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ARCIPELAGHI POLINESINI (Polynesian archipelagos)

ARCIPELAGHI POLINESINI OSTILI

JAMES COOK 

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In talune isole polinesiane, Cook non poté compiere osservazioni né studi sulla vita delle popolazioni locali; ne fu impedito dall’ostilità degli indigeni, che in qualche caso divenne pericolosamente bellicosa. Questo accadde, ad esempio, quando la Resolution e l’Adventure accostarono le alte, scoscese coste di un arcipelago a settentrione di Tahiti , le Marquises Islands. Qui Cook nel 1774 incontrò genti animate da una precisa ostilità nei riguardi degli europei, gli scambi furono difficili e vi furono scontri tra i marinai
della spedizione e gli isolani.
La ragione di questa istintiva inimicizia dei Polinesiani delle Marchesi verso Cook e i suoi uomini aveva un motivo preciso. Già, due secoli prima di Cook, gli Spagnoli erano approdati a questo arcipelago. Le Marchesi si trovano infatti sulla rotta che i loro galeoni percorrevano attraverso tutto il Pacifico per collegare le loro colonie dell’America meridionale e dell’Estremo Oriente, o da Lima, in Perù a Manila, nelle Filippine.
Alvaro Mendana de Meira, nel 1595, fu il comandante spagnolo che avvistò e scoperse queste tene: poiché il suo viaggio era patrocinato dal viceré del Perù, don Garcia Hurtado de Mendoza, marchese del Caneto, il comandante spagnolo in suo onore chiamò quelle isole Marquises.
Purtroppo non si trattò di una scoperta gloriosa e di un battesimo felice: come gli altri conquistadores spagnoli del Cinquecento Alvaro Mendana de Meira commise, nelle isole che aveva appena scoperto, atroci delitti ai danni degli indigeni. Il giorno del suo sbarco, mentre i Polinesiani gli andavano incontro festosi per offrirgli corone di fiori e frutta, così come era costume di tutte lo isole dei Mari del Sud, Mendana ordinò ai suoi uomini di far fuoco e più di 400 indigeni furono uccisi solo quel giorno; le stragi continuarono poi ad ogni approdo degli Spagnoli e la popolazione dell’arcipelago ne venne quasi dimezzata.
E dal tempo di quei massacri, naturalmente, un odio radicato, e un profondo risentimento, è rimasto negli indigeni nei riguardi degli europei. E anche Cook arrivando a quelle isole, ne dovette far le spese stupendosi per l’accoglienza tanto ostile che gli era stata riservata.
Un’accoglienza ancor più bellicosa attendeva Cook dopo lo sbarco alle Marchesi. Fu alle isole Nuove Ebridi, dopo che la seconda spedizione di Cook – lasciata Tahiti nell’agosto 1773 – rivisitò le Sottovento, approdò a un primo gruppo di “isole basse” (nel settembre dello stesso anno), esplorò le Tonga-Tabu (Friendly Islands) nell’ottobre e novembre successivo, tornò ancora una volta tra i ghiacci dell’estremo sud alla ricerca del Continente Australe, nel dicembre 1773 e nel gennaio e febbraio 1774, fino a raggiungere un’isola, il 6 aprile, giorno di Pasqua, famosa per gli etnografi della Polinesia: egli la battezzò “Isola di Pasqua“, ne rilevò lo coste e notò che sulle colline dell’interno s’alzavano numerose, gigantesche statue di pietra; il suo pittore William Hodges le riprodusse in una splendida tavola a colori. Da “Pasqua” la spedizione veleggiò sino alle Marchesi – così come abbiamo ora narrato – e di lì, dopo aver accostato due bassi atolli Tuamutu, ancora una volta approdò a Tahiti per far riposare gli equipaggi e riparare le navi; ne ripartì nel maggio con rotta est. Nel grugno scoprì Palmerston e Ana Mooks, nel luglio L’Isola della Testuggine e – finalmente – nell’agosto 1774 le due navi giunsero in vista dell’arcipelago delle Nuove Ebridi.
In queste isole non abitavano i pacifici Polinesiani, ma feroci, bellicosi Melanesiani, dediti a continue guerre tribali e antropofaghi. I popoli melanesiani sono noti per aver praticato cannibalismo fino all’inizio del XX secolo, come offesa alla tribù nemica o per “assorbire” le qualità del defunto, e le tribù dette dei big nambas rifiutavano ogni contatto e uccidevano chi tentava di penetrare nelle loro foreste.
Cercarono, quindi, d’opporsi ferocemente allo sbarco di Cook, radunandosi a migliaia sulle rive della baia ove le due navi inglesi avevano gettate le ancore; percuotendo sassi, levavano un clamore ossessivo, ritmico, possente, che intimoriva gli equipaggi inglesi; inizialmente, Cook non parve – invece – molto preoccupato tanto che con obiettività scrisse nel Diario: “Né per vero dire condanno io queste genti se trovano ingiusto ed assurdo che un pugno di europei venga a dar leggi nelle case loro”.
Un tale coraggio non poteva non riscuotere persino l’ammirazione di Cook, che ne parlò a lungo al suo ritorno in Inghilterra alla fine della spedizione; fu, infatti, alle Nuove Ebridi che il comandante inglese decise il suo rientro in patria, dopo due anni e mezzo d’avventure, di rischi e di fatiche; nel dicembre 1774 doppiò Capo Horn, approdò a Città del Capo, e il 30 giugno 1775, accolto come un trionfatore, gettò te ancore nel porto di Londra.
Anche questa spedizione era stata un grande successo: sull’esistenza della Terra Australis egli si era dichiarato scettico: “Se esisteva una terra australe – egli sostenne – si trattava di un piccolo continente completamente polare e maggiormente esteso verso gli Oceani Atlantico ed Indiano”.
Lo esplorazioni susseguenti dimostrarono l’esattezza delle sue affermazioni. Inoltre, a parte le osservazioni sulle terre australi, aveva scoperto le isole Hervey (o “Cook”, come si chiamano oggi), 14 isole annesse alla Nuova Zelanda nel 1901, parte delle Marchesi, la Nuova Caledonia, I’isola Norfolk; avea esplorato le Tonga-Tabù, l’Isola di Pasquae le Nuove Ebridi; i suoi scienziati (soprattutto i due Forster) avevano gettato le basi per un serio studio delle isole classificando e illustrando, in una famosa e perfetta relazione, tutto il materiale naturalistico riportato dal lungo viaggio. Pittori, incisori e acquerellisti illustrarono in lavori originali le particolarità più importanti delle isole visitate e Cook stesso, oltre a lasciarci un giornale accuratissimo, completò il suo famoso “Atlante” di carte nautiche.
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