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VIAGGIO IN POLINESIA – Bora Bora – (Travel to Polynesia)

VIAGGIO IN POLINESIA

Parlando con alcuni tavanà di Tahiti (i tavanà sono i capi polinesiani), James Cook  venne a sapere dell’esistenza di un altro gruppo di isole a non grande distanza da Tahiti.
“(…) Decisi di far vela per Bora-Bora, alla quale isola mi traeva soprattutto la voglia di acquistare l’ancora del capitano Bougainville, prima di noi giunto a queste isole – scrive Cook nel suo Diario. – Fu questa un’ancora dal predetto viaggiatore perduta nelle acque di Tahiti, e, raccolta dagli abitanti, venne spedita in dono al re di Bora-Bora. Il ferro per il commercio cominciava a mancarmi, tanto distribuito se n’era nei doni e cambi con gli indigeni fino a quest’epoca visitati, e la predetta ancora poteva essermi del più rilevante compenso”.

Addoloratissimi, i Tahitiani videro il battello inglese salpare le ancore; al comandante amico essi avevano dato come pilota e guida un marinaio di grande esperienza di nome Tupia, che seppe indicare con la massima esattezza la rotta per le nuove isole.

“Il tempo era bello – scrive Cook. – Un vento propizio gonfiava dolcemente le nostre vele, e Tupia ci parlava di Uaena, di Ulietea, di Otaa, e di Bora-Bora, terre distanti meno di due giorni da Tahiti, e ove al suo dire avremmo trovato ottime accoglienze. (…) Passata l’isola di Eimeo, vedemmo quella chiamata dagli abitanti Tapoamanao, indi la terra di Uaena. (…) L’indomani riprendemmo ancora a navigare e potei conoscere ancor meglio le isole di quell’arcipelago. (…) Diedi nome di “Isole della Società” alle sei isole Ulietea, Otaa, Bora-Bora, Uaena, Tubai e Maurua. (Tra Ulietea ed Otaa, era una sì grande quantità di scogli di coralli, che è impossibile a un vascello di passare per mezzo alle medesime: questi formano diversi porti eccellenti, di angusto ingresso per vero dire; ma ogni pericolo è cessato quando vi si è dentro). L’isola di Bora-Bora si fa conoscere da un’alta e scoscesa montagna, che le è quasi perpendicolare, e che termina alla cima con due picchi, dei quali uno è più alto dell’altro”.

Da queste pagine del Diario di Cook è possibile notare l’attenzione precisa posta dall’esploratore nell’esporre quei dati geografici sulle isole che egli poi corredava con minutissime mappe e carte nautiche disegnate di suo pugno.

Bora-Bora: è – senza dubbio – I’isola più bella di tutto il Pacifico, e probabilmente di tutti i mari del mondo; l’alta montagna dolomitica pare piantata di violenza al centro di una laguna dalle acque d’un celeste chiarissimo, chiusa da una corona di atolli: tutt’intorno, il blu profondo dell’oceano aperto; le sue estesissime lagune e barriere di corallo sono però un ostacolo insidiosissimo per i navigatori che dall’oceano aperto vogliono entrare nella laguna; Cook, avvicinandosi alla costa e cercando approdo, osservò preoccupato che queste scogliere – negli improvvisi giochi dell’alta e della bassa marea – mutavano addirittura l’aspetto dello coste.

Furono gli stessi pescatori polinesiani di Bora-Bora a trar d’impaccio il comandante inglese. Con le loro piroghe a vela, andarono incontro a quel battello (ai loro occhi gigantesco) e lo guidarono attraverso il difficile canale delle pass, verso un ancoraggio sicuro nella laguna interna.

In quest’isola Cook rimase qualche giorno, strinse subito amicizia – anche grazie alle qualità diplomatiche di Tupia – con gli isolani, ricambiando la loro amicizia e accertatosi delle amichevoli intenzioni della popolazione locale e dei suoi capi, Cook venne al motivo della sua visita a Bora-Bora.
Condotto dal polinesiano Tupia, fece visita al re dell’isola e gli espose il suo desiderio d’avere da lui un’ancora in ferro che a Bora-Bora si diceva avesse perduto Bougainville; fu una trattativa che val la pena di seguire leggendo la relazione che ne fece Cook stesso nel suo Diario:
“(…) Decisi allora di porgli sott’occhio gli oggetti preparati in contraccambio dell’ancora che da me veniva richiesta. Consistevano questi in una veste da camera in tela, in alcuni fazzoletti da spalle di velo, in uno specchio, in granelli di vetro, e in sei accette, che eccitarono l’ammirazione dei circostanti. Nulla oppose quel re, che fosse contrario ai miei desideri: ed unicamente ricusò a qualsiasi patto di toccare i miei doni, finché io non avessi prima ricevuta l’ancora: non tardai ad accorgermi derivare da delicatezza tale sua ritrosia. Condotto per ordine del medesimo ad un’isoletta, ove l’ancora stava depositata, osservai che mancava alla medesima la cicala, una parte di fusto, e due marre. Talché il re, il quale teneva in altissimo pregio le merci che da me gli furono offerte, le credé di troppo superiori in valore al fragmento d’ancora, e volle ch’io vedessi questo prima di stringere contratto per non meritare rimprovero di avermi ingannato. Io mi presi l’ancora nello stato in cui era, e spedii tutte le cose promesse al re, che provò il maggior contento dell’accaduto”.

Com’era nelle sue abitudini, Cook non s’accontentò d’aver raggiunto lo scopo precipuo di quella sosta a Bora-Bora (stesura delle carte nautiche della zona e relazione scritta sugli ancoraggi): I’esploratore inglese volle raccogliere anche dati, osservazioni e note sulle popolazioni dell’isola, e suoi costumi.

Il 3 agosto scese a terra. In suo onore vennero eseguite curiose danze, bellissime. Il giorno dopo gli ufficiali dell’Endeavour poterono assistere a una vera e propria rappresentazione teatrale in quattro atti, in cui i personaggi erano numerosi, e divisi in tre categorie: Padroni, vestiti di nero; servitori, vestiti di nero; ladri, vestiti di bianco. Cook, emozionato da questa ennesima prova di quanto il mondo polinesiano viveva in una civiltà altamente evoluta, così descrisse la trama:

“Il padrone comanda ai servitori di custodire un paniere di provviste: i ladri cercano, danzando, di rubarle e i servitori, danzando ugualmente, fanno ogni sforzo per impedirlo. Dopo diversi alterchi, questi siedono attorno al paniere e vi si appoggiano per evitare il furto temuto, ma si addormentano. I ladri si accostano dolcemente, sollevano gli avversari e portano con loro la preda; i servitori si svegliano, si accorgono dell’accaduto, ma tutto termina con una danza generale fra i ladri e i servitori”.

Possiamo immaginare che tutto lo spettacolo avesse il ritmo di un veloce, scanzonato balletto, libero da uno schema teatrale preciso, ma non per questo meno rigoroso nell’osservanza di vere e proprie regole sceniche; in un certo senso, la rappresentazione teatrale polinesiana alla quale Cook assisté a Bora-Bora in quell’agosto della fine del Settecento, aveva una impostazione più moderna e avanzata degli analoghi spettacoli che a quei tempi si davano nei teatri polverosi e parrucconi d’Europa.
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