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PANDORA – Odilon Redon

Pandora (1910)
Odilon Redon (1840–1916)
Pastello e carboncino su tavola cm 104 x 72,7
Metropolitan Museum of Art (The Met)

Lo Sguardo che svela l’Abisso

Tra le molte visioni che abitano l’orizzonte spesso tormentato e sempre affascinante dell’arte simbolista, poche figure mi colpiscono con la stessa persistenza silenziosa di “Pandora”, il capolavoro a pastello di Odilon Redon. Per me, questo non è semplicemente un quadro che si guarda; è un’esperienza in cui ci si immerge, un passaggio in una dimensione dove il mito classico si fonde con le profondità dell’inconscio.

Voglio iniziare con le coordinate fisiche di questo viaggio, le basi che ancorano la visione alla realtà tangibile. L’opera si intitola, appunto, “Pandora”. È stata creata nel 1910. Non è un olio su tela monumentale; Redon ha scelto il pastello su carta per questa composizione, un medium che, come vedremo, è fondamentale per l’effetto emotivo che l’opera produce. Le sue dimensioni sono relativamente modeste, misurando circa 104 centimetri in altezza per 73,7 centimetri in larghezza. E se mai desideraste trovarvi faccia a faccia con questa meraviglia, dovrete recarvi a New York, dove ha la sua attuale ubicazione presso il Metropolitan Museum of Art (The Met), una gemma preziosa nella loro vasta collezione.

Ora che abbiamo i dettagli logistici, lasciamo che la mente si perda nell’immagine stessa, come ho fatto io tante volte. Quando mi trovo di fronte a “Pandora”, la prima cosa che mi colpisce è l’atmosfera. È come se fossi entrato in un sogno, o forse in un incubo che si è placato in un’elegia malinconica. La scena è dominata da un’esplosione di vegetazione, una giungla fantastica che non ha equivalenti nel mondo reale. I colori sono vibranti eppure eterei, tipici del pastello di Redon: azzurri polverosi, rosa sbiaditi, verdi muschiosi e macchie di un arancione-terracotta bruciato che pulsano di una vita sotterranea.

Al centro di questo turbine cromatico c’è la figura di Pandora. È resa con una delicatezza commovente, una figura snella vestita con una tunica bianca che la fa sembrare una scultura vivente, quasi una statua greca che ha preso vita ma è ancora permeata della sua immobilità di marmo. La sua posa è iconica nella sua tragicità imminente. È in piedi, reclinata in avanti, lo sguardo fisso sulla sua scatola (o vasetto, come lo raffigura Redon, più fedele alle versioni più antiche del mito). La scatola stessa è quasi assorbita nella complessità dell’ambiente circostante, ma le mani di Pandora, giunte intorno ad essa, sono il fulcro drammatico della scena. Tutto il peso del destino dell’umanità sembra gravare su quei polsi fragili.

Per me, la forza di questo dipinto risiede nella sua reinterpretazione radicale del mito. La storia di Pandora è tradizionalmente una storia di disobbedienza e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Ma Redon non dipinge il momento dello scatenamento del male, la fuga di spiriti maligni o la scena di un’apocalisse. Dipinge l’istante prima dell’evento. Cattura la tensione psichica del momento di decisione. La Pandora di Redon non è un’ingenua che per errore compie un disastro; è una figura meditativa, sospesa tra la conoscenza e le conseguenze. C’è una solennità quasi sacrale nel suo gesto, che trasforma l’atto da un semplice errore a una meditazione sulla curiosità umana, sul desiderio di svelare l’ignoto, anche a un costo terribile.

La tecnica del pastello è fondamentale per questa interpretazione. L’uso dei pastelli permette a Redon di creare una qualità sognante, eterea. I colori non sono bloccati sulla tela ma sembrano galleggiare, come se fossero in procinto di dissolversi o di coagularsi in qualcos’altro. Questo specchia l’indefinitezza del momento psicologico che sta catturando. La giungla di piante fantastiche che circonda Pandora non è semplicemente uno sfondo decorativo; è un’estensione della sua psiche. I viticci contorti, i fiori giganti che sembrano organi-animali, i colori che sfumano l’uno nell’altro senza confini netti: tutto questo rappresenta il paesaggio interiore di Pandora, il turbine di pensieri e sentimenti che la tormentano prima dell’azione. Come Redon stesso ha detto, la sua arte cerca di “mettere la logica dei sensi visibili al servizio dei sensi invisibili”. Con “Pandora”, ha avuto successo in modo straordinario.

In questo dipinto, vedo un’evoluzione nel lavoro di Redon. Le sue opere precedenti, i suoi “neri”, erano piene di creature mostruose, occhi giganti e visioni incubotiche. Verso la fine della sua carriera, come in questa opera del 1910, ha trovato una via per esprimere lo stesso livello di mistero e inquietudine, ma attraverso l’uso del colore e della luce, con un’atmosfera più lirica e melanconica. Non è più l’orrore puro, ma una profonda comprensione della fragilità della condizione umana di fronte all’abisso.

La “Pandora” che vedo in image_85bb96.jpg è, quindi, molto più di una figura mitologica. È un’icona del momento della verità, un ritratto dell’anima umana in procinto di affrontare l’ignoto. Mi fa riflettere sulla mia stessa vita, sui momenti in cui la mia curiosità mi ha portato su sentieri inesplorati, per il bene o per il male. Mi ricorda la tensione tra il nostro desiderio di conoscere e la nostra responsabilità per le conseguenze.

Ogni volta che torno a questo quadro, scopro un nuovo dettaglio, un nuovo colore, una nuova sfumatura di significato. La “Pandora” di Odilon Redon non è un’opera d’arte statica; è un’esperienza dinamica che continua a risuonare con la stessa forza, quasi un secolo dopo la sua creazione. È un’opera che, come la sua protagonista, ci invita a guardare oltre la superficie, a svelare i segreti nascosti e a confrontarci con l’infinito mystery che ci circonda. E per me, questa è la definizione stessa di capolavoro.

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