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LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA (Amore e rabbia) – Pier Paolo Pasolini

  

LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA 

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Musiche originali Giovanni Fusco
Musiche a cura di Pier Paolo Pasolini
Montaggio Nino Baragli
Aiuti alla regia Maurizio Ponzi, Franco Brocani
Produzione Castoro Film (Roma) / Anouchka Film (Parigi)
Produttore Carlo Lizzani
Pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore, cinemascope
Registrazione sonora Sound Recording Service
Riprese estate 1968 – Esterni Roma
Durata 10 minuti e 28 secondi
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Interpreti e personaggi 
Ninetto Davoli (Riccetto)
Rochelle Barbieri (una ragazzina)

Le voci di Dio: Bernardo Bertolucci, Graziella Chiarcossi, Pier Paolo Pasolini, Aldo Puglisi

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LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA è il terzo episodio del film Amore e Rabbia.
Gli altri episodi sono: L’indifferenza di Lizzani, Agonia di Bertolucci, L’amore di Godard, Discutiamo, discutiamo di Bellocchio
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Nell’estate del 1968, poco prima dei disordini veneziani (Vedi Teorema), Pasolini partecipa con Lizzani, Bellocchio, Godard e Bertolucci alla realizzazione di un film ad episodi, dal titolo Amore e rabbia. Il suo episodio, che dura poco più di dieci minuti, viene girato in un solo giorno in via Nazionale, a Roma, con Ninetto Davoli come protagonista: si tratta di La sequenza del fiore di carta.

Il film riprende in forma fiabesca il tema di Edipo re di Sofocle la colpevolezza dell’innocenza. Si tratta di una lunga passeggiata del protagonista Riccetto, che nella sua viva spensieratezza ignora le immagini in bianco e nero della più cruenta storia contemporanea (guerre, eccidi, manifestazioni, scontri tra fazioni politiche, ecc.) che si sovrappongono ai suoi dialoghi ridanciani con i passanti, alla sua simpatia, al suo scanzonato vivere alla giornata. All’innocente Riccetto si rivolge la voce di Dio in persona (voce ora maschile, ora femminile), che lo ammonisce ad abbandonare la sua inattaccabile innocenza, perché “l’innocenza è una colpa”. Nella visione divina, la vitalità spensierata di Riccetto si riduce ad un ballo al suono del twist nel bel mezzo della strada, con il suo enorme fiore di carta a rappresentare la falsa vitalità, l’allegria non vera di chi non sa né vuole comprendere il mondo, la manifestazione di una gioia di vivere che accresce il dolore di chi è vittima della Storia, dell’ingiustizia, dell’orrore. Nessuno, in questo mondo ha più il diritto di essere innocente. Ma Riccetto non sente la voce che lo ammonisce, non sa sentirla, e prosegue per la sua strada ammiccando alle ragazze e scherzando con la gente che incontra. Su di lui giunge allora la maledizione di Dio, che deve maledire gli innocenti “come il fico” maledetto da Cristo nel Vangelo perché privo di frutti: la naturalezza, che è una condizione selvaggia, incontrollabile, deve essere colpita quando essa non serve più se non a se stessa, quando non da frutti per gli altri, quando commette la pesante colpa (del tutto analoga a quella di Edipo) di chiudere gli occhi e ignorare la realtà, diventando sopravvivenza. Ma Riccetto non riesce a sentire neppure l’anatema, non sa che sorridere, vivere naturalmente, così come il fico del Vangelo: e così come ha vissuto senza capire, morirà senza capire, folgorato dalla volontà di annichilimento di Dio, accanto al suo papavero di carta intatto, ad una naturalezza che, in quanto artificiale, non può morire. Sul suo corpo inerte scorrono le immagini della guerra e dei campi di concentramento, di quel dolore rimosso che invoca di essere ricordato.
II breve apologo, che con Edipo re e Teorema costituisce una sorta di “trilogia” sulla inautenticità dell’identità dell’uomo occidentale, è anche una parziale abiura nei confronti delle classi subalterne, ben diverse dal mondo a parte di Accattone e i suoi compagni, classi ormai perfettamente integrate nel modo borghese di pensare e sentire la vita.
La sequenza del fiore di carta, delicata quanto ignorata dichiarazione della necessità dell’impegno e della consapevolezza, uscirà nelle sale l’anno seguente, vietato, per i suoi contenuti “ambigui” (religione, sessualità, lavoro, morte), ancora una volta, ai minorenni
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