decisione di lasciare il Portogallo e trasferirsi in Spagna dove nell’aprile 1486 riuscì ad essere ricevuto dalla regina Isabella che affidò il progetto all’esame di una commissione di esperti. In quel periodo i sovrani spagnoli erano impegnati nella guerre contro i mori e non avevano né tempo né voglia di occuparsi del progetto di Colombo, ritenuto fra l’altro un po’ geniale e un po’ pazzo. La prima risposta fu pertanto negativa. Pare che in seguito Colombo, ritiratosi nel convento della Rabida dove veniva educato suo figlio Diego, ottenesse dal superiore del convento, padre Giovanni Perez, già confessore della regina, un suo interessamento presso lo sovrana. Fosse per questo, fosse per la caduta di Granada, ultimo caposaldo dei musulmani in Spagna, certo è che la regina Isabella parlò con Colombo e fu convinta dalla incrollabile fede del genovese, ad aderire al suo progetto: quello cioè di raggiungere le Indie via mare, per la rotta occidentale. Egli ottenne il comando di una piccola flotta di tre navi col titolo di ammiraglio, il grado di viceré, un decimo delle mercanzie delle terre conquistate e un’ottava parte degli utili.

Le tre navi, con una novantina di uomini di equipaggio e i comandanti Juan de la Cosa, Martin Alonso e Vicente Yanez Pinzon, salparono dal porto di Palos il 3 agosto del 1492: la “Santamaria” stazzava 250 tonnellate, la “Pinta” 150 e la “Niña” 100.

Colombo era munito di lettere credenziali e di una lettera di presentazione al Gran Khan. Secondo una tradizione, Colombo avrebbe cercato il Cipango e il Catai; secondo altri, fra cui il Vignaud, cercava nuove terre nell’oceano occidentale, mentre in un secondo tempo si sviluppò in lui la convinzione di aver raggiunto l’Asia; secondo una terza teoria, sebbene l’obiettivo di Colombo fosse il Catai, egli sperava, anche di scoprire nuove terre. Una quarta teoria sostenuta da Cecil Jane affermava che Colombo, sebbene deciso a raggiungere il Catai e il Cipango, cercava un continente meridionale da raggiungersi seguendo la costa dell’Asia orientale verso il sud. Questa ultima teoria è stata però aspramente contrastata, non solo perché avrebbe implicitamente ammesso la convinzione che Colombo non ritenesse esservi una limitata area terrestre ripartita, circondata dall’oceano e interpenetrata da cinque mari, come era il parere ortodosso di quei tempi, ma comportava anche una sua mancata adesione al dogma cristiano secondo il quale nessuna terra poteva trovarsi oltre i suoi limiti con abitanti umani sopravvissuti al diluvio e vissuti oltre la possibile portata del Vangelo.

Anche le nozioni geografiche studiate e accolte da Colombo prima della sua partenza, sono oggetto di controversie. Sembra certo peraltro che negli anni precedenti la sua spedizione, egli fosse stato effettivamente in corrispondenza col Toscanelli, la quale cosa dimostra il suo desiderio di approfondire le varie questioni fra cui la distanza fra l’Iberia e il Catai. Certamente egli condivideva anche l’idea che il mondo fosse rotondo, il che implicava la possibilità di una circumnavigazione. Per quanto riguarda le distanze, studiate da Tolomeo e Marino di Tiro e tenuto conto delle rivelazioni di Marco Polo, egli dedusse una distanza di 282° la verso est dalla Spagna al Cipango, con la conclusione che la distanza fra le Canarie e il Cipango dovesse essere di circa 2400 miglia nautiche, press’a poco un quarto dell’effettiva distanza in linea retta. Questa misurazione si basava soprattutto sulle dichiarazioni di Esdra.
Poco dopo la partenza, la spedizione dovette sostare alle Canarie per riparare il timone della Pinta e per sostituire alla Niña le vele triangolari con le quadrate. Il 6 settembre venne ripresa la navigazione e questa volta non in mare già noto, ma attraverso mare sconosciuto.
Correvano leggende su acque bollenti, misteriose bonacce, fenomeni bizzarri apparsi nei mari dell’occidente, leggende che rendevano profonda e tremenda la paura dell’ignoto, ancora più di quella delle tempeste e di incontri con navi nemiche. Cristoforo però aveva tale fede e fiducia nella sua impresa, che seppe trasmettere la sua calma all’equipaggio. Tuttavia, quando dopo una settimana di navigazione ci si accorse che l’ago della bussola deviava verso ovest, una viva angoscia si impadronì degli uomini che non conoscevano la declinazione magnetica. Fu ancora Colombo a calmarli, dando loro una spiegazione qualsiasi di un fenomeno che egli stesso non conosceva. Redigeva due giornali di bordo: uno, reale e segreto, pienamente corrispondente alla verità, e uno palese, sul quale ogni giorno segnava il numero di leghe 17 compiute, inferiore a quel reale percorso; e ciò perché egli aveva assicurato agli uomini che il viaggio sarebbe stato breve, ma non ne era del tutto sicuro e, como questo si prolungava, temeva reazioni negative da parte dell’equipaggio. Infatti, dopo venti giorni di navigazione, tutti divennero inquieti ed il mormorio crebbe, anche se non è accertato che gli equipaggi si ammutinarono come la tradizione afferma.
L’11 ottobre i marinai della Pinta videro galleggiare una canna, una tavoletta di legno e due bastoni, su uno dei quali apparivano incisioni fatte con un coltello; quelli della  Niña  scorsero un ramo con bacche le rosse. La stessa sera Colombo osservò una piccola luce all’orizzonte; un colpo di cannone sparato dalla Pinta alle due di notte annunciò la vista della terra che fu raggiunta la mattina dopo, 12 ottobre 1492. Si trattava dell’isola chiamata dagli indigeni Guanahani, che Colombo battezzò San Salvador: forse quella conosciuta oggi come Watling o forse la vicina Conception Cay nelle Bahamas.
Un americano, S.E. Morison, nel 1939-40 fece vela su una nave di tipo simile a quella di Colombo per ripetere il suo viaggio. Sebbene Colombo non conoscesse la navigazione stellare, neanche quel poco che era noto al suo tempo, dimostrò secondo Morison, molta abilità nell’uso dei metodi diretti di stima della posizione, facendo uso della bussola e tenendo conto della velocità e della distanza.I nativi di San Salvador accolsero i navigatori senza ostilità: erano completamente nudi, col corpo dipinto a colori vivaci ed erano evidentemente curiosi circa gli stranieri arrivati. Colombo proseguì il suo viaggio dirigendosi verso una grande isola nominata spesso dagli indigeni Cuba, di cui costeggiò la costa settentrionale. Credette in un primo momento di essere al Cipango, ma poi si convinse di essere invece arrivato sulle coste della Cina e spedi pertanto una ambasceria nell’interno, verso la presunta corto del Gran Khan.
Naturalmente gli ambasciatori non trovarono niente e allora Colombo volse a oriente in cerca di un’altra isola che gli indigeni chiamavano Boiho, da lui creduta il Cipango: si trattava di Haiti, che Colombo battezzò Hispaniola. Ne seguì gran parte della costa settentrionale, fondando una stazione a La Navidad. La notte di Natale la Santamaria, partendo da Hispaniola, diede in una secca e si sfasciò.Intanto la Pinta con Martin Alonso Pinzon, che era andata a compiere una esplorazione per conto suo, fece ritorno e il 16 gennaio 1493, Colombo iniziò il viaggio di ritorno, seguendo una rotta più settentrionale fino alle Azzorre, raggiunte in piena tempesta.
Colombo attribuì al cattivo tempo il fatto curioso di essere entrato anzitutto nel Tago; dopo un incontro con Giovanni II del Portogallo, procedette verso Palos, giungendovi il 15 marzo. L’accoglienza fu trionfale, nonostante la modestia delle merci portate: un po’ d’oro, qualche indigeno, campioni di granturco e di tabacco.
Egli scrisse una lettera divenuta poi famosa, con il resoconto del primo viaggio. L’originale è andato perduto e quella che fu poi rapidamente diffusa faceva ritenere che le terre appena scoperte appartenessero alle Indie. Egli descriveva gli Indiani, nudi come innocenti, e generosi e annunciava di aver preso possesso di una grande città, alla quale aveva dato il nome di Villa de Navidad, facendola fortificare e lasciandovi 40 uomini, i quali egli riteneva avrebbero certamente scoperto molte merci utili, oltre all’oro, al cotone, al legno, agli schiavi.L’affermazione di Colombo di aver raggiunto la costa orientale dell’Asia era stata largamente accettata. Pietro Martire, scrivendo il 1° ottobre 1493, dice di lui che “aveva navigato agli antipodi occidentali, fino alla costa indiana come egli stesso ritiene”, sebbene le dimensioni del globo non lo rendano convinto della vicinanza della Spagna alla costa dell’India; un mese più tardi, in un’altra lettera, si dimostra favorevole all’idea che le isole trovate appartengano realmente sia per vicinanza, sia per i loro prodotti, all’India.Il 25 settembre del 1493 Colombo salpò con una seconda spedizione di 17 navi, fra cui tre grandi caracche, con 1500 uomini oltre a religiosi, scienziati, nobili, in cerca di anime da convertire, di ricchezze da sfruttare, di avventure da godere. Lasciato Ferro nelle Canarie il 13 ottobre, la costa della Dominicana nelle Piccole Antille fu avvistata dopo 20 giorni e di lì si risalì verso Haiti. Venne osservato il contrasto della vegetazione e del clima del luogo, diversissimi da quelli spagnoli del momento. Nella Guadalupa si osservarono indizi di cannibalismo: erano state raggiunte le isole dei Caraibi, bellicosi e predaci. La flotta passò dinanzi ad altre isole nel gruppo delle isole di Sottovento, a Portorico e oltre fino ad Haiti.
Ma a Eispaniola una triste constatazione doveva essere fatta: gli uomini lasciati da Colombo erano stati trucidati e il fortino da lui costruito, distrutto. Gran parte del fatto era da attribuire all’avidità, e alla prepotenza degli spagnoli che si ritenevano padroni assoluti dell’isola e degli isolani, pretendevano anche ciò che non esisteva, ed avevano inferocito gli indigeni. Con molta fatica e sofferenza, in mezzo al malumore degli uomini, delusi perché non trovavano oro, non si adattavano ai cibi locali, e tentavano invano di far lavorare gli indigeni abituati a vivere di ciò che la terra dava spontaneamente, venne fondata una nuova città, Isabella.

Il 24 aprile 1494, Colombo rimandò in patria 72 navi a chiedere aiuti e cibi e lasciò al fratello Diego il governo di Isabella e della nuova colonia. Viaggiò con tre caravelle lungo la costa meridionale di Cuba, scopri I’isola di Giamaica e più che mai fermo nell’idea di aver raggiunto le Indie, era ansioso di provare che Cuba faceva realmente parte della terraferma del continente asiatico; se ne convinse, fece perfino giurare al suo equipaggio di essere sicuri di aver raggiunto le Indie e acquisì la certezza di trovarsi molto vicino al “Chersoneso dorato” (penisola di Malacca). Se egli si fosse spinto ancora un poco verso occidente, si sarebbe accorto dell’errore e forse avrebbe raggiunto le coste dello Yucatan, ricche di quell’oro fortemente desiderato, ma fino a quel momento non trovato.
Intanto era giunto a Isabella il fratello cartografo di Cristoforo, Bartolomeo; Colombo dopo avergli affidato il governo della colonia, nominandolo “adelantado”, ripartì per la Spagna per presentarsi ai sovrani, consolidare la propria posizione, ottenere nuovi aiuti e protezione. Quando egli partì, era giunto a Isabella un alto funzionario spagnolo a compiere un’inchiesta. Le accoglienze all’arrivo furono più fredde della precedente, ma tuttavia non ostili tanto che cominciò a preparare un terzo viaggio.
Questo viaggio era tanto più urgente, in quanto nel frattempo Bartolomeo Diaz, doppiato il Capo di Buona Speranza, aveva scoperto le vie orientali delle Indie e le navi portoghesi tornavano da quei paesi e per quelle vie cariche di merci preziose, mentre il bottino di Colombo continuava ad essere sempre magro e l’entusiasmo per la scoperta delle nuove terre si stava rapidamente raffreddando.

Il 30 maggio del 1498 Colombo partì quindi per il suo terzo viaggio, con sei navi, da San Lucar. Tre navi procedevano dirette verso Hispaniola per portare rifornimenti al fratello Bartolomeo che nel frattempo si era trasferito sulla costa meridionale dell’isola, dove era sorta la città di San Domingo; le altre tre prima di procedere verso occidente, fecero scalo alle isole del Capo Verde. Dopo 26 giorni Colombo giungeva a un’isola con tre cocuzzoli che chiamò Trinidad e il 31 di agosto giunse a San Domingo.

Da Trinidad si scorgevano le cime di alcune montagne che sembravano altre isole: in realtà, erano i promontori della costa venezuelana, ma Colombo non indagò e proseguì per Hispaniola. Qui la situazione era tutt’altro ohe buona. Egli era stanco e ammalato, gli spagnoli erano divisi in fazioni ostili, non veniva rispettata nessuna autorità. Molti furono impiccati, molti tornarono in Spagna esponendo le proprie lagnanze. Il 23 agosto del 1500 giunse un ispettore – Francesco de Bobadilla – a fare un’inchiesta; Colombo e suo fratello che gli si erano opposti vennero rimandati in patria in catene.
Egli scrisse che se per lui era cosa nuova lamentarsi del mondo, l’abitudine del mondo stesso di maltrattarlo era cosa vecchia. La lettera scritta alla nutrice del principe don Giovanni di Castiglia contiene amare osservazioni personali e profonde e rinnovate scuse per lo scarso rendimento in oro delle spedizioni. Arrivato in Spagna, Colombo fu liberato e preparò una quarta spedizione non ufficiale, necessaria e urgente perché nel frattempo Amerigo Vespucci, navigatore fiorentino, inviato dalla Spagna, era sbarcato a occidente di Trinidad sulle terre già avvistate da Colombo e si era accorto che non si trattava di un’isola, ma di un continente.

Colombo partiva da Cadice il 9 maggio 1502, con quattro navi, portando con sé il figlioletto Ferdinando avuto da Beatriz Enriquez che visse con lui 7 anni, senza però che egli volesse sposarla. Fu un viaggio disgraziato. Fece scalo alle Canarie e proseguì fino alla Martinica, ma giunto a San Domingo gli fu proibito di sbarcare. Stava per scoppiare un uragano, fatale alle navi del Bobadilla che si accingeva a tornare in Spagna, e Colombo approfittò della tempesta per compiere le sue esplorazioni. Andò a Giamaica, proseguì verso Cuba attraversando il cosiddetto “Giardino della Regina”, formato da varie isolette, raggiunse l’Honduras, ne seguì le coste verso oriente fino al Capo Gracias a Dios e a sud, lungo la costa delle zanzare, fino a Veragua. Una piccola spedizione comandata da Bartolomeo andò nell’interno e trovò finalmente l’oro, tanto che il luogo fu chiamato Costa Rica. Colombo immobilizzato dall’artrite e flagellato dal maltempo non poteva muoversi, ma non fletteva nella sua convinzione di trovarsi su un tratto di costa cinese proteso verso mezzogiorno.

In una lettera scritta da Giamaica il 7 luglio 1803, racconta le sue disgrazie e parla di visioni avute e di voci udite, asserendo che tutto cospira contro di lui. Si riferisce alle Sacre Scritture per appoggiare la convinzione di aver scoperto le miniere di re Salomone in Veragua. Dichiara che andando oltre, verso occidente, deve esistere un passaggio verso il Gange che dovrebbe trovarsi a soli 10 giorni di viaggio più innanzi. A Giamaica la spedizione si trovò in gravi difficoltà; il segretario di Colombo, Diego Mendez, dovette recarsi in canoa fino a Hispaniola per chiedere aiuti, ma passò un anno prima che i sopravvissuti potessero essere salvati. Il passaggio non appariva, le navi gravemente danneggiate erano ridotte a due (le altre due erano andate perdute) e non erano più in grado di navigare. Giunse finalmente la nave di soccorso spedita dal governatore Ovando che riportò Colombo a Hispaniola, donde fece ritorno in Spagna. Là, non in assoluta povertà, ma in completa oscurità, Colombo morì, il 19 maggio 1506 a Valladolid, sempre fermamente convinto che le terre da lui scoperte fossero quelle dei margini orientali dell’Asia. Tumulato a Valladolid, il suo corpo fu poi trasportato a Cuba e da Cuba di nuovo in Spagna nel 1899, allorché quest’ultima colonia spagnola in America andò perduta.
Oggi i resti mortali di Cristoforo Colombo riposano nella cattedrale di Siviglia.
I tre viaggi che seguirono al primo, mentre l’astro di Colombo cominciava a declinare, hanno illuminato ancora più l’importanza dell’impresa marinara, senza precedenti, della spedizione. Il viaggio fu giudicato di capitale importanza anche dal punto di vista religioso e sembra dare ragione a Colombo che si considera, come dice il suo nome, portatore di Cristo al di là dell’oceano.

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