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RITORNO A TAHITI (Return to Tahiti)

RITORNO A TAHITI

JAMES COOK 

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Nel marzo 1773, dopo 171 giorni di ininterrotto viaggiare tra i ghiacci del sud, Cook decise di far mettere le vele della spedizione verso acque più temperate. Giorno dopo giorno, la favola della Terra Australe incognita era crollata davanti alla razionale ricerca che Cook aveva compiuto in quella zona.

A quel punto, navi ed equipaggi erano stremati, e Cook decise di far rotta su Tahiti per un periodo di sicura calma e riposo; compiuti alcuni rilievi della costa neozolandese e studi astronomici, le navi misero prua verso le favolose isole dei Mari del Sud. La felice, appassionante Polinesia Ii attendeva.

Al tramonto di un giorno d’estate del 1773 una notizia volò lungo le coste di Tahiti: una grande nave era in vista! Prima di sera – quando la nave fu più vicina alle rive – gli isolani si resero conto che la nave sull’oceano era comandata da Cook. Il grande capitano, il loro grande amico ritornava come aveva promesso; interi villaggi corsero alle spiagge, tagliarono alberi per i falò che avrebbero festeggiato la nave al suo approdo.
Dopo il suo sbarco, Cook, i suoi scienziati, I’equipaggio e gli ufficiali si stabilirono a Tahiti, a terra, per diverse settimane e vissero la vita degli isolani, e andarono di villaggio in villaggio approfondendo quella conoscenza degli usi e costumi locali che già avevano iniziato nella loro prima spedizione. Si completò cosi quel quadro generale della vita polinesiana che Cook aveva in animo di portare a termine. L’isola si presentò agli esploratori inglesi tutta in festa; e Cook scrisse che uno dei capi tahitiani, il re Otoo, due giorni dopo l’approdo dell’Adventure e della Resolution al ridosso della costa di Puhunahuia, salì a bordo della nave ammiraglia vestito di uno splendido abito di piume rosse e disse a Cook: “Benvenuto per le feste dell’anno!”, invitando I’esploratore inglese a terra.
Gli isolani si radunavano infatti in quei giorni a centinaia nei maggiori villaggi della costa per assistere a giochi e gare che gli esploratori supposero essere feste tradizionali annuali. Essi non s’erano sbagliati: luglio e agosto, a Tahiti essendo i due mesi più freschi e meno piovosi dell’anno, erano scelti per le grandi feste collettive annuali; lo confermò nell’Ottocento anche Melville, nel suo libro Omoo.
“Anticamente – scrisse Melville – i giochi atletici erano molto diffusi nell’isola, la lotta, il lancio del giavellotto e dell’arco, erano fra gli altri molto praticati. E siccome la popolazione eccelleva in questi esercizi, si giunse fino ad istituire nei mesi di luglio e agosto gare pubbliche il cui splendore non è stato più dimenticato”.
Cook, da parte sua, di quel periodo scrisse: “Essi polinesiani di Tahiti  chiamano Hiva tutti i giochi collettivi dei loro mesi di festa. I più popolari sono Hiva Moana, la lotta, Hiva Tea, tirare all’arco, Hiva Ute, il canto, Hiva Vivo, suonare il flauto”.
L’Hiva Moana era una lotta ove non si escludevano i colpi di boxe. In quel lontano agosto tahitiano di due secoli fa, Cook ci narra d’aver assistito a un torneo di Hiva Moana condividendo l’entusiasmo della popolazione per i campioni preferiti. Secondo il racconto di Cook, poi, gli Hiva Pohinò (letteralmente i “giochi dei matti”) erano mimiche a boccacce durante le quali ci si prendeva beffa di tutti.
Essendo stata Tahiti una colonia francese, le antiche leste del luglio e dell’agosto si son tramutate in “feste del 14 luglio” nella celebrazione nazionale della presa della Bastiglia, come in Francia. Per la verità, dei tanti polinesiani che arrivano a Papeete, centro di tutte le feste, ben pochi sapevano che cosa fosse questa “Bastiglia”; le giovani vahiné credevano addirittura si tratti di una ragazza bellissima in onore della quale i Parigini fecero follie, il 14 luglio di un anno lontano.
Bastiglia a parte, è certo che assistendo oggi a queste feste del !14 luglio” si è spettatori di giochi e gare assai simili a quelli ai quali Cook assistette; lo spirito delle ‘feste’ è rimasto certamente molto simile a quello di due secoli fa.
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