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I CONQUISTADORES DELL’AMERICA

I CONQUISTADORES DELL’AMERICA

Alle scoperte successero le occupazioni delle terre scoperte. Più che lo spirito di curiosità e di conquista, vi fu la bramosia, l’avidità di sfruttare le regioni conquistate e di trovare spezie, oro, pietre preziose. Si iniziò così la triste e crudele opera di distruzione che colpì popolazioni, civiltà, tesori d’arte; si ebbero lotte spietate tra gli stessi conquistatori. Questo desiderio di scoprire e di impadronirsi di tesori ebbe anche un aspetto positivo: consentì di realizzare in breve tempo una abbastanza ampia e dettagliata esplorazione del continente sud-americano.
La spedizione di Colombo aveva praticamente dimostrato la possibilità, e la relativa facilità, di attraversare l’Oceano Atlantico. Come sappiamo, egli morì nella piena illusione di essere approdato in qualche punto del continente asiatico, ma coloro che gli susseguirono assodarono di lì a non molto tempo che si trattava di un continente di vaste proporzioni e del tutto separato dall’Asia.
La felice e insieme drammatica spedizione di Magellano, compiendo il primo giro del mondo, mostrò anche che non esisteva un passaggio fra l’Atlantico e il Pacifico se non alle estremità, sud del continente. I tentativi di trovare un passaggio da est a ovest si ripeterono a lungo, ma nella parte settentrionale dell’America.
Intanto, al desiderio e alle aspirazioni scientifiche e commerciali degli esploratori, si aggiungeva l’ansia delle maggiori potenze del tempo di arricchirsi in qualsiasi modo, se non con le spezie, con l’oro o altri materiali preziosi ili cui era balenata l’esistenza nelle ultime spedizioni e dei quali i più fortunati avevano portato in Spagna e in Portogallo svariati campioni.
Come già i Portoghesi avevano fatto in Africa, trasformando le occupazioni da commerciali in politiche e militari, inviando spedizioni armate e truppe per rinsaldare il possesso delle terre su cui avevano messo piede, così gli Spagnoli si dedicarono alla ricerca delle ricchezze agognate, frugando e sfruttando il nuovo continente americano. Agli esploratori, seguirono i conquistadores.
Il primo di questi personaggi – Vasco Nunez de Balboa – che ebbe anche la ventura di affacciarsi al Pacifico, traversando l’istmo oggi detto di Panama, penetrò nell’interno alla ricerca di miniere d’oro, uccidendo e facendo strage degli indigeni che cercavano di ostacolargli il cammino. Come molti altri, prima e dopo di lui, anche egli rimase vittima degli intrighi e delle gelosie che sempre accompagnavano queste spedizioni e fu imprigionato, processato e ucciso con accuse facili, trovate dal governatore del Darien, Pedrarias de Avila. L’ultima impresa di Balboa fu un’altra prova dell’energia e dell’intuito che lo animava: fu infatti il primo costruttore di navi nel nuovo mondo.
Già i primi che avevano costeggiato lo Yucatan  – il Cordoba e il Grijalva – avevano constatato che, sia la regione, sia gli indigeni che l’abitavano, erano molto diversi dalle isole esplorate e dai nativi incontrati in un primo tempo: il territorio (Messico) era disseminato di belle opere architettoniche e gli abitanti erano ricchi di collane e braccialetti d’oro che li ornavano.
La gloria e le esaltazioni universali che l’accompagnano furono appannaggio di Hernan Cortez. Si era imbarcato per il nuovo mondo affascinato dai racconti, dal desiderio, dalla speranza di far fortuna. Dapprima fece il piantatore a Hispaniola, poi partecipò a una spedizione per Cuba; infine riuscì a farsi dare l’incarico di dirigere la spedizione td conquista nel Messico.
Nel 1519 sbarcò nello Yucatan con circa 1000 uomini, pochi cavalli e qualche pezzo di artiglieria e avanzò verso la città, che oggi si chiama Vera Cruz. Qui si trovò davanti per la prima volta gli inviati dell’imperatore azteco Montezuma che abitava a Mexico (casa del Dio della guerra), cioè in quella che poi doveva chiamarsi Città del Messico. L’imperatore onorò il nuovo arrivato, di cui ammirava i cavalli che non conosceva, si sottomise spontaneamente agli Spagnoli e svelò ricchezze del Messico. Alcuni mesi dopo, però, incendiata la flotta e superati i soliti intrighi dei suoi connazionali, Cortez avanzò sulla capitale e riuscì a far prigioniero Montezuma.
La civiltà, e soprattutto la religione degli Aztechi, se meravigliarono gli Spagnoli e acuirono la loro avidità, li fecero anche inorridire per l’abitudine a praticare sacrifici umani. Nessuno cercò di penetrare e rendersi conto d.ella complessa anima azteca e dell’altissimo grado della civiltà raggiunta. l’intolleranza religiosa degli Spagnoli a era resa ancora più viva in quei tempi, per l’avvertire dell’invito sovvertitore di Martin Lutero; essi considerarono gli Aztechi come pagani da convertire e da distruggere i loro monumenti, i loro templi dedicati a riti barbari come il sacrificio umano, senz’altro da abbattere. Le città del Messico, ricche di canali, lagune, dighe e isole natanti di fiori, apparivano ai conquistatori opere del demonio. I sacerdoti che accompagnavano la spedizione di Cortez dimostrarono cautela e notevole senso politico. Cortez cercò di convertire Montezuma, ma I’imperatore pareva propenso a credere che fosse meno grave sacrificare esseri umani agli dei, piuttosto che nutrirsi della carne e del sangue di Dio, come facevano i cristiani. Cortez chiese allora il permesso di visitare uno dei templi, permesso che gli fu accordato; salì sul principale di essi, il grande Teocalli, e vide insieme con i suoi compagni l’altare dei sacrifici – un blocco di diaspro e un coltello di ossidiana – e I’immagine terrificante di una delle due divinità, principali, Huitzilopochtli (l’altra era il serpente piumato Quetzacoatl), ohe apparve agli Spagnoli come una maschera vivente del demonio. Un serpente tempestato di perle e di pietre preziose si avvolgeva intorno al corpo del dio, le pareti della stanza erano grondanti di sangue e sull’altare c’erano tre cuori umani. Cortez avrebbe voluto innalzare in quel luogo che era il più alto della città, una croce, ma il padre
Olmedo lo dissuase. Accanto al tempio su una collina di terriccio c’era un’altra costruzione che conteneva, ben ordinati, un numero enorme di crani delle vittime.

Cortez passò dalle esortazioni alle minacce: occupò una delle torri del grande Teocalli, fece ripulire il tempio, erigere un altare e vi collocò la croce e l’immagine della Vergine; poi tutti insieme cantarono un grande Te Deum.

Fattanto Cortez si era assentato per sconfiggere Narvae. Aveva lasciato come suo delegato Alvarado. Gli Aztechi gli chiesero di celebrare una loro festa religiosa e Alvarado concesse il permesso purché non fossero compiuti sacrifici umani e i partecipanti fossero disarmati. Sul più bello della festa, soldati spagnoli, mescolati ai fedeli inermi, li massacrarono tutti. A questo massacro il popolo azteco insorse. Quando Cortez ritornò, riuscì a liberare Alvarado bloccato in un palazzo, ma nonostante la distruzione delle case, rimase egli stesso bloccato, perché gli Aztechi gli avevano tagliato tutti i ponti della ritirata. I ribelli avevano scelto come capo il fratello di MontezumaCuitlahnac. L’imperatore ancora prigioniero si offrì di fare da intermediario fra il suo popolo e gli Spagnoli e si presentò ai suoi sudditi rivestito di tutte le insegne imperiali. Non riuscì neppure a cominciare a parlare, perché fu immediatamente lapidato. Cortez allora dette l’ordine di abbandonare la città, e autorizzò i soldati a prendere quello che volevano del tesoro azteco, tesoro che per i più avidi fu una vera palla al piede e impedì loro di seguire il grosso delle truppe. In mezzo a inenarrabili difficoltà, servendosi anche di un ponte trasportabile che si erano costruiti da sé, gli Spagnoli riuscirono a fuggire dalla città, ma in breve, sia per il peso eccessivo che portavano, il quale aveva fatto affondare il ponte, sia per il numero e la disperata azione degli Aztechi, la ritirata si trasformò in fuga disordinata. La salvezza venne proprio da Cortez che, divisa la sua schiera in tre gruppi, si lanciò con venti cavalli nel pieno della massa nemica. Benché ferito alla testa, riuscì a raggiungere il comandante in capo dei nemici Cihuacu, riconoscendolo dal bastone (che portava assicurato sul dorso) il quale aveva sulla punta una rete d’oro che serviva da bandiera e da insegna di battaglia: lo uccise, gli strappò la bandiera dorata e I’agitò sulla mischia. Gli Aztechi fuggirono precipitosamente e il Messico, sebbene si sollevasse varie volte nei mesi successivi alla battaglia di Otumba, era ormai preda degli Spagnoli che distrussero la capitale. Colmarono i canali, eressero chiese, divisero il territorio secondo il principio dei repartimientos, cioè con la schiavitù di tutte le popolazioni azteche. Dopo diversi anni, alcune famiglie spagnole si erano installate nella nuova Città del Messico, ricostruita.

Il tesoro di Montezuma però andò disperso in modo misterioso e non fu mai più recuperato. Dopo la vittoria sugli Aztechi, Cortez e i suoi soldati credettero di ritrovare quanto non avevano potuto portar via all’inizio della ritirata, ma del tesoro non c’eta più traccia.
Furono frugati invano fossati e lagune; quel poco che si poté rintracciare, spedito in Spagna, cadde invece in mano al re di Francia Francesco I, per aver una nave francese catturato la nave spagnola che portava il tesoro. Il padrone del Messico, Cortez, si spinse verso l’America centrale, nel Guatemala e nell’Hondutas, e poi volse a nord verso le coste della bassa California. Ne iniziò l’esplorazione, ma dovette tornare in Spagna per mancanza di aiuti. I soliti intrighi e le solite gelosie impedirono a Cortez di ottenere da Carlo V l’ammissione alla corte; egli morì oscuramente nel 1547, presso Siviglia.
Importanti sono le cartas de relacion a Carlo V del periodo 1519-26 (di cui la prima è andata perduta) nelle quali Cortez descriveva le sue imprese nel Messico. Nel periodo coloniale spagnolo fu dato il suo nome al Golfo di California.

Un’altra spedizione di tutt’altro genere e di tutt’altra sorte fu compiuta da Francisco Vasquez de Coronado, che già aveva preso parte con Cabeza de Vaca alla ricognizione del Texas e dell’Arizona, Il Coronado partì dal Messico, attraversando l’Arizona raggiunse il Colorado e poi si spinse verso est, raggiungendo il Kansas e l’Arkansas. Non trovò né oro né gioielli, ma grandi mandrie di bisonti, che pascolavano nelle estese praterie, e villaggi di tende i cui abitanti avevano le capigliature ornate di penne: erano i pellirosse.
Un’altra spedizione, guidata da Hernando de Soto, era partita dalla Florida, aveva raggiunto i monti Appalachi, aveva attraversato la Georgia fino alla Carolina del Sud; aveva poi raggiunto il Mississippi. Il De Soto fu ucciso dalla fatica e dagli stenti e i superstiti raccontarono al ritorno, compiuto lungo il Mississippi, che quello regioni non offrivano nessuna ricchezza.

Ricchezze favolose si narrava invece fossero in un paese lungo le coste del Pacifico. La notizia era stata portata da Pascual de Antagoya di ritorno dalla Castiglia aurifera, dal Panama e da un viaggio lungo le coste del Pacifico. Affascinati dal suo racconto, due avventurieri che si trovavano da tempo a Panama, riuscirono a mettere insieme ed avere il comando di una piccola spedizione: erano Francesco Pizarro e Diego de Almagro.
Il primo tentativo fallì. Avuto il consenso del governatore P. d’Avila, nel 1526 ebbe inizio la seconda spedizione che raggiunse il fiume San Juan, la baia di San Mateo e il porto di Tacamez. Furono visitate l’isola di santa Clara e Tumbez nel Golfo di Guayaquil e raggiunsero il porto di Santa, a 9° di latitudine sud.. Di qua, avute altre notizie sulle ricchezze incaiche, il Pizarro tornò a Panama e si recò quindi in Spagna dove otteneva dal re la necessaria capitolazione, e il titolo di capitano generale e governatore delle nuove terre. L’Almagro, che aveva avuto dal governatore d’Avila l’incarico di sorvegliare il Pizarro, rimase molto irritato dai titoli concessi al Pizarro e non a lui.
Tuttavia nel gennaio 1531 partì da Panama la terza spedizione. A Tumbez il Pizarro, che si era temporaneamente diviso dall’Almagro, seppe dell’esistenza di una lotta fra due aspiranti al trono inca e della presenza di uno di essi in Atahualpa nella vicina Cajamarca. Senza attender l’arrivo dell’Almagro, il Pizarro raggiunse Cajamarca dove Atahualpa, terrorizzato dai bianchi e soprattutto dai loro cavalli (ignoti nel Perù come nel Messico) cercò di venire a patti con I’invasore, offrendogli molti doni e invitandolo nel suo campo. Catturato Atahualpa, questi restò prigioniero qualche mese e fece consegnare un riscatto, calcolato a circa 100 milioni di euro in oro. Il pagamento però non significò la liberazione di Atahualpa che fu impiccato. La popolazione degli Inca rimase smarrita, l’esercito si sfasciò e verso la fine del 1533 Cuzco veniva conquistata e abbandonata al saccheggio e alla devastazione dei soldati. Pizarro, temporaneamente libero dall’Almagro, che partiva alla conquista del Cile, fondò la nuova capitale del Perù, Lima.

L’Almagro, attraversata la Bolivia era entrato in Argentina e passate le Ande era giunto nel Cile, donde riprese la via del ritorno, senza aver trovato né oro né gemme. A Cuzco i sovrani inca, figli del Sole, regnavano con un governo assoluto. Le città erano ricche di edifici potenti costruiti con massi sovrapposti così perfettamente aderenti gli uni agli altri che gli Spagnoli credettero, in un primo momento, aver trovato gli Inca il modo di ammorbidire la pietra. Il paese era ricco d’oro e di smeraldi; l’artigianato delle stoffe e delle ceramiche aveva raggiunto espressioni molto elevate.

Nel paese però, insieme con queste espressioni di civiltà, si mantenevano costumi barbari, compresi quelli dei sacrifici umani.
L’esosità e le violenze dei conquistatori indussero gli abitanti di Cuzco, che sorgeva a 3000 metri di altezza ed era protetta da una serie di poderose fortificazioni, a ribellarsi. La città era assediata e a stento difesa dai due fratelli del Pizarro, Gonzalo e Ferdinando. L’Almagro riuscì a liberare la città ma catturò i due fratelli del Pizarro, sostenendo che la città era compresa nella sua giurisdizione.
Mentre Gonzalo riuscì a fuggire, Francisco Pizarro patteggiava con I’Almagro la liberazione di Ferdinando. Ottenutala, marciò in armi contro l’Almagro che, dopo una sanguinosa battaglia a La Salinas, fu sconfitto, fatto prigioniero, processato, condannato a morte e strangolato in carcere. I Peruviani, che avrebbero potuto approfittare della lotta fra gli stessi conquistatori, erano ormai convinti che nulla si potesse fare contro gli stranieri d’oltremare e assisterono passivi ai combattimenti. Francisco inviò in Spagna il fratello Ferdinando per controbattere le accuse mosse contro di lui dal figlio di Almagro; egli fu però arrestato e rimase in carcere ben 23 anni prima di potersi ritirare a Traschiglio.

Nel frattempo i partigiani dell’Almagro, raccoltisi intorno al figlio di questo, Diego, penetrarono nel palazzo di Francisco Pizarro a Lima e lo assassinarono a pugnalate. L’altro fratello Gonzalo, nominato da Francisco governatore di Quito, iniziò una spedizione verso il mitico Eldorado, traversò le Ande, entrò nell’Arizona e spinse Orelana a tentare la navigazione sul Rio delle Amazzoni. Anche lui, dopo varie vicende, partecipò a varie rivolte, ottenne e perdette titoli, poi finì giustiziato nel 1549. Lo stesso figlio di Almagro poté godere per poco del suo potere perché un nuovo governatore giunto dalla Spagna lo sconfisse in battaglia e lo fece decapitare.

Frattanto era stata ripresa la penetrazione verso il sud, iniziata e poi abbandonata da Almagro. Pedro de Valdivia riuscì a occupare il Cile dopo 10 anni di lotte asperrime, dal 1540 al 1550. Le città di Santiago, Valparaiso e la stessa Valdivia, furono da lui fondate.
La lotta fu molto aspra perché i suoi oppositori erano i feroci Araucani gelosi e fieri della propria indipendenza, tanto che avevano resistito e avevano evitato la sottomissione al dominio degli Inca.
Con le operazioni del Valdivia, venne conquistata tutta la regione delle Ande. La spedizione era facilitata dalla leggenda che nel cuore dell’America meridionale esistesse una regione ricchissima di oro e di gemme, chiamata Eldorado, del tutto inesistente. Pare che la leggenda fosse nata dal rito di una popolazione dell’interno il cui capo, una volta all’anno, durante una festa sacra, prima di fare le abluzioni rituali si cospargeva il capo di polvere d’oro; da re dorato derivò Eldorado.

La bramosia dell’oro spinse verso il mitico Eldorado non solo gli Spagnoli, ma anche altre popolazioni, fra cui i Tedeschi. A parte il valore delle esplorazioni in se stesse, l’Eldorado non fu naturalmente trovato e si dovettero lamentare molte perdite umane nei combattimenti contro gli indigeni.

Quando Gonzalo Pizarro, passato nell’Ecuaclor dal Perù attraverso la cordigliera delle Ande, e per il tempo e l’insalubrità della regione era stato costretto al ritorno, senza aver trovato le ricchezze e il favoloso reame dell’Eldorado, un suo ufficiale, Francisco de Orellana, sceso lungo il Napo in cerca di cibo, da affluente in affluente fu trasportato dalle forti correnti fino al Rio delle Amazzoni; impossibilitato al ritorno, continuò a navigare lungo tutto il corso del grande fiume e fu pertanto il primo ad attraversare il continente americano. Poiché gli uomini del brigantino e il loro comandante Orellana non tornavano furono da Gonzalo e dai compagni che li aspettavano considerati morti o dispersi.
La navigazione sul Rio delle Amazzoni avvenne fra vicende fiabesche, incontri e scontri con gli indigeni, talora innocui e amici, talora ferocemente ostili.
Più di una volta la nave stette per essere frantumata sulle rocce o nelle furiose rapide del fiume, cercando di viaggiare sempre al centro perché ogni volta che tentava di approdare, le bellicose tribù che popolavano le sponde piombavano sul piccolo equipaggio e Io seguivano poi per miglia e miglia. Il viaggio richiese la navigazione di migliaia di miglia attraverso territori mai visti prima di allora. Insieme con narrazioni precise di avvenimenti reali, l’Orellana riportò anche varie leggende udite, fra cui quelle che nelle terre lungo il fiume vivevano donne guerriere che per combattere più agevolmente si amputavano un seno e venivano chiamate amazzoni. La leggenda si impose alla realtà, e dette al fiume il nome che porta.
Francisco de Orellana riuscì comunque a compiere la propria impresa: giunse alla foce del grande fiume e arrivato nell’Atlantico si diresse verso l’isola di Cubagna e di là fece ritorno in Spagna. A corte narrò le sue avventure e riaffermò la sua certezza sull’esistenza dell’Eldorado, ottenendo quindi il mandato per la conquista e la colonizzazione delle terre conquistate, ma morì durante il viaggio e non poté neppure dare il nome alle acque che aveva scoperto.  Le terre intorno al Rio delle Amazzoni caddero nella giurisdizione del Portogallo.

Molte altre spedizioni attratte dal miraggio dell’oro vennero organizzate, partirono e andarono disperse, trucidate dagli indigeni e annientate dagli stenti, senza peraltro che si perdesse la fede nell’esistenza di questo regno di favola o si smorzasse in qualche modo la cupidigia dell’oro che si sperava di trovare. Una conseguenza benefica tuttavia fu portata da questa cupidigia: la rapida esplorazione del territorio a nord del Rio delle Amazzoni.

Mentre il Portogallo continuava a interessarsi assai blandamente alle proprie zone di influenza in America, perché ancora proteso verso le Indie, la Spagna continuava nella sua azione di conquista. Nel 1535 nel grande estuario del Rio della Plata venne fondata Buenos Aires da Pedro de Mendoza; il suo successore Juan de Ajolas risaliva il Paranà, e il Paraguai e fondava Asuncion. Gli indigeni uccisero l’Ajolas e assediarono Asuncion che fu però liberata da Cabeza de Vaca, il quale assunse anche il governo della regione e tornò a fondare Buenos Aires in posizione migliore, essendo stata la prima fondata dal Mendoza, già dstrutta.
Anche qui i conquistatori erano in lotta gli uni con gli altri, pur mentre combattevano contro gli indigeni. Fra gli spagnoli emerse Domingo Martinez de Irala che, liberatosi dei competitori, si avventurò nell’interno fino a entrare in contatto con il Perù e il Cile, stabilendo rapporti commerciali fra i vari paesi, costruendo strade e fondando città.
Attorno al 1560 tutta l’America meridionale di influenza spagnola era stata conquistata e organizzata. Non mancarono fra i conquistatori anche scrittori, poeti e taluni di mentalità più aperta e di tendenze più miti verso i popoli conquistati. Il poeta Alonso de Ercilia nel suo poema La araucana celebra la conquista del Cile alla quale aveva preso parte. Nel poema sono esaltati sia Pedro de Valdivia, Francisco de Vilagra, Hurtado de Mendoza, che gli indigeni araucani disperati difensori della loro terra e delle loro tradizioni.
Fra Bartolomeo de las Casas, grande missionario cattolico dell’America, denunciò a Carlo V gli eccessi e le crudeltà dei conquistatori e si prodigò con la parola, l’opera e gli scritti per cercare di impedire lo sfruttamento indiscriminato delle popolazioni autoctone e la loro conseguente scomparsa.

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