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TRILOGIA DELLA VITA (The Trilogy of life) – Pier Paolo Pasolini

La Trilogia della vita (o Trittico della vita) è una composizione di tre film girati dal poeta, regista e sceneggiatore Pier Paolo Pasolini tra il 1971 e il 1974: Il DecameronI racconti di CanterburyIl fiore delle mille e una notte.

Il proposito di “esprimere l’esistenza senza decifrarla”, fuori da ogni norma preconcetta di un impegno intellettuale ad ogni costo” suscita scandalo, se ad averlo è Pasolini. Niente di meglio per chi lo ha sempre accusato di disimpegno, di delirio decadente, o, da altre sponde, di perversione sessuale, per rincarare la dose.
Eppure, nel suo trarsi fuori dall’ideologia precostituita, Pasolini costruisce ancora qualcosa di intollerabile: le gesta, con tutti i limiti e i difetti del caso, di un’umanità incolta e rozza, che è capace di vivere come passione non perversa, in allegria, ogni istinto basilare, compreso quello della sessualità. Ma la valenza trasgressiva della Trilogia non è in ciò che può scandalizzare i patetici moralisti che sentono leso il loro “senso del pudore”, facendo fioccare le denunce per “pornografia”: non è né il sesso, né l’emergere a protagoniste della storia delle classi subalterne (cosa ormai “vecchia” per Pasolini).
Rispetto al vitalismo plebeo di Accattone, vi è un elemento in più di rottura: il Trecento di Boccaccio (Decamerone) o di Chaucer (I racconti di Canterbury), o il tempo mitico delle Mille e una notte, cancellano completamente dall’orizzonte quella realtà borghese alla quale perfino nella riscrittura della tragedia greca veniva adombrato un posto di grande importanza dialettica, come fonte di abbrutimento della sacralità della vita. Questa umanità che vive in una “età del pane”, di bisogni corporali strettamente necessari che rendono necessaria la sua vita povera e precaria, cancella, con la sua presenza, l’esistenza dell’idiozia consumistica, in cui avviene la sostituzione feticistica del godimento reale con il possesso del godimento.
Nella cultura aneddotica, popolare, riduzione letteraria della tradizione orale dei tre testi da cui sono trarti i film della Trilogia della vita, non resta alcuna traccia del presente, ma nel regista non c’è neppure nostalgia per il passato: il passato è solo uno strumento di negazione totale del vuoto presente. La Trilogia della vita, in questo senso, è una trilogia della mancanza di vita, è l’affermazione disperata di qualcosa che non esiste (o che non esiste più). Quanto allo stile, se il recupero della dialogicità può sembrare un passo indietro rispetto alla pura tensione emozionale a cui tendeva Medea, il dialogo nei film della Trilogia diviene fratto e contestuale, essenzializzato e contaminato dall’uso dei dialetti, e rispecchia, al di fuori sia dei canoni realistici che di quelli neorealistici, un senso di scabra immediatezza, di sospensione dell’elemento letterario dalla parola.

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