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LA GRANDE BARRIERA AUSTRALIANA (The great Australian barrier) – James Cook

LA GRANDE BARRIERA AUSTRALIANA

JAMES COOK 

James Cook attraversò le insidie delle Barriere Coralline navigando a mezze vele; scriveva in quei giorni nel suo Diario:

“Alle 4 del mattino potevamo sentire distintamente il muggito del frangente. Lo vedemmo spumeggiare a grande altezza, a non più di un miglio di distanza. Le difficoltà ci investivano con raddoppiata violenza; infatti, le onde che si rincorrevano, accavallandosi sulla scogliera, ci trasportavano verso di esso, a una velocità paurosa.
Gli scogli e i bassifondi costituiscono sempre un pericolo per il navigante, ancora più pericolosi nei mari inesplorati. In questa parte del mondo, essi sono più terribili che altrove poiché qui si trovano scogliere e rocce coralline che si ergono simili a una parete quasi perpendicolare, e ne ho disegnato una mappa, per un’estensione di 22 gradi di latitudine, per più di 1300 miglia.Là, imparammo a conoscere la cattiva sorte, e quindi battezzammo la punta dovo ci ancorammo Capo della Tribolazione”.

Dopo la sosta alla Baia della Trinità, non appena la nave dell’esploratore rimise il capo verso il largo per cercare di uscire da quel dedalo di isole e scogliere, il viaggio lungo la Barriera Australe rischiò di mutarsi in tragedia.

Le illustrazioni e le parole del Diario di Cook sono la testimonianza diretta e drammatica di quelle giornate del giugno 1770: da lui sappiamo che per giorni e giorni, marinai, ufficiali e comandante cercarono di trovare un canale, nella barriera corallina, che fosse una via d’uscita per il mare aperto. Inutilmente.

 

In certi momenti, Cook dovette persino ordinare di mettere tutte le vele alla cappa, per far trainare a forza di remi la nave al largo, lontana dalle scogliere; quando la situazione s’aggravò ulteriormente, il comandante cercò d’evitare il pericolo di incagliarsi alleggerendo al massimo la nave. Ma ogni precauzione fu inutile: il 28 giugno l’Endeavour, con uno schianto secco, fini arenata. Così scrive Cook:
“Ci trovavamo su di uno scoglio corallino. Esso è più fatale di qualsiasi altro, perché le sue punte sono talmente acuminate e ogni parte della sua superficie è talmente accidentata da sbriciolare qualsiasi cosa freghi contro di essa.
La situazione è veramente spaventosa, che non penso più al disincaglio della nave come una liberazione, ma come ad un evento che forse precipiterà la nostra fine. So bene che le scialuppe non sono sufficienti, perciò, quando giungerà il fatale istante, ci sarà probabilmente una lotta per aver la preferenza, che contribuirà ad aumentare gli orrori del naufragio”.

 

Ma fortunatamente, non appena venne l’alta marea (e il mare sollevò la barca dagli scogli per qualche minuto) si riuscì a passare la vela sottochiglia, e poi la si legò ai due bordi della nave. Fu la pressione stessa dell’acqua a far penetrare la vela nella falla, e a tapparla.

“Essi rinnovarono i loro sforzi con tale vigore e tale alacrità, – scrisse Cook – che prima delle otto del mattino non solo la falla non l’aveva avuta vinta sulle pompe, ma erano state le pompe ad averla vinta sull’acqua. Tutti ora parlavano di portare la nave al sicuro como di cosa certa”.

Evitato così il naufragio, e tratta la nave in secco, i carpentieri di bordo poterono ripararla perfettamente. Inclinarono il battello con l’aiuto di cime fissate a terra, e ogni falla fu solidamente chiusa usando legname tagliato a terra. I lavori durarono più di un mese, e in quel periodo non solo i malati di bordo – portati a terra – guarirono dei loro malanni, ma Cook (dall’alto di una collina) osservando la barriera con un lungo cannocchiale, trovò una via d’uscita verso il mare aperto.

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