La Dodicesima Notte
L’Architettura del Desiderio e il Trionfo del Sogno
Tra le più conosciute e amate commedie di Shakespeare, La dodicesima notte intreccia — o meglio sarebbe dire affianca — sapientemente una vicenda amorosa e una farsesca, avvolgendo in una atmosfera fiabesca, onirica e irreale, il classico tema dello scambio di identità tra gemelli. Sullo sfondo immobile di una Illiria immaginaria, le due corti di Orsino e Olivia divengono infatti il centro di un’azione che, pur realissima, sembra svolgersi liberamente, “casualmente”, senza luogo e senza tempo, come in un sogno.
L’Illiria come spazio dell’anima
L’Illiria di Shakespeare non è un luogo geografico, ma uno stato della mente. È una terra sospesa, un lembo di mare e di costa dove la logica del mondo diurno — quella del lavoro, della famiglia e della responsabilità — viene sospesa in favore della logica della passione. Orsino è intrappolato nel suo amore narcisistico, un amore che si nutre di musica e di immagini poetiche più che della presenza fisica dell’oggetto desiderato. Olivia, al contrario, ha eretto una fortezza intorno al proprio dolore per la perdita del fratello, rifiutando ogni contatto con il mondo esterno. In questo panorama di stasi, l’arrivo di Viola, naufraga e costretta a travestirsi da uomo, agisce come un catalizzatore che costringe entrambi a confrontarsi con la realtà del desiderio.
La fluidità del desiderio
Il travestimento di Viola in Cesario rappresenta uno dei momenti più moderni dell’opera. Indossando abiti maschili, Viola non assume solo un ruolo sociale; lei disarticola le certezze di chi la circonda. Orsino, senza saperlo, si confida con lei, costruendo un legame intimo con un “giovane” che è, di fatto, la donna che gli è più affine. Olivia, d’altra parte, si innamora di un’immagine (Cesario) che è una proiezione della propria vitalità repressa. Shakespeare qui ci suggerisce una verità scomoda: l’innamoramento è spesso un atto di proiezione, un gioco di specchi in cui amiamo ciò che ci manca o ciò che temiamo di essere.
La funzione di Feste: la saggezza dei folli
Il costante rovesciamento della normalità è incarnato dalla singolarissima, bizzarra figura del clown Feste che, “pazzo” di professione, segue e commenta con arguzia le due vicende parallele. Feste è il vero regista interno dell’opera. Mentre gli altri personaggi sono ossessionati dai propri drammi, lui osserva con distacco, usando la musica e il gioco verbale per sottolineare l’assurdità del comportamento dei nobili. Per Feste, la parola non è uno strumento di verità oggettiva, ma di gioco; eppure, è proprio attraverso il gioco che la verità viene rivelata.
La beffa di Malvolio: il lato oscuro della commedia
Nonostante la trama sia spesso definita “leggera”, La dodicesima notte nasconde un nucleo di profonda crudeltà. Il trattamento riservato a Malvolio — il maggiordomo che aspira a una posizione superiore alla sua — è il monito di Shakespeare contro l’ipocrisia. La beffa ordita ai suoi danni, che lo vede prigioniero di una falsa lettera d’amore, trasforma una commedia degli equivoci in una riflessione cupa sulla condizione umana. Malvolio, nella sua rigidità, è l’unico personaggio che non accetta la “follia” dell’Illiria, e per questo viene punito con la derisione e l’isolamento.
Breve nota su William Shakespeare
William Shakespeare nacque a Stratford-upon-Avon nel 1564. Figlio di un mercante di guanti, la sua vita rimane, per molti versi, avvolta nel mistero, sebbene le tracce della sua attività siano indelebili nella storia del teatro. Nel 1592 era già un autore affermato e ben integrato negli ambienti artistici di Londra. Tra il 1594 e il 1595, l’autore toccò vette creative altissime, producendo capolavori che ridefinirono i generi del dramma elisabettiano. Fu membro della prestigiosa compagnia del Lord Chamberlain’s Men, che godrà di ininterrotto favore a Corte, prendendo sotto il regno di Giacomo I il nome di King’s Men. Shakespeare non fu solo un poeta, ma un uomo di scena che seppe conciliare le esigenze commerciali del teatro con la profondità filosofica del suo sguardo sull’uomo. Morì il 23 aprile 1616, lasciando un’eredità che ancora oggi costituisce il fondamento della cultura occidentale. Per chi desidera approfondire, la casa editrice Newton & Compton ha pubblicato l’opera omnia in Tutto il teatro.

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