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TAHITI – POLINESIA

IL PRIMO STUDIO DI TAHITI

Dopo le entusiastiche accoglienze dei Polinesiani, James Cook  stabilì di porre la sua prima base, e costruì un accampamento fortificato proprio sulla spiaggia della baia di Tahiti. Lasciati il suo luogotenente al comando della nave all’ancora e l’astronomo Green al comando del forte, Cook iniziò la ricognizione dell’isola.

La bellezza dell’isola stupì, la fraterna, umana semplicità dei Polinesiani commosse gli Inglesi, e Cook per primo. Ma lo stordimento e lo smarrimento davanti a quella natura non fecero dimenticare gli scopi scientifici del viaggio, e subito ognuno s’accinse ai suoi compiti.

Cook, personalmente, rilevò I’intero perimetro dell’isola e ne disegnò una accurata carta delle coste. E intanto, di villaggio in villaggio gli esploratori vennero a contatto con una popolazione felice, semplice, accogliente; e ovunque grandi feste vennero tributate agli Inglesi. I capi dell’isola li vollero come ospiti, e Cook si presentò loro – ogni volta – con doni curiosi e inaspettati, e in alta uniforme per far ben comprendere quanto egli rispettasse e onorasse l’autorità locale.

Uno degli scopi della missione di Cook era – come s’è detto – di portare un gruppo di astronomi al centro del Pacifico per osservarvi il passaggio del pianeta Venere; studio che la buona riuscita del viaggio permise di compiere ottimamente. In onore dell’osservazione di quel pianeta la lingua di terra al centro della laguna di Tahiti, ove i telescopi furono puntati su Venere, è chiamata ancora oggi Pointe Venus.

A quel punto lo scopo ufficiale della missione poteva considerarsi concluso, ma Cook volle ancora trattenersi per approfondire la conoscenza dei Polinesiani; prese appunti sulla loro lingua, compilando una sorta di vocabolario, e riferì di usi e costumi sociali e familiari (della religione locale s’occupò più a fondo nel secondo e terzo viaggio). Cercò di risalire nella storia locale, ma invano. Prese nota dell’alto grado di perfezione delle arti locali, quelle figurative che trovano la loro espressione nei Tiki, di pietra e di legno, e quelle musicali. I Polinesiani, scrive Cook, potevano riuscire ad esprimere tutto con i loro balli, la loro gioia, come il loro dolore, l’ira e l’amicizia.

“Hanno una danza, cui avvezzano giovani e giovinette fino dalla prima eta, e forma questa in certo modo i principi della loro educazione”, scrisse Cook nella cronaca del suo primo viaggio. E aggiunse: “Certi danzatori battono il tempo con una sorta di paniere di vimini, ch’essi tengono in mano, ornato di piume. E hanno alle gambe sonagliere di denti di pescecane, e sia il paniere che le sonagliere le fan roteare in cadenza. (…) Quindi amano e la musica e il canto, a cui commettono i propri affanni, e le storie delle loro peregrinazioni. La lingua di Tahiti (pari in questo alla latina e alla greca) ammette inversione di parole senza che ne nasca ambiguità di senso. E i modi della medesima ridondano di traslati e d’immagini. Per annunziare morte di taluno diranno: L’anima di lui va nelle tenebre’. Quegli che voglia far conoscere ad altro la propria madre, esclamerà: ‘Questa è la donna che mi ha portato nel proprio seno’. Con frase che si direbbe tolta dai libri santi, gli effetti del dolore si esprimono per ‘la commozione delle viscere’. Secondo i Tahitiani la sede primaria di ogni sensazione è nei visceri. A proposito dei visceri, essi vantano i prodigi della loro chirurgia, e quegli operatori chiamati ‘Rapau’ vollero farci credere d’inserire nei casi di fratture di ossa pezzi di legno suppletori all’osso mancante, su dei quali, a dir loro, cresce poscia nuovamente l’osso. E noi stupimmo”.

La fraternizzazione tra Cook e i capi polinesiani permise al capitano inglese di raccogliere anche informazioni che interessassero da vicino il suo compito di geografo e cartografo.

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