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VIAGGIO IN EQUADOR

Il Diadema delle Ande: Sette Giorni nel Cuore dell’Ecuador

L’aria rarefatta dei quattromila metri non si limita a riempire i polmoni; ridefinisce il modo in cui percepisci il mondo. Quando l’aereo ha squarciato la coltre di nubi sopra l’aeroporto Mariscal Sucre, rivelando la silhouette allungata di Quito adagiata nei contrafforti del vulcano Pichincha, ho capito che questo non sarebbe stato un semplice viaggio. L’Ecuador è una terra di verticalità assolute, dove l’equatore non è una linea astratta, ma un cardine geologico attorno a cui ruotano foreste nebulose, ghiacciai perenni e mercati millenari. Accanto a me, come sempre nei viaggi che contano, c’era il mio caro Marco. Con la sua solita flemma da viaggiatore colto e gli occhi già fissi sulle cime andine, stringeva la mappa sgualcita dell’Avenida de los Volcanes. Avevamo sette giorni. Sette giorni per decifrare il codice di una terra dove l’antico impero Inca e il barocco spagnolo si sono fusi in un sincretismo violento e bellissimo, e dove la cucina è un atto di devozione alla terra, la Pachamama.


Giorno 1: Il barocco dorato di Quito e l’abbraccio del Panecillo

Il primo impatto con il centro storico di San Francisco de Quito è un esercizio di adattamento all’altitudine e alla vertigine estetica. Dichiarato dall’UNESCO primo patrimonio culturale dell’umanità nel 1978, il nucleo coloniale è un labirinto di pietra vulcanica nera e pareti imbiancate a calce che si arrampicano su pendenze impossibili.

Camminando verso Plaza de la Independencia, nota a tutti come Plaza Grande, l’aria del mattino pungeva con una freschezza primaverile costante. Al centro, il monumento agli eroi del 10 agosto 1809 — la data del Primer Grito de Independencia — ricordava il ruolo cruciale di questa città nella ribellione contro la corona spagnola. Marco indicò il Palazzo Presidenziale di Carondelet, dove le guardie in alta uniforme storica vigilavano sotto i portici.

Ci siamo diretti verso la vera meraviglia architettonica della città: la Iglesia de la Compañía de Jesús. Varcare quella soglia significa perdere per un attimo la vista. Ogni centimetro quadrato della navata, delle cappelle e della cupola è rivestito da sette tonnellate di foglia d’oro zecchino a ventitré carati, intagliate secondo i dettami del barocco e del mudéjar più esasperati. Le colonne salomoniche sembravano torcersi verso il cielo come fiamme solide.

Un anziano custode indigeno, dal volto scavato che ricordava le sculture della scuola d’arte coloniale quitena, notando la nostra meraviglia si è avvicinato a noi.

«Guardate i dettagli, signori,» ha sussurrato in uno spagnolo morbido e cantilenante, indicando i fregi geometrici vicino all’altare. «Gli spagnoli hanno portato i disegni, ma le mani che hanno scolpito questo legno erano dei nostri antenati. Vedete quei soli e quei frutti tropicali nascosti tra i cherubini? È il nostro modo di adorare l’antico dio Sole sotto gli occhi dei frati.»

Questo profondo sincretismo ci ha accompagnati fino alla vicina Plaza de San Francisco, una distesa di ciottoli dominata dalla facciata monumentale dell’omonima chiesa e convento, edificati sopra i resti del palazzo dell’imperatore inca Atahualpa. L’austera maestosità della piazza, chiusa dalle vette andine, trasudava una solennità quasi sacrale.

A metà pomeriggio, le gambe chiedevano tregua e lo stomaco reclamava la sua parte di scoperta. Ci siamo infilati in una picantería tradizionale poco distante da Plaza Grande. Per pranzo abbiamo ordinato il piatto simbolo della Sierra quitena: il Locro de Papa.

Ci è stata servita una zuppa densa, vellutata, di un colore giallo intenso dovuto all’uso dell’achote. Preparata con diverse varietà di patate locali — tra cui la papa chola, che si disfa per dare consistenza al brodo —, la zuppa ribolliva nel piatto di terracotta, arricchita da generosi cubi di formaggio fresco locale (queso fresco) e strisce di avocado maturo appena tagliato. Ogni cucchiaiata era un abbraccio caldo, un balsamo contro l’aria sottile della capitale. Per accompagnare il pasto, abbiamo bevuto un bicchiere di Jugo de Tomate de Árbol, il succo ricavato dal tamarillo, dolce e acidulo al tempo stesso, dal colore rosso aranciato.

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|                      MENU DEL GIORNO 1 - QUITO                         |
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| Piatto Principale | Locro de Papa (Zuppa di patate, formaggio e avocado)|
| Bevanda           | Jugo de Tomate de Árbol (Succo di tamarillo)       |
| Dolce/Snack       | Espumilla (Meringa soffice alla guava)             |
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Per concludere la giornata, abbiamo affrontato la salita verso El Panecillo, la collina vulcanica che domina la città vecchia. Lì svetta la gigantesca statua della Virgen de Quito, una madonna alata costruita in settemila pezzi d’alluminio. Da quell’altezza, mentre il sole tramontava tingendo di rosa i ghiacciai del lontano Antisana, Quito appariva come un lunghissimo tappeto di luci incastonato in una gola profonda.

Scendendo, abbiamo passeggiato lungo Calle La Ronda, la via più antica di Quito. Qui, tra balconi in ferro battuto e lanterne fioche, abbiamo incontrato una venditrice ambulante con una grande ciotola di legno. Vendeva l’Espumilla, un dolce tradizionale che a prima vista sembra un gelato, ma che in realtà è una meringa soffice, preparata sbattendo a mano albumi d’uovo, zucchero e polpa di guayaba (guava). Mangiare quella nuvola dolce, mentre l’aria della sera si faceva fredda, ha suggellato il nostro primo giorno andino.


Giorno 2: La latitudine zero e le nebbie di Mindo

Sveglia presto. La luce del mattino a queste latitudini ha una nitidezza quasi tagliente. Marco ha insistito per dedicare la prima parte della giornata alla celebre Mitad del Mundo, situata a circa ventisei chilometri a nord di Quito.

Arrivati sul posto, il grande monumento piramidale in pietra sorge sul punto in cui la spedizione geodetica francese del XVIII secolo, guidata da Charles Marie de La Condamine, calcolò la posizione della linea equatoriale. Sebbene i moderni sistemi GPS abbiano dimostrato che la vera latitudine zero si trova un paio di centinaia di metri più in là, presso il sito di Intiñan, l’emozione di camminare con un piede nell’emisfero australe e uno in quello boreale conserva un fascino geometrico indiscutibile. Abbiamo visitato il piccolo museo etnografico all’interno del monumento, che illustra magistralmente le diverse nazionalità indigene dell’Ecuador, dai fieri Tsáchila della costa agli Shuar dell’Amazzonia.

Lasciata la linea equinoziale, il nostro viaggio ha svoltato bruscamente verso ovest, scendendo lungo i fianchi della cordigliera occidentale verso la riserva ecologica della Foresta Nebulosa di Mindo. Il cambiamento paesaggistico è stato quasi violento: nel giro di un’ora l’aridità della valle andina ha ceduto il passo a un’esplosione primordiale di verde. Alberi giganti coperti di muschio, felci arboree grandi come case e orchidee selvatiche spuntavano da ogni parete di roccia. La nebbia, o meglio la garúa, fluttuava densa tra le cime degli alberi, creando un’atmosfera da inizio del mondo.

Mindo è il paradiso della biodiversità, in particolare per il birdwatching. Abbiamo camminato lungo i sentieri della riserva forestale, accompagnati dal canto metallico del Yumbo e dal ronzio incessante di decine di specie di colibrì, le cui piume riflettevano la luce schermata dalle nuvole come pietre preziose in movimento. Abbiamo preso la tarabita, una teleferica aperta che attraversa una gola profonda centocinquanta metri sopra la chioma della foresta, per raggiungere il sentiero delle sette cascate. Il fragore dell’acqua e il profumo di terra bagnata erano inebrianti.

Tornati nel villaggio di Mindo, distrutti ma felici per la camminata, ci siamo fermati in un piccolo locale con il tetto di paglia gestito da una famiglia locale.

«Per la stanchezza del cammino, ci vuole la forza della nostra terra,» ci ha detto la cuoca, una donna dal sorriso aperto di nome Mercedes, portandoci il pranzo.

La scelta è caduta sul Seco de Chivo, uno stufato tradizionale di carne di capra (o montone). La carne, cotta lentamente per ore, era incredibilmente tenera e saporita, stufata in una salsa fermentata a base di chicha de jora (una bevanda di mais fermentato), birra, succo di naranjilla (un frutto acido locale), achiote, aglio e cumino. Il sapore era un equilibrio perfetto tra il selvatico della carne e l’acidità fruttata della salsa. Il piatto era accompagnato da una montagna di arroz amarillo (riso colorato con achiote) e da maduro frito, fette di piantano maturo fritte fino a diventare dolci e caramellate sui bordi.

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|                      MENU DEL GIORNO 2 - MINDO                          |
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| Piatto Principale | Seco de Chivo (Stufato di capra alla naranjilla)   |
| Accompagnamento   | Maduro Frito (Piantano maturo fritto)              |
| Bevanda           | Chicha de Jora (Bevanda di mais fermentato)        |
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Mentre consumavamo il pasto, abbiamo sorseggiato una tazza di Chicha de Jora fresca. Marco, affascinato dal processo culinario, ha chiesto a Mercedes il segreto di quella carne così morbida.

«Il segreto è la pazienza e la naranjilla, signore. Senza quel frutto, il chivo non perde la sua durezza. La terra ci dà sempre l’ingrediente giusto per curare ogni cosa,» ha risposto lei fiera, prima di portarci un pezzo di cioccolato fondente artigianale prodotto con il celebre cacao Arriba fino de aroma coltivato nella zona. Quella sera, il ritorno a Quito tra le curve avvolte dalla nebbia è stato accompagnato dal sapore persistente di fava di cacao e spezie.


Giorno 3: Il mercato dei colori di Otavalo e lo specchio di Cuicocha

Il terzo giorno ci ha visti viaggiare verso nord, nel cuore della provincia di Imbabura, la terra dei laghi e degli artigiani. La nostra destinazione era Otavalo, celebre in tutta l’America Latina per il suo mercato indigeno della Plaza de los Ponchos.

Lungo la strada, il paesaggio era dominato dal profilo imponente del vulcano addormentato Imbabura. Arrivati a Otavalo, la piazza era un caleidoscopio di colori e suoni. Gli otavaleños, che mantengono con orgoglio i propri abiti tradizionali — gli uomini con lunghissime trecce nere, pantaloni bianchi al polpaccio e ponchos blu scuro; le donne con camicie finemente ricamate a mano, gonne scure (anacos) e collane di perle dorate (gualcas) —, si muovevano tra le bancarelle con grazia innata.

Abbiamo camminato tra banchi carichi di coperte di lana d’alpaca, arazzi con motivi geometrici che richiamano la cosmologia andina, cappelli di feltro e strumenti musicali in legno. Qui la contrattazione non è una sfida aggressiva, ma un dialogo sussurrato.

Ci siamo fermati a parlare con un anziano tessitore di nome Segundo, mentre i suoi occhi brillavano di una fiera lucidità coloniale. Ci ha spiegato come molti dei disegni geometrici sui tappeti non siano semplici decorazioni, ma la rappresentazione della Chakana, la croce andina che simboleggia i tre livelli del mondo: l’inframondo (Uku Pacha), il mondo terreno (Kay Pacha) e il mondo superiore (Hanan Pacha).

Dopo aver acquistato due splendidi scialli di alpaca, ci siamo spostati verso la vicina riserva ecologica per vedere la Laguna de Cuicocha. Questo lago vulcanico occupa la caldera attiva del vulcano Cotacachi. Lo spettacolo che ci si è parato davanti era mozzafiato: un immenso specchio d’acqua blu zaffiro profondo duecento metri, dal cui centro emergono due isolotti di lava ricoperti di vegetazione, la cui forma ricorda il dorso di un porcellino d’india (da cui il nome Cuicocha, che in lingua kichwa significa “lago del porcellino d’india”). Abbiamo camminato lungo una parte del sentiero sul crinale, investiti da un vento gelido che increspava l’acqua e faceva ondeggiare le piante di chuquiragua, il fiore simbolo delle altitudini andine.

Per pranzo, tornati verso la zona di Cotacachi, abbiamo cercato un’autentica trattoria locale per assaggiare la cucina tipica della provincia. Abbiamo ordinato la Fritada de Chancho.

Questo piatto sontuoso consiste in pezzi di carne di maiale lasciati bollire in acqua condita con aglio, cipolla, cumino e sale fino a quando l’acqua evapora del tutto e la carne inizia a friggere nel suo stesso grasso naturale, diventando dorata e croccante all’esterno ma rimanendo succosa all’interno. La fritada ci è stata servita con una serie di contorni tradizionali: il Mote (chicchi di mais bianco gigante bolliti fino a spaccarsi), i Llapingachos (tortini di patate schiacciate, ripieni di formaggio e cotti sulla piastra fino a formare una crosticina dorata), l’Avocado e il Tostado (mais tostato in padella con grasso di maiale e sale).

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|                     MENU DEL GIORNO 3 - OTAVALO                        |
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| Piatto Principale | Fritada de Chancho (Maiale fritto nel suo grasso)   |
| Contorni          | Mote, Tostado, Llapingachos (Tortini di patate)     |
| Bevanda           | Chicha de Yamor (Chicha speciale ai sette mais)    |
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Ogni elemento del piatto creava un contrasto perfetto di consistenze, tra la morbidezza del tortino di patate, la cremosità del formaggio e la croccantezza del mais tostato. Per mandare giù un pasto così robusto, abbiamo bevuto la Chicha de Yamor, una varietà speciale di chicha prodotta tipicamente in questa regione durante le feste di settembre, ottenuta dalla fermentazione di sette diverse varietà di mais. Il sapore era denso, leggermente frizzante e moderatamente alcolico, il perfetto coronamento di una giornata immersa nelle tradizioni più pure della Sierra settentrionale.


Giorno 4: Il gigante di ghiaccio: Parco Nazionale Cotopaxi

Il quarto giorno è stato quello del confronto ravvicinato con la grande spina dorsale geologica del paese. Abbiamo imboccato l’Autostrada Panamericana verso sud, entrando ufficialmente nell’Avenida de los Volcanes, la definizione poetica che l’esploratore Alexander von Humboldt diede a questa valle fiancheggiata da cime colossali. La nostra meta era il Parco Nazionale Cotopaxi, che ospita uno dei vulcani attivi più alti del mondo (5.897 metri).

Man mano che salivamo con il nostro mezzo, la vegetazione arborea spariva lasciando il posto al páramo, la steppa d’alta quota dominata dal pajonal, una graminacea dai riflessi dorati che si muoveva sotto le sferzate del vento come un mare di paglia. Il Cotopaxi si è rivelato all’improvviso, squarciando il velo di nuvole: un cono perfetto, di una simmetria quasi irreale, coperto da un ghiacciaio perenne che brillava sotto il sole d’alta quota.

Ci siamo fermati inizialmente nei pressi della Laguna de Limpiopungo, uno specchio d’acqua glaciale situato a 3.800 metri di altitudine. Camminando lungo le sue sponde fangose, abbiamo osservato i cavalli selvaggi che correvano in lontananza e diverse specie di uccelli acquatici, tra cui l’ibis faccianera e il gabbiano andino. Le acque della laguna riflettevano l’immagine specchiata del gigante di ghiaccio, creando un quadro di algida bellezza.

Marco, guardando la parete del vulcano, ha stretto i lacci degli scarponi.

«Dobbiamo salire,» ha detto. Non c’era bisogno di aggiungere altro.

Abbiamo guidato fino al parcheggio situato a 4.500 metri. Da lì è iniziata la salita a piedi verso il Refugio José Rivas, a 4.864 metri. Ogni passo era una conquista contro la gravità e la carenza d’ossigeno. Il terreno, composto da sabbia vulcanica rossa e grigia, franava sotto i piedi, rendendo l’ascesa un esercizio di pura forza di volontà. Il vento soffiava forte, portando con sé l’odore acre dello zolfo e il gelo del ghiacciaio sovrastante. Quando finalmente abbiamo toccato la parete del rifugio, protetti dal tetto rosso contro le sferzate di nevischio che avevano iniziato a cadere, l’emozione è stata indescrivibile. Eravamo uniti a un passo dal cielo, sopra le nuvole che coprivano il resto del mondo.

Dopo la faticosa discesa, infreddoliti e con i muscoli provati dall’altitudine, abbiamo trovato riparo in una storica hacienda convertita in locanda ai margini del parco. Davanti a un grande camino in pietra dove ardevano ceppi di pino, il cameriere ci ha servito una fumante Zuppa Locro, seguita dal piatto forte della casa: il Seco de Pollo.

Questa versione andina dello stufato di pollo prevede una cottura lenta della carne in un frullato di coriandolo fresco, cipolla, aglio, peperone e succo di naranjilla. Il coriandolo conferiva alla salsa un colore verde brillante e un profumo erbaceo freschissimo, mentre la naranjilla donava una nota aspra che ripuliva la bocca. Il piatto era servito con riso bianco e fette di aguacate (avocado) locale, la cui consistenza burrosa bilanciava la leggerezza del pollo.

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|                     MENU DEL GIORNO 4 - COTOPAXI                       |
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| Piatto Principale | Seco de Pollo (Pollo stufato al coriandolo e salsa)|
| Bevanda           | Canelazo (Bevanda calda all'aguardiente e cannella)|
| Contorno          | Aguacate (Avocado locale fresco)                   |
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Ma il vero miracolo contro il freddo della montagna è arrivato alla fine del pasto: il Canelazo. Questa bevanda alcolica tradizionale viene servita bollente in piccoli bicchieri di vetro. È preparata facendo bollire acqua con stecche di cannella, zucchero di canna grezzo (panela) e succo di naranjilla o maracuyá, a cui viene aggiunto alla fine un generoso goccio di aguardiente (liquore locale ricavato dalla canna da zucchero, noto anche come puntas).

Mentre stringevo il bicchiere caldo tra le mani ancora intorpidite dal gelo del vulcano, sentendo il liquore riscaldarmi la gola e il petto, ho guardato Marco. Avevamo le guance rosse per il vento e per l’alcol, ma nei nostri occhi c’era la consapevolezza di aver toccato il cuore selvaggio delle Ande.


Giorno 5: La cascata del Diavolo a Baños de Agua Santa

Il quinto giorno abbiamo abbandonato l’austera solennità dell’alta quota andina per scendere verso le porte dell’Amazzonia, nella vibrante cittadina di Baños de Agua Santa. Situata in una stretta valle fertile ai piedi del vulcano attivo Tungurahua, Baños è famosa in tutto il paese per le sue sorgenti termali, le sue cascate spettacolari e l’atmosfera carica di energia.

Il paesaggio durante la discesa è mutato nuovamente: le pareti di roccia della gola del fiume Pastaza si sono fatte verticali e coperte di una vegetazione tropicale lussureggiante. Abbiamo noleggiato un mezzo locale per percorrere la celebre Ruta de las Cascadas. La prima sosta importante è stata alla cascata Manto de la Novia, dove l’acqua precipita per oltre quaranta metri in un unico filone candido che ricorda, appunto, un velo da sposa. Qui abbiamo preso una funivia sospesa nel vuoto sopra il canyon del fiume, provando un brivido di pura adrenalina.

Ma la vera meta della giornata era il leggendario Pailón del Diablo (il Calderone del Diavolo), situato nei pressi della parrocchia di Río Verde. Questa è una delle cascate più imponenti e spaventose del Sudamerica. Il fiume Verde si getta in una gola profonda cinquanta metri attraverso una fessura nella roccia, creando un gorgo d’acqua di una violenza inaudita.

Abbiamo percorso il sentiero scavato nella roccia, camminando su ponti sospesi che oscillavano paurosamente sopra il fiume in piena. Per raggiungere il punto d’osservazione più vicino, noto come La Grieta al Cielo, abbiamo dovuto letteralmente strisciare carponi attraverso un tunnel strettissimo scavato nella pietra vulcanica. Quando siamo usciti sulla terrazza di pietra, eravamo posizionati dietro il muro di caduta della cascata. Il rumore era un rombo assordante che vibrava direttamente nello stomaco; l’aria era completamente satura di spruzzi d’acqua che ci hanno inzuppati in pochi secondi. Era la dimostrazione plastica della forza bruta della natura equatoriale.

Nel pomeriggio, dopo essere tornati in centro a Baños e aver asciugato i vestiti, ci siamo concessi una passeggiata rilassante. Lungo le strade del paese, l’aria era pervasa da un profumo dolce e caramellato. In quasi ogni angolo, gli artigiani locali erano impegnati nella lavorazione delle Melcochas, i dolci tipici di Baños. Abbiamo osservato affascinati un ragazzo che lanciava e stendeva ripetutamente una massa di pasta di zucchero di canna bollente attorno a un grande gancio di legno fissato allo stipite della porta, lavorandola a mano fino a quando da scura e liquida diventava solida, elastica e di un colore dorato. Ne abbiamo comprato un pezzo ancora caldo: un sapore intenso di melassa che si scioglieva in bocca.

Per cena, attirati dal profumo di carne alla brace che proveniva dal mercato centrale di Baños, ci siamo seduti sui banchi di legno di un banco affollato di gente del posto. Abbiamo ordinato gli immancabili Llapingachos, serviti questa volta come un piatto unico imponente: tre grandi tortini di patate ripieni di formaggio filante, accompagnati da una generosa porzione di chorizo (salsiccia speziata alla piastra), un uovo fritto con il tuorlo morbido, una fetta di avocado e un’insalata di barbabietole e carote.

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|                      MENU DEL GIORNO 5 - BAÑOS                         |
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| Piatto Principale | Llapingachos con Chorizo e Uovo Fritto             |
| Dolce/Snack       | Melcochas (Dolci artigianali di zucchero di canna) |
| Bevanda           | Jugo de Naranjilla (Succo di frutta tropicale)     |
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Il piatto era una vera bomba calorica, ma dopo le camminate sotto gli spruzzi gelati del Pailón del Diablo, era esattamente ciò di cui avevamo bisogno. Marco ha ripulito il piatto aiutandosi con un pezzo di piantano fritto, confermando che la cucina dei mercati andini non ha rivali in termini di autenticità e sapore.


Giorno 6: La laguna incantata di Quilotoa

Il sesto giorno ci ha riportati verso le terre alte della provincia di Cotopaxi per visitare uno dei luoghi più magici e surreali dell’intero Ecuador: la Laguna di Quilotoa. Per raggiungere questo remoto villaggio andino, abbiamo percorso una strada tortuosa che attraversava canyon profondi e villaggi indigeni dove il tempo sembrava essersi fermato, come Zumbahua. Il paesaggio del páramo qui era ancora più crudo, punteggiato dalle macchie di colore dei vestiti delle donne indigene che pascolavano le pecore lungo i bordi della strada.

Arrivati sul bordo del cratere, a quasi 3.900 metri di quota, lo scenario che si è aperto davanti ai nostri occhi ci ha costretti al silenzio. All’interno della caldera di un vulcano spento si trova un lago profondo duecentocinquanta metri, le cui acque hanno un colore verde smeraldo intenso, cangiante verso il turchese o il blu profondo a seconda di come la luce del sole filtra attraverso le nuvole di passaggio. Il colore straordinario è dovuto all’altissima concentrazione di minerali disciolti nell’acqua, in particolare zolfo. Le pareti interne del cratere scendono quasi verticali verso lo specchio d’acqua per oltre quattrocento metri.

Abbiamo deciso di intraprendere la discesa lungo il sentiero sabbioso che conduce fino alla riva del lago. Se scendere è stato relativamente facile, seppur faticoso per le ginocchia a causa della pendenza, toccare l’acqua della laguna è stato un momento mistico. L’acqua era gelida e la superficie, vista dal basso, appariva immota come un vetro antico, circondata dalle pareti titaniche del vulcano che ci isolavano completamente dal resto del mondo.

Lì vicino abbiamo incontrato Luis, un giovane indigeno kichwa che gestiva il noleggio di alcuni kayak. Aveva il volto arso dal sole d’alta quota e gli occhi gentili. Ci siamo fermati a parlare con lui mentre riposavamo prima della risalita.

«La laguna è viva,» ci ha detto Luis con assoluta serietà, guardando le acque verdi. «I nostri vecchi dicono che non ha fondo e che lo spirito del vulcano riposa là sotto. Quando la terra trema, l’acqua cambia colore e diventa nera. Bisogna portarle rispetto, non bisogna mai sfidarla.»

La risalita dal fondo del cratere è stata una vera e propria prova di resistenza fisica: quattrocento metri di dislivello verticale su un terreno sabbioso dove a ogni passo in avanti sembrava di scivolarne mezzo indietro, il tutto a quasi quattromila metri d’altitudine. Abbiamo impiegato più di un’ora, procedendo con calma andina, un passo dopo l’altro, fermandoci a respirare l’aria sottile e fredda.

Tornati in cima, affamati e congelati dal vento implacabile del crinale, abbiamo cercato rifugio in una piccola choza (una locanda tradizionale con il tetto di paglia) vicino al belvedere. Lì abbiamo ordinato un piatto che desideravo provare fin dall’inizio del viaggio: il Cuy Asado.

Il porcellino d’india è una delle prelibatezze più antiche e cerimoniali della tradizione gastronomica andina, consumato fin dall’epoca pre-incaica. La preparazione richiede una grande abilità: l’animale viene marinato con un pesto di aglio, cumino, sale e achiote, e poi arrostito intero allo spiedo sopra i carboni ardenti per oltre un’ora, girandolo continuamente fino a quando la pelle diventa incredibilmente croccante e dorata (crocante), mentre la carne interna rimane tenera.

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|                     MENU DEL GIORNO 6 - QUILOTOA                       |
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| Piatto Principale | Cuy Asado (Porcellino d'india arrostito alla brace)|
| Accompagnamento   | Salsa de Maní (Salsa densa ai pinoli/arachidi)     |
| Bevanda           | Canelazo caliente (Liquore caldo speziato)         |
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Il piatto ci è stato servito intero, completo di testa e zampe secondo l’uso locale, accompagnato da patate bollite condite con una densa Salsa de Maní (una crema ricca a base di arachidi tostate, latte, cipolla e achiote) e da un’insalata fresca. Marco inizialmente ha esitato davanti all’aspetto del piatto, ma al primo assaggio abbiamo dovuto ricrederci: il sapore della carne è delizioso, una via di mezzo tra il coniglio e il pollo, arricchito dal fumo della brace e dalla croccantezza straordinaria della pelle. Abbiamo accompagnato questa cena così primordiale e autentica con un altro giro di Canelazo bollente, ascoltando il fischio del vento che batteva contro le pareti di legno della locanda.


Giorno 7: Il rientro a Quito, i sapori della Costa e l’addio alle Ande

L’ultimo giorno del nostro viaggio è stato un lento ritorno verso la capitale, un viaggio a ritroso lungo l’Avenida de los Volcanes che ci ha permesso di rielaborare la quantità impressionante di immagini, colori e sapori accumulati in una sola settimana. Arrivati a Quito nel primo pomeriggio, abbiamo deciso di dedicare le ultime ore a esplorare una parte della gastronomia ecuadoriana che non avevamo ancora approfondito: la cucina della Costa pacifica, famosa per la sua freschezza e l’uso magistrale del pesce e dei frutti di mare.

Ci siamo diretti in un’ottima cevichería nel quartiere moderno di La Mariscal. Sebbene fossimo ancora tra le montagne, il pesce e i crostacei arrivano freschissimi ogni mattina dai porti di Manta e Guayaquil. Abbiamo ordinato il piatto re della costa: l’Encebollado de Pescado.

Considerato da molti ecuadoriani il vero piatto nazionale (e il rimedio sovrano contro i postumi dell’alcol, il chuchaqui), l’Encebollado è una zuppa di pesce densa e corroborante. È preparata con un brodo concentrato di tonno fresco (solitamente tonno pinna gialla o albacora), cotto insieme a grandi pezzi di Yuca (maniooca) tenera. La zuppa viene poi ricoperta da una quantità generosa di cipolle rosse tagliate sottili e lasciate marinare nel succo di lime (curtidas), pomodoro fresco e coriandolo tritato finemente.

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|                      MENU DEL GIORNO 7 - QUITO                         |
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| Piatto Principale | Encebollado de Pescado (Zuppa di tonno, yuca e lime)|
| Snack/Contorno    | Chifles (Fettine di piantano verde fritte)         |
| Dolce Final       | Quimbolito (Tortino dolce al forno in foglia d'achira)|
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Il sapore era un’esplosione di contrasti: il calore e la sapidità del brodo di pesce, la dolcezza farinosa della yuca e la sferzata acida e pungente del lime e della cipolla. Il piatto ci è stato servito accompagnato da una ciotola di Chifles (fettine sottilissime di piantano verde fritte, croccanti come patatine) e da del tostado, da tuffare direttamente nel brodo.

Marco, estasiato dalla complessità di quella zuppa, ha commentato come l’Ecuador sia riuscito a racchiudere l’oceano e la terra all’interno dello stesso piatto.

Per concludere in dolcezza il nostro viaggio, prima di preparare i bagagli, ci siamo fermati in una pasticceria storica nel centro storico per un ultimo caffè andino. Abbiamo ordinato un Quimbolito.

Questo dolce tradizionale consiste in un tortino soffice preparato con farina di mais, uova, burro, zucchero, uvetta e, a volte, un tocco di formaggio fresco, che viene avvolto delicatamente all’interno di una foglia di achira (una pianta tropicale locale) e poi cotto al vapore. Quando abbiamo aperto il pacchetto di foglie, sprigionando un profumo dolce ed erbaceo, il tortino appariva gonfio e soffice come un soufflé. Mangiare quel dolce caldo, accompagnato da una tazza di caffè nero filtrato, è stato il nostro modo di salutare questo paese straordinario.

Mentre la sera scendeva per l’ultima volta su Quito e le luci ricominciavano ad accendersi lungo i fianchi del Pichincha come una costellazione terrestre, io e Marco siamo rimasti a guardare fuori dalla finestra. In soli sette giorni l’Ecuador ci aveva mostrato la sua anima complessa, fatta di vette innevate e foreste impenetrabili, di mercati silenziosi e cascate fragorose, di foglia d’oro barocca e terra cruda del páramo. Un viaggio che non si è impresso solo nei nostri passaporti, ma nel nostro modo di intendere la bellezza e la forza del mondo.


Riepilogo dell’Itinerario: 7 Giorni in Ecuador

Giorno Destinazione Principale Attrazioni Chiave Piatto Tipico Provato
1 Quito (Centro Storico) Plaza Grande, La Compañía de Jesús, Plaza de San Francisco, El Panecillo, Calle La Ronda Locro de Papa & Espumilla
2 Mitad del Mundo & Mindo Monumento Equatore, Museo Intiñan, Foresta Nebulosa, Cascate di Mindo Seco de Chivo & Chicha de Jora
3 Otavalo & Cuicocha Plaza de los Ponchos, Cultura Otavaleña, Laguna de Cuicocha (Caldera attiva) Fritada de Chancho & Mote
4 Parco Naz. Cotopaxi Laguna de Limpiopungo, Trekking al Rifugio José Rivas (4.864 m), Páramo Seco de Pollo & Canelazo
5 Baños de Agua Santa Ruta de las Cascadas, Manto de la Novia, Pailón del Diablo, Lavorazione Melcochas Llapingachos con Chorizo
6 Laguna di Quilotoa Cratere vulcanico, Discesa alla laguna verde smeraldo, Dialogo con la comunità Kichwa Cuy Asado con Salsa de Maní
7 Rientro a Quito Esplorazione gastronomica finale, Quartiere La Mariscal, Saluto alla città Encebollado de Pescado & Quimbolito
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