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ESPLORATORI E ESPLORAZIONI – FERDINANDO MAGELLANO (Explorers and Explorations – Fernando de Magallanes)

ESPLORATORI E ESPLORAZIONI

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Ancora in questo capitolo viene presentato il ritmo intenso con cui si susseguirono progetti e viaggi di esplorazione nel secolo XVI. La riuscita delle imprese costituiva sempre la parte più imprevedibile giacché gli ostacoli e le incognite erano notevoli, ma l’animo avventuroso e la forza di carattere degli esploratori riuscirono a superare le difficoltà. Tra tutte le imprese si distinse quella di Magellano che, attraverso infiniti ostacoli, completò per la prima volta giro del mondo sui mari.

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FERDINANDO MAGELLANO

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Fernão de Magalhães ossia Fernando Magellano (Sabrosa, 17 ottobre 1480 – Mactan, 27 aprile 1521) è uno degli esploratori di grande statura, il primo a compiere la circumnavigazione del continente americano. Il suo intuito, il suo coraggio, la sua vasta preparazione lo misero in grado di dimostrare che a un certo punto est ed ovest si incontrarono e che la terra è davvero rotonda. Il suo meraviglioso e rischioso viaggio corresse una volta per tutte le teorie di Tolomeo sulla grandezza dell’Asia e rivelò la vastità di quell’oceano che egli da Mare del Sud battezzò in Pacifico. Magellano era stato 6 anni in Oriente e aveva partecipato a due viaggi in India di Vasco de Gama, aveva viaggiato con l’Almeida e l’Albuquerque, ma a soli 35 anni si era ritirato a vita privata per essere stato ingiustamente accusato cli aver venduto al nemico una parte del bottino dopo la presa di Azamor, nel Marocco, a cui aveva partecipato. Un suo amico, Francesco Serrao, gli scrisse dalle Molucche, magnificando le ricchezze di quelle isole e informandolo sulla loro posizione molto spinta verso l’Estremo Oriente.

Questo gli fece pensare che le Molucche dovevano trovarsi non nell’emisfero assegnato a al Portogallo nel trattato di Tordesillas, da Alessandro VI, ma in quello assegnato alla Spagna. Magellano si rivolse allora, lui portoghese, al governo spagnolo, esponendo la propria idea e progettando una spedizione che dopo aver trovato un passaggio verso il Mare del Sud raggiungeva le Molucche. Al re di Spagna parve perfettamente chiaro che tale impresa era quella che ci voleva per far coincidere i propri interessi personali con quelli della nazione. Fu preparato un certificato, si comprarono a Cadice le navi e cinque vascelli furono apprestati a partire.
Il Portogallo considerò l’impresa come un vero tradimento, ma Magellano, sebbene non esistesse nessuna carta che gli dicesse che cosa c’era tra est ed ovest, era certo di poter compiere l’impresa a est, attraverso il Mare del Sud. Era fermamente convinto, proprio come lo era stato Colombo quando aveva preso la via sconosciuta dell’Atlantico. Delle cinque navi preparate dal governo spagnolo, la più grande era la “San Antonio”, ma la più solida e ben costruita era la “Trinitlad”, 110 tonnellate, che Magellano scelse come ammiraglia. I comandanti delle navi erano: Esteban Gomez, Juan de Cartagena, Gaspar de Quesada, Luiz de Mendoza e Juan Serrano.

Il 10 agosto 1519 le navi scesero il Guadalquivir fino a San Lucar; i capitani giurarono lealtà, pregarono insieme e salparono poi per il famoso viaggio il 20 settembre. Da San Lucar la flotta si diresse verso le Canarie poi restarono tre giorni a Tenerife e quindi si recarono a Punta Rasca per completare i rifornimenti. A un certo momento una caravella spagnola doppiò il promontorio e si ancorò; una barca fu calata e si diresse alla “Trinidad”. Un messaggero inviato dall’India-House, recava una lettera di Diego Barbosa nella quale si avvertiva Magellano che i suoi capitani avevano detto ad amici e parenti che se fosse accaduto qualcosa, lo avrebbero ucciso e che comunque non avrebbero ubbidito. Più deciso di tutti al tradimento era Juan de Cartagena. Magellano non fece osservazioni e come se niente fosse dette l’ordine di salpare.
Dopo violente tempeste incontrate sotto la costa della Guinea, la “Trinidad! indicò la rotta sud-ovest. Questa non era la rotta menzionata e concordata, e il capitano Cartagena chiese spiegazioni; ma la nave ammiraglia ordinò di seguire senza far domande. Schermaglie varie si susseguirono, come il saluto formulato non in modo adatto, risposte insolenti; commenti e critiche, domande su cambiamenti di rotta effettuati non una ma due volte. Protagonista di tutti gli episodi era sempre il capitano Cartagena. A un certo momento Magellano pose il capitano agli arresti, consegnandolo al capitano Luiz de Mendoza che sapeva essere uno dei due capi della congiura.
Il 29 settembre le navi approdarono nel nuovo mondo, al Capo Sant’Agostino. Le raccomandazioni di non provocare per alcun motivo battaglie o dissensi nel dominio del re del Portogallo furono osservate. Il 13 dicembre la flotta entrò nella baia di Santa Lucia a Rio de Janeiro, sempre in zona portoghese. Gli abitanti erano cannibali e l’abitudine era nata, a quanto veniva riferito, da un fatto curioso. Alcuni anni prima durante una lotta con un’altra tribù un giovane era stato fatto prigioniero. Sua madre piena di ira selvaggia aveva afferrato uno dei nemici e gli aveva morsicato una spalla. Fuggito e tornato dai suoi, il giovane aveva detto ohe la donna aveva tentato di mangiarlo. Da allora entrambe le tribù mangiavano i prigionieri.

Dalle coste del Brasile, la spedizione proseguì fino al Rio della Plata. Gli abitanti erano di statura gigantesca ed enormi erano pure le oche che poco dopo il convoglio notò vicino a un gruppo di isolotti. Ne furono uccise facilmente moltissime a colpi di bastone: nere con chiazze bianche sul petto, arrivavano alla cintura di un uomo. Non volavano, ma le ali servivano loro come pinne.In realtà, non si trattava di oche, ma di pinguini che nessuno aveva mai visto. Il 31 marzo la spedizione raggiunse l’estrema punta toccata da Amerigo Vespucci al 50° di latitudine sud, dopo aver incontrato un tremendo fortunale. Non tardò a manifestarsi un nuovo spirito di rivolta dell’equipaggio, prodotto anche dalla scarsezza di vitto e dalla conseguente riduzione delle razioni. La ciurma e i capitani si erano impadroniti della “Victoria” e della “Concepcion” e gridavano che volevano tornare indietro, sostenendo che erano stati presi in giro abbastanza col pretesto degli ordini del re. Magellano era sull’ammiraglia dove gli arrivò un messaggio degli ammutinati: convocatili, non consentirono a presentarsi; avvennero zuffe e tafferugli a bordo dei battelli, finché la mattina del 3 aprile la “Trinidad”, la “Victoria” e la “Santiago” furono schierate attraverso l’imboccatura della rada: le navi dei ribelli erano in trappola.
Passarono molte ore, poi a un tratto si sentì un confuso strepitio, alcuni tonfi sordi e un grido d’allarme. La “San Antonio”, avanzando fra le tenebre, trascinando la sua ancora, impossibilitata a muoversi e prendere il largo, andò a urtare contro la “Trinidad”. Furono lanciati gli unici abbordaggi, gli uomini della “Victoria” abbordarono la “San Antonio” e gli ammutinati si arresero. Luiz de Mendoza fu squartato e impalato sulla riva e con lui Gaspar Quesada. Altri furono condannati dopo un processo tenuto li per lì a essere abbandonati come naufraghi e altri ancora messi in catene fino a che la flotta non fosse partita. Si tentò di determinare la longitudine di porto San Giuliano che certamente si trovava in territorio spagnolo. La longitudine non fu determinata, ma il capitano generale decise di esplorare la zona.

Verso la fine di aprile la “Santiago” salpò l’ancora e partì per la decisa esplorazione. A mattina inoltrata, un uomo gigantesco apparve danzando sulla spiaggia e gettandosi manate di sabbia sulla testa. Il capitano generale mandò a terra un uomo che doveva rispondere alla pantomima del gigante con mosse analoghe. Finalmente il marinaio prese in barca il gigante e lo condusse alla piccola isola. Portato alla presenza del capitano generale, il gigante fece intendere di credere che gli uomini di Magellano venissero dal cielo. Egli dette al gigante e alla popolazione cui apparteneva il nome di Patagoni (grandi piedi). Erano talmente alti che gli Spagnoli arrivavano loro alla cintura. Avevano le facce dipinte di rosso con chiazze a forma di cuori sulle guance; come armi avevano un arco e frecce con la punta di pietra focaia. Quando i marinai mostrarono al gigante uno specchio ed egli poté vedere la sua faccia, si spaventò molto, ma poi ne fu affascinato. A mano a mano, al primo ne seguirono altri che furono battezzati e impararono anche qualche nome, come Gesù e Maria. Apparvero poi due marinai provenienti dalla “Santiago”, spauriti e coperti di stracci, sopravvissuti a manifeste sofferenze. Riferirono le peripezie della spedizione, e che tutti i loro compagni erano salvi e si trovavano sulla terra ferma.
Erano discesi lungo la costa per circa 60 miglia, e poi erano giunti a un grande fiume che il capitano Serrano aveva chiamato Santa Cruz. All’inizio aveva creduto di aver trovato lo stretto, perché l’acqua era salata, ma quando la marea defluì, l’acqua risultò dolce.
Iniziato il viaggio di ritorno, persero la nave in una grande bufera. Riuscirono però a salvarsi, lasciandosi cadere sulla spiaggia lungo I’albero maestro. Erano 37 uomini che, quando il mare si fu calmato, costruirono una zattera per attraversare il fiume. Visto che l’aspettativa si allungava troppo, i due arrivati si erano offerti di ritornare a porto San Giuliano per chiedere aiuti; erano riusciti seppure con grandi difficoltà ad arrivare alla riva opposta del fiume e quindi si erano diretti verso nord, alla ricerca della flotta.

Fu allestita in fretta una spedizione per portare soccorso ai naufraghi, che infatti fecero ritorno. La relazione che fece Serrano precisò che se non fosse stato per il timone spezzato nella tempesta, la nave non si sarebbe perduta e che a suo parere la flotta avrebbe potuto procedere fino a Santa Cruz. La traversata fu senza incidenti.
Si era in inverno, il vento soffiava molto forte e la nave rischiava continuamente di arenarsi. Magellano era convinto che Io stretto fosse vicino ed era combattuto fra il desiderio di ripartire al più presto e quello della stagione in cui si trovava. Il 18 ottobre la flotta lasciò Santa Cruz; il 21 apparve uno stretto passaggio nella costa, quasi un canale che si volgeva tortuoso fra le rive aspre e rocciose, isole e isolotti, dove la notte ardevano fuochi lontani. Per questo, quella regione fu chiamata Terra del Fuoco.

Il 25 ottobre fu avvistato un promontorio che Magellano chiamò Capo delle Undicimila Vergini; al di là di esso era una bassa lingua di sabbia coperta da alghe, gettate a riva dai marosi. La marea che si alzò di 12 metri coprì i banchi. Poiché il vento cominciò a tirare forte durante la notte, le navi misero le vele e incrociarono avanti e indietro nel centro della baia, lontano da terra. A mezzogiorno dell’indomani, diminuita la forza del vento, la “San Antonio” e la “Concepcion” furono mandate sotto vento a esplorare lo sbocco della baia; le altre due navi gettarono l’ancora e l’aspettarono. Le due navi in movimento potevano essere viste soltanto fra un’ondata e l’altra, perché la luce cangiante ora le nascondeva, ora le mostrava, ma poi si vide che erano proprio in capo alla baia e ci si accorse che stavano tornando indietro. Sembrava che esse facessero ogni sforzo per tenersi al largo dai banchi di sabbia della riva, ma una corrente le trascinò a grande velocità. Improvvisamente le navi, tutte e due insieme, virarono di bordo, si diressero alla punta, scomparvero dietro di essa. La mattinata del secondo giorno, cambiato il vento e soffiando verso il largo, ripartivano rapidamente sparando a salve. Quando furono più vicine, ci si accorse che gli equipaggi allineati lungo le muraglie gridavano come pazzi e agitavano i berretti.
Serrano con la “Concepcion” e Merquita con la “San Antonio” superarono la nave ammiraglia, una da una parte e una dall’altra: avevano trovato lo stretto che era proprio dietro quella punta di terra, stretto che Magellano chiamò Todos Santos, ma che poi prese il suo nome.

La navigazione dello stretto fu un meraviglioso successo. Negli anni dopo il 1520 il passaggio dal Capo delle Vergini all’entrata del Pacifico è stato raramente tentato per la sua difficoltà; eppure Magellano lo percorse con navi munite di vele quadre. Coste ripide e frastagliate, clima pessimo; neve, grandine, pioggia e vento quasi in continuazione; acqua così profonda che è indispensabile gettare I’ancora vicino alla riva; passaggio tanto stretto che di solito la riva sotto vento è sempre più vicina di cinque miglia; raffiche improvvise e violente, I’atmosfera densa di nebbia, scogli sommersi, correnti vorticose. All’epoca di Magellano, non esisteva per il passaggio dello stretto nessuna carta, nessuna indicazione di rotta, nessuna base di esperienza, eppure Magellano riuscì a passare.

Giunti sul Pacifico, i navigatori dovevano dirigersi, secondo il programma, verso le Molucche, ma il solito scontento dopo il primo delirante entusiasmo serpeggiò fra gli equipaggi per la scarsezza dei viveri. Una nave disertò e prese la via del ritorno; poiché un’altra era andata perduta presso Santa Cruz, tre navi affrontarono il Pacifico che fu così chiamato perché risalita la costa del Cile fino a Valparaiso il mare era tranquillo e i venti favorevoli. Volta la prua a nord-ovest soltanto dopo 3 mesi e 20 giorni di navigazione si approdò a un’isola: era l’isola di Guam, la maggiore delle Marianne.
La mancanza di viveri e le malattie avevano decimato gli equipaggi, sull’isola gli abitanti si dimostrarono ostili e cercarono di depredare i nuovi arrivati: donde il nome di isola dei Ladroni che le fu dato.
Ripartite, le navi raggiunsero le Filippine e qui poterono rifornirsi abbondantemente, visitandone molte e prendendone possesso in nome del re di Spagna.

Il 17 aprile del 1521 si compiva il destino di Magellano. Pur avendo affrontato e superato tanti pericoli nella navigazione e tante situazioni di emergenza con i propri equipaggi ribelli, quando sbarcò nell’isola di Matan con un piccolo gruppo di uomini, per riscuotere tributi dagli abitanti come solitamente faceva, l’ammiraglio si trovò di fronte gli indigeni in armi e rimase ucciso con alcuni dei suoi, dopo essere riuscito a mandare in salvo il grosso della piccola spedizione. Altri 24 spagnoli venivano poco dopo trucidati a tradimento nella vicina isola di Zebu e poiché questi ultimi erano tutti comandanti, la morte di Magellano e la loro lasciò la flotta abbandonata a se stessa. Una delle navi fu data alle fiamme perché rimasta senza equipaggio; le altre due vagarono a caso, toccando Palanan e Borneo e raggiungendo finalmente le Molucche a Tidore l’8 novembre del 1521. Approfittando del fatto che gli indigeni erano scontenti della dominazione portoghese, gli spagnoli, atteggiandosi a liberatori, caricarono le navi di spezie e ripresero il viaggio. Poté partire però soltanto la “Victoria”, perché la “Trinidad”, ritardando a causa di una falla, fu costretta ad arrendersi ai portoghesi.

La “Victoria”, ultima superstite delle navi salpate dalla Spagna, attraversava il mare di Banda fino a Timor, affrontando poi l’Oceano Indiano e navigando lontano dalle coste in mano ai Portoghesi; costeggiava l’Africa, doppiava il Capo di Buona Speranza e raggiungeva le isole di Capo Verde. Qui i 13 uomini discesi a terra per far provviste furono fatti prigionieri dai Portoghesi, ma gli altri 18, unici superstiti dei 265 partiti quasi tre anni prima, poterono raggiungere il 6 settembre 1522 il porto di San Lucar dal quale erano salpati.

Per la prima volta era stato compiuto il giro del mondo. Alla spedizione di Magellano partecipò il vicentino Antonio Pigafetta il quale, avuta notizia mentre si trovava a Barcellona dei preparativi del viaggio di Magellano, si recò a Siviglia e riuscì ad imbarcarsi come crado (addetto alla persona) nella nave stessa del comandante. Poté così seguire la spedizione a fianco di Magellano, svolgendo varie missioni e incarichi di fiducia. Fu uno dei 18 superstiti che riusci a rientrare in Spagna. Scrisse in italiano un’accurata e precisa relazione del viaggio che per la ricchezza e la vivacità di osservazioni sui paesi visitati e sugli avvenimenti succedutisi, costituisce uno dei più importanti documenti della storia delle esplorazioni.

GIOVANNI DA VERRAZZANO

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