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LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA – Tennessee Williams

LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA 

Titolo originale – Cat on a Hot Tin Roof
Commedia in prosa in tre atti di Tennessee Williams
Composta nel 1954
 Rappresentata a New York aI Morosco Theatre il 24 marzo 1955
Venne pubblicata a New York nel 1955.
Lingua originale – Inglese
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Personaggi
Brick Pollitt
Maggie la gatta, sua moglie
Big Daddy, padre di Brick e Gooper
Ilda, moglie di Big Daddy, detta Big Mama
Gooper Pollitt, fratello di Brick
Mae, moglie di Gooper
Dixie, Trixie, Buster, Sonny e Polly, figli di Gooper e Mae (Polly non entra mai in scena)
Reverendo Tooker
Dottor Baugh
Servitù composta da persone di colore
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Premi
Premio Pulitzer 1955 a Tennesse Williams
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Riduzioni cinematografiche
La gatta sul tetto che scotta, riduzione cinematografica del 1958 diretta da Richard Brooks
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La gatta sul tetto che scotta (Cat on a Hot Tin Roof) (1976) – film TV trasmesso negli Stati Uniti interpretato da Natalie Wood e Robert Wagner nei panni di Maggie e Brick e da Laurence Olivier in quelli di Big Daddy
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Cat on a Hot Tin Roof (1984) – film TV interpretato da Jessica Lange (Maggie) e Tommy Lee Jones (Brick)
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LA GATTA SUL TETTO CHE SCOTTA 

ATTO I

Nella famiglia Pollitt, ricchi proprietari di piantagioni nel delta del Mississippi, ci si contende l’eredità del capofamiglia, malato di cancro all’intestino, di cui una sera si festeggia il compleanno: da una parte il figlio maggiore Gooper, avvocato, da sempre poco stimato dal padre, e Mae, rampolla della ricca borghesia del delta, che hanno già cinque figli, con il sesto in arrivo; dall’altra la coppia sterile formata da Brick, atleta sul viale del tramonto, momentaneamente infortunatosi a una caviglia, che annega il suo fallimento nell’alcol e che ha perso il lavoro da telecronista sportivo, e Margaret, inacidita dall’indifferenza del marito, di cui lei è, nonostante tutto, innamorata.
Ciò che tormenta Margaret e Brick è un segreto, che Margaret rispolvera in ogni momento: di Brick si era innamorato il suo inseparabile compagno di college e di football Skipper, che Margaret si era portato a letto.
Skipper aveva rivelato i suoi sentimenti a Brick in una telefonata, ma, venendone respinto, era diventato alcolizzato e tossicodipendente, fino a morirne. Da allora tra Brick e Margaret vige un accordo: Margaret, di estrazione sociale modesta, mantiene i benefici economici, senza più rapporti fisici col marito.
Margaret, che si autodefinisce “una gatta sul tetto che scotta”, sfoga la sua frustrazione sessuale colpevolizzando il marito, che, esasperato, tenta di percuoterla con una stampella.

ATTO II

Papà Pollitt, self-made man concreto e di solidi valori morali, apprende di non essere malato terminale e decide di riprendere la conduzione dell’azienda, gestita durante il periodo della malattia dall’invadente e garrula moglie Ilda. Papà Pollitt, non sopportando che Brick si autodistrugga, spinge il figlio a rivelargli la ragione della sua disperazione; si mostra comprensivo e privo di pregiudizi morali e spera in futuro di contare su di lui per la gestione aziendale. Brick fa capire al padre che la famiglia gli ha mentito sulla vera natura del suo male. Papa Pollitt, allora, si rifugia nella sua stanza.

ATTO III

Davanti all’incredula Ilda si tiene un consiglio di famiglia con il medico di papà Pollitt, per informarla che suo marito è davvero malato di cancro. Gooper esibisce a sua madre la bozza di un atto per farsi dichiarare esecutore testamentario, escludere Brick dalla successione e mettere le mani sui beni di famiglia, ma scatena la reazione di Ilda e di Margaret, la quale, decisa a non mollare, rivela davanti a tutti, mentendo, di essere incinta di Brick, il quale a sua volta è pronto a parare i perfidi commenti di Mae; Margarei ottiene cosi dal marito la promessa che la finzione possa, grazie all’amore, trasformarsi in realtà.

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COMMENTO – Il tema portante del dramma è l’ipocrisia: esso pervade e filtra tutti gli altri elementi del dramma, che possono ricondursi ai temi della sessualità, degli schemi sociali e della morte. Tutti i personaggi principali mentono, e non solo ai loro comprimari: molto spesso la bugia è un vero e proprio rifiuto di credere alla realtà dei fatti, preferendo continuare a vivere in situazioni fintamente serene che nascondono verità tremende ma ineluttabili.
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Sesso e sessualità – Fin dalle prime battute è chiaro come il sesso sia un elemento chiave del dramma, filtrato, come già detto, dall’ipocrisia: Brick si rifiuta di far l’amore con Maggie e la ragazza è dolorosamente ansiosa di poterlo fare; tuttavia il suo obiettivo primario non è quello di amare a fondo suo marito, ma di dare un nipote a Big Daddy e rientrare nelle sue grazie. Viene suggerito (ma mai confermato) che Brick sia latentemente omosessuale: odia quindi Maggie tanto per una questione di sessualità quanto per il fatto che avrebbe portato al suicidio il suo presunto amante Skipper dopo aver fatto l’amore con lui. In ogni caso Maggie risulta essere la “copertura” di Brick, sia che egli sia omosessuale sia che non lo sia. Nella lunga scena del confronto tra Brick e Big Daddy, invece, il ragazzo fa spesso riferimento all’ipocrisia di suo padre, che lo guarderebbe di cattivo occhio non per la mancanza di un figlio, ma per il sospetto della sua omosessualità.
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Schemi sociali – Come già detto, Maggie vuole concepire un figlio non per reale amore nei confronti di Brick (che pure sembra esserci realmente), ma per compiacere Big Daddy, temendo che questi, avendo tolto il favore a Brick, non lo nomini erede in prossimità della sua morte annunciata. Maggie afferma chiaramente di non voler tornare a essere povera com’era prima di sposare Brick; l’ipocrisia sta nel fatto che di fronte alla famiglia ella si comporti come una mogliettina adorante. Sempre nel dialogo tra Brick e Big Daddy il protagonista dice di soffrire dell’ipocrisia della società, che non accetta nemmeno l’idea che un uomo possa amare un altro uomo, ma che al tempo stesso non ne parla e finge che il problema non si ponga nemmeno. Gooper e Mae, infine, ricoprono di attenzioni i genitori non per reale e disinteressato affetto, ma per ottenere la direzione dell’azienda, che li renderebbe ricchi e socialmente accettati.
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La morte – Un tema ricorrente del dramma è quello della morte di Big Daddy. In questo caso, tutti i membri della famiglia nei primi due atti tengono nascosto il cancro terminale dell’uomo, dicendo addirittura che si tratta di un innocuo spasmo; dietro questa bugia, però, non si nasconde affettuosa pietà, ma una rete di ignobili interessi: Maggie, Gooper e Mae vogliono che Big Daddy si senta tranquillo in modo da poter valutare con attenzione a chi lasciare il suo patrimonio. Non è un caso che sia Brick, l’unico a cui non interessi davvero nulla della sorte del padre, a gridargli la verità.
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La conclusione – Alla fine della rappresentazione nessuno di questi tre temi portanti trova risoluzione: i personaggi preferiscono vivere nella menzogna piuttosto che affrontare la scomoda realtà una volta per tutte. Anche se tutti ormai hanno la certezza che Big Daddy morirà di lì a poco, nessuno lo ammette e continuano a vivere come se ciò non dovesse accadere; inoltre il testamento di Big Daddy non sarà scritto, lasciando aperti tutti i giochi. Infine, Maggie e Brick vivranno nella menzogna della gravidanza di lei, risolvendosi a vivere l’uno con l’altra, nonostante la sessualità non dichiarata di lui e la generale mancanza d’amore.
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Tennessee Williams

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STRETTAMENTE PERSONALE

Tennessee Williams
(Prefazione all’edizione in volume di CAT ON A HOT TIN ROOF)
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“È un peccato, certo, che la maggior parte del lavoro creativo sia tanto intimamente collegata alla personalità di chi lo fa. È triste e imbarazzante e sgradevole che quelle emozioni che pungolano l’artista a dar loro espressione, ed una carica espressiva che abbia in sè luce e forza, siano quasi tutte radicate, quale che sia il loro aspetto superficiale, negli interessi particolari, e a volte bizzarri, dell’artista stesso, in quel mondo speciale, nelle sue passioni ed immagini, che ciascuno di noi intesse intorno a sè dalla nascita alla morte, una ragnatela di complessità mostruosa, filata ad una velocità incalcolabile dalla bocca di ragno delle proprie particolari percezioni. È un’idea di solitudine, una condizione di solitudine, così terribile al pensiero che di solito evitiamo di pensarci. E così parliamo fra noi, ci scriviamo e mandiamo telegrammi, ci facciamo telefonate urbane, interurbane, intercontinentali, ci stringiamo la mano quando ci incontriamo e quando ci lasciamo, ci combattiamo e persino ci distruggiamo l’un l’altro e solo a causa di questo sforzo, in qualche modo sempre contrastato, di spaccare le pareti che ci separano l’uno dall’altro. Come diceva il personaggio di una commedia: “Siamo tutti condannati a rimanere segregati nella nostra pelle”. Il lirismo personale è il grido prorompente da prigioniero a prigioniero dalla cella d’isolamento in cui ciascu¬no è segregato per tutta la vita. Una volta vidi un gruppo di bambine su un marciapiedi, in Mississippi, tutte abbigliate nei fronzoli smessi delle loro madri e sorelle, cenciosi vecchi abiti da ballo e cappelli piumati e tacchi alti, che giocavano a fare le signore in un salotto, con una perfetta riproduzione della garbata leziosità meridionale. Ma una delle bambine non era soddisfatta dell’attenzione che le altre prestavano alla sua ispirata interpretazione, troppo coinvolte esse stesse in quella recita, e così allargò le braccine magre e allungò quel suo collino magro e strillò al sordo cielo e alle compagne altrettanto disattente: “Guardatemi, guardatemi, guardatemi!” Ed a quel punto, le scarpe a tacco alto di sua madre le fecero perdere l’equilibrio, e lei ruzzolò sul marciapiede in un groviglio di satin bianco sporco e tulle rosa strappato, e ancora nessuno la guardava. Mi chiedo se non sia, adesso, una scrittrice del Sud. È chiaro che non sono solo gli scrittori del Sud con un’inclinazione al Iirismo, che compiono questi atti istrionici, e gridano, “Guardatemi!” Forse questa è una parabola per tutti gli artisti. E non sempre crolliamo a terra in un groviglio di bardature fuori misura. Nonostante ciò, è bene rendersi conto che quel pericolo esiste, e di non contentarsi a richiedere attenzione, di sapere che dal proprio personale lirismo, dall’istrionismo da marciapiedi, si deve creare qualcosa che non attrarrà solo gli osservatori ma anche i partecipanti alla nostra recita. lo mi sforzo di far questo con molto impegno ed a volte mi sento in grado di riuscirci. A volte, quando l’ispirato istrione da strada che è in me grida, “Guardatemi!”, sento che i miei tacchi spericolati e orpelli fantastici potrebbero anche non farmi perdere l’equilibrio. Allora, d’un tratto, può capitare che voi compagni di questa recita sul marciapiedi mi diate la vostra attenzione e mi permettiate di tenerla, almeno per il tempo che va dalle 20 e 40 alle 23 e qualcosa. Undici anni fa, a Marzo, quando mi trovavo più vicino di quanto pensassi, a soli nove mesi, da quel qualcosa sempre aspettato e a lungo differito che era lo scopo della mia vita: il momento in cui per la prima volta avrei catturato l’attenzione di un pubblico, scrissi la mia prima prefazione ad una lunga commedia. Il paragrafo finale era questo: “C’è troppo da dire e non basta il tempo per dirlo. E non basta la forza. Non sono un bravo scrittore. A volte sono davvero un pessimo scrittore. Credo che non vi sia neanche uno scrittore di successo nel mio campo che non possa scrivere parole molto più alate delle mie … ma io penso allo scrivere come a qualcosa di più organico delle parole, qualcosa di più collegato all’essere e all’azione. lo voglio lavorare con un teatro sempre più plastico di quello con cui ho lavorato finora. Non ho mai dubitato neanche per un momento che vi siano delle persone – milioni di persone – a cui rivolgersi. Ci avviciniamo l’uno agli altri, poco a poco, ma con amore. È la imitata estensione delle mie braccia ad essere di ostacolo, non l’ampiezza e la molteplicità delle braccia di coloro a cui mi rivolgo. Con l’amore e con la lealtà, l’abbraccio è inevitabile”. Questa mia dichiarazione dell’epoca, tipicamente emotiva, se non retorica, pare implicare che io pensavo di avere un rapporto molto personale e addirittura intimo con la gente che va a teatro. Lo pensavo e lo penso tuttora. Una timidezza morbosa mi impediva un tempo di comunicare direttamente con la gente, e probabilmente è questa la ragione per cui ho cominciato a scrivere commedie e racconti. Ma persino adesso che quella timidezza silenziosa e contorta, che mi annodava la lingua ed avvampava il viso, si è consumata col passaggio di quella turbolenta giovinezza da cui scaturiva, io penso ancora che sia più facile trovare un rapporto con folle di sconosciuti nell’ovattata semi-oscurità di un teatro, che non con della gente che mi siede davanti all’altro lato di un tavolo. Quel loro essere sconosciuti in un certo senso li rende più familiari e più raggiungibili, e con loro mi è più facile comunicare. So benissimo che a volte mi sono illuso troppo che la simpatia e l’interesse per coloro a cui spavaldamente mi rivolgevo venissero corrisposti, e ciò mi ha portato ad essere respinto in modo così traumatico e dispendioso da ispirarmi una maggiore prudenza. Ma quando soppeso l’una e l’altra cosa, una facile simpatia contro un difficile rispetto, l’ago della bilancia pende sempre nella stessa direzione, e quali che siano i rischi d’essere trattato con freddezza, insisto nel non voler parlare alla gente solo degli aspetti superficiali della loro vita, di quel genere di cose, cioè di cui conoscenti occasionali i ridono, e chiacchierano negli incontri mondani. No! – voglio continuare a parlarvi liberamente e intimamente di ciò per cui viviamo e moriamo, come se vi conoscessi meglio di qualsiasi altro che voi conoscete”.