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L’OPERA DI JAMES COOK (The work of James Cook)

Ritratto di  James Cook (1775) (Nathaniel Dance-Holland)
National Maritime Museum, Londra

L’OPERA DI JAMES COOK

Nel febbraio del 1779, nella sperduta baia di Karakakoa – alle isole Hawaii, nell’Oceano Pacifico – muore in un incidente, ancor oggi tutt’altro che chiaro, uno dei più grandi esploratori della storia della marina di tutti i tempi. Era nato in Inghilterra, da un contadino dello Yorkshire, il 27 ottobre 1728. Si chiamava James Cook.
Fin da giovane aveva viaggiato sui mari, prima come mozzo su una nave mercantile inglese, poi come marinaio. A 27 anni d’età aveva già il comando di un piccolo bastimento. Era un autodidatta e pronto ad approfittare di ogni circostanza per imparare e per formarsi una solida cultura marinaresca e scientifica osservando e ascoltando; occupava tutto il suo tempo libero a studiare matematica e astronomia. Così – senza alcun titolo di studio – arrivò al comando di navi mercantili di stazza sempre maggiore. Durante la lunga ed estenuante guerra dei Sette Anni, sul fronte canadese, nel 1755, Cook entrò nella marina militare ed ebbe la possibilità di mostrare tutte le sue capacita di uomo di mare, pieno di coraggio e di esperto cartografo.
Dopo la guerra egli fu incaricato di redigere numerose mappe della costa, ove aveva combattuto, della Terranova e del Labrador, e il compimento di questa missione apri a Cook la strada del successo e l’incarico di comando per altre e più importanti missioni.
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Dal 1768, fino alla morte, nel 1779, Cook organizzò e comandò tre grandi spedizioni nell’Oceano Pacifico, che valsero a disegnare la prima grande mappa scientificamente esatta e completa – da polo a polo, da costa a costa – del grande oceano; e a lui e a questi suoi viaggi si deve la reale ‘scopetta’ dell’Australia come continente.
Se il nome di Cook è ancora oggi non solo ricordato come uno dei massimi geografi scienziati dell’età delle grandi esplorazioni marine, ma come popolare – eppur attendibile – ‘divulgatore’ della vita, degli usi e dei costumi del popolo delle isole da lui esplorate nel Pacifico (i Polinesiani), questo si deve al suo diario The journals.
È un diario di bordo scritto giorno per giorno, viaggio per viaggio; con una curiosità, che già potremmo definire giornalistica, nel senso più nobile di questa parola; un’opera che al di là della fredda esperienza di altri libri di viaggio o della rievocazione fortunosa di altri autori, mira ad essere scientificamente ineccepibile, monumento illuminato e di gradevolissima lettura. Un’opera che, se pur s’occupa di terre sparse in tutto l’Oceano Pacifico, raggiunge però la sua rarità, unicità, nei lunghi capitoli dedicati a quella civiltà, polinesiana che egli solo conobbe nel suo massimo splendore.
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Dal tempo dei suoi primi approdi nei Mari del Sud in poi, difatti, missionari, avventurieri, emissari colonialisti delle grandi potenze, mutarono, trasformarono e contaminarono il mondo delle isole, che nel breve giro di pochi decenni non fu più lo stesso; ma quando Cook vi sbarcò, nel 1769, nel 1777 e nel 1779, prove della civiltà polinesiana erano sparse nelle isole ovunque, nelle più popolate e nelle meno. Erano le gigantesche espressive statue dei Tiki, sull’isola di Pasqua e alle Marquises; erano le raffinatezze decorative dei tapà, le stoffe vegetali dipinte con colori naturali; erano i ritmi arcaici ma perfetti delle otea, delle aparima, degli huté suonati da orchestre numerose e perfettamente affiatate; erano le minuziose, affascinanti storie cli genti, capi, viaggi e lotte che oralmente gli huarépò (sacerdoti della memoria) si tramandavano da due millenni ripetendole ogni notte a voce alta; erano le cognizioni astronomiche e naturali che permettevano a semplici piroghe doppie a remi e a vela di spostarsi tra gli arcipelaghi e sino alla lontana America del Sud e al lontanissimo  Madagascar senza perdersi e ritrovando facilmente la rotta per ritornare a casa, mesi e anni dopo; erano le nozioni di medicina, di giustizia, di igiene e di educazione che ogni comunità polinesiana possedeva – e possiede – come bene comune di tutta la stirpe anche se ogni gruppo è isolato da altri da migliaia di miglia d’oceano.
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Ma l’evidente semplicità della vita quotidiana non era sopraffatta o condizionata da questa alta civiltà, e anche questa era una constatazione facile a farsi attraversando qualunque villaggio polinesiano, osservando uomini e donne e vecchi e ragazzi nella loro esistenza tranquilla nei faré lungo le spiagge e le foreste di cocco come in un mondo ideale nei primi giorni della sua creazione, ancora vergine e primitivo. Cook nel suo giornale di viaggio ai ha lasciato un documento prezioso; prezioso soprattutto, non solo perché è il primo e testimonia dello stato originario di questa civiltà, poi corrotta – dalla scoperta di Tahiti in poi, la civiltà, polinesiana rapidamente decadde – ma anche perché questo mondo polinesiano è stato poi studiato, descritto, analizzato, mitizzato, mistificato, cantato e dipinto da scrittori, poeti, pittori; nomi d’autori di secondo piano, o sconosciuti, s’alternano a quelli famosi dei  Melville, dei Gauguin, degli Stevenson. E al ‘documento’ si è sostituito il ‘mito’.
Qui si è voluto dare, con le illustrazioni e con le citazioni, testimonianza di questi due modi di sentire la Polinesia: quello di Cook, nelle descrizioni scarne e vive; quello di una cultura europea che guardò alla Polinesia come ad una vera, rinnovata ‘arcadia’. A tratti, si evoca anche la voce medesima dei Polinesiani, tuttavia anch’essa filtrata dal gusto e dall’orecchio colto, europeo.
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Il diario di Cook resta come documento; e non solo perché è la testimonianza dei primi occhi europei che conobbero la semplicità, e la felicità delle isole, ma soprattutto perché l’assenza di ogni filtro letterario dà alle sue pagine una immediatezza di sensazioni capace di farci comprendere quanto l’audace, freddo, riservato capitano inglese si fosse emozionato, e quanto amasse la vita polinesiana, quanto perfettamente l’avesse compresa.
E quanti sono, nella storia degli esploratori europei, coloro del quali possiamo serenamente dire che hanno capito il mondo che avevano “scoperto”?
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