Composizione VIII (1923)
Vasilij Kandinskij (1866-1944)
Olio su tela cm 140 x 201
Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Lo Spartito dell’Anima
Viaggio dentro “Composizione VIII” di Vasilij Kandinskij
Esistono opere d’arte che non si limitano a farsi guardare; esse esigono di essere ascoltate, sentite e percorse con lo spirito. Per me, non c’è quadro che incarni questa necessità interiore più potentemente di “Composizione VIII” (Composition VIII) di Vasilij Kandinskij. Ogni volta che mi trovo di fronte a questa tela, o anche solo alla sua immagine, vengo travolto da una sinfonia visiva, un’architettura di emozioni distillate in forme geometriche purissime. È come se l’artista avesse trovato il modo di dipingere la musica stessa, o meglio, le vibrazioni spirituali che la musica evoca nell’anima.
Voglio portarvi con me dentro questo capolavoro, non come critico, ma come un compagno di viaggio che cerca di decifrare lo spartito di un’anima visionaria. Ma prima di perderci tra le sue linee e i suoi colori, è bene fissare le coordinate di questo monumento dell’arte astratta.
Le Coordinate del Capolavoro
Kandinskij completò questo dipinto nel 1923. È un anno cruciale per lui: si trova in Germania, insegna alla prestigiosa scuola del Bauhaus a Weimar, ed è immerso in una profonda riflessione teorica che culminerà, pochi anni dopo, nella pubblicazione del suo trattato fondamentale, Punto e Linea nel Piano (1926). “Composizione VIII” è l’incarnazione pratica di quelle teorie, il momento in cui la sua pittura abbandona le forme organiche e quasi caotiche del periodo precedente per abbracciare una geometria controllata, meditata, ma non per questo meno vibrante.
Si tratta di un’olio su tela di dimensioni generose, che misurano 140 centimetri in altezza per 201 centimetri in larghezza. Questa scala monumentale è necessaria per permettere alla “composizione” di respirare, di espandersi, di diventare un ambiente in cui lo spettatore può immergersi. Attualmente, questa meraviglia è custodita in uno dei templi dell’arte moderna, il Solomon R. Guggenheim Museum a New York. È proprio lì che Solomon Guggenheim, affascinato dalla visione di Kandinskij, acquistò l’opera nel 1930, ponendo le basi per quella che diventerà una delle collezioni più importanti del mondo dedicate all’artista russo.
Il Palcoscenico e gli Attori: Analisi dell’Immagine
Guardiamo insieme l’immagine. Il fondo è un campo di battaglia cromatico ma sereno: una sfumatura delicata che va dal giallo pallido in alto a un verde-azzurro tenue in basso, creando una sorta di atmosfera eterea, un palcoscenico di luce. Su questo sfondo si muovono gli attori principali: forme geometriche e linee che non rappresentano nulla del mondo fisico, ma sono portatrici di un significato spirituale ed emotivo.
L’elemento più evidente è l’enorme cerchio viola scuro nell’angolo in alto a sinistra. È circondato da un’aura di rosso brillante e sfumato, che lo fa sembrare un sole eclissato o un’entità cosmica pulsante. Kandinskij considerava il cerchio come la forma più perfetta, l’unione dei due stati opposti (stabilità e movimento), un simbolo del “tutto” cosmico. La sua posizione in alto a sinistra, spesso associata all’inizio della lettura, gli conferisce un ruolo di comando, come un accordo tonale che stabilisce la chiave della composizione.
Di fronte a questo cerchio stabile, la tela è attraversata da una rete frenetica di linee. Linee nere sottili come fili di ragno, che si incrociano ad angoli acuti, creando tensione e ritmo. Alcune sono orizzontali e verticali, suggerendo ordine e staticità; altre sono diagonali e spezzate, evocando movimento, conflitto e dinamismo. Queste linee agiscono come gli archi di un’orchestra, tracciando percorsi melodici che l’occhio deve seguire.
E poi ci sono le forme. Un grande triangolo centrale, appena accennato, sembra fungere da perno per una struttura piramidale più complessa, fatta di scacchiere spezzate, griglie e scale. A destra, una densa concentrazione di cerchi colorati, quadrati e angoli acuti crea un contrappunto ritmico. Kandinskij stesso descrisse l’incontro tra il triangolo (l’azione, l’angolo acuto) e il cerchio (la meditazione, l’angolo piatto) come qualcosa di “efficace quanto il dito di Dio che sfiora il dito di Adamo nell’affresco di Michelangelo”. In “Composizione VIII”, questo incontro non è solo efficace; è il motore stesso dell’opera.
I colori non sono semplici attributi delle forme; sono suoni e sentimenti. Il giallo è un suono di tromba, brillante e a volte fastidioso; il blu è un suono di violoncello, profondo e celestiale; il rosso è un suono di tuba, robusto e passionale. In questa tela, questi suoni si fondono in una polifonia visiva che non ha precedenti.
Il Trionfo dell’Astrazione Lirica
“Composizione VIII” non è solo un quadro; è un manifesto dell’astrazione lirica. Kandinskij non voleva più descrivere il mondo visibile, che considerava un’illusione. Voleva dipingere il “suono interiore” delle cose, la “necessità interiore” che spinge l’anima a vibrare. Per lui, l’arte doveva essere un mezzo per elevarsi spiritualmente, per liberarsi dalla materialità e raggiungere una comprensione più profonda dell’universo.
La geometria di questo dipinto non è una geometria matematica fredda e calcolata; è una geometria poetica, intuitiva, dove ogni punto, ogni linea, ogni angolo ha un “suono” psicologico e spirituale. Il punto è l’inizio di tutto, un’entità silenziosa; la linea è la forza che muove il punto, creando tempo e spazio; il piano è il palcoscenico dove queste forze agiscono. “Composizione VIII” è la messa in scena di questo dramma cosmico.
Un’Eredità Immortale
A più di un secolo dalla sua creazione, “Composizione VIII” continua a parlarci con una forza immutata. Ci invita a guardare oltre la superficie, a sfidare le nostre abitudini visive e a riscoprire la dimensione spirituale dell’esistenza. È un’opera che non finisce mai di rivelarsi, un labirinto di forme e colori che continua a vibrare nel profondo di noi stessi.
Per me, “Composizione VIII” è come uno spartito che attende di essere eseguito dall’anima dello spettatore. E ogni volta che ci lasciamo andare alle sue vibrazioni, diventiamo, per un momento, parte di quella sinfonia cosmica che Kandinskij, con la sua visione profetica, è riuscito a catturare su questa tela immortale. Il Guggenheim di New York non è solo il custode di un quadro; è il guardiano di una soglia che ci conduce, se lo vogliamo, dritti nel cuore del suono interiore.

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