Jean Fautrier: il pioniere dell’Arte Informale e il poeta della materia
Jean Fautrier (Parigi, 16 maggio 1898 – Châtenay-Malabry, 21 luglio 1964) è stato una delle figure più solitarie, enigmatiche e rivoluzionarie del Novecento europeo. Pittore, scultore e incisore francese, Fautrier è riconosciuto dalla storiografia dell’arte come il vero e proprio caposcuola dell’Art Informel (o Arte Informale) e del Tachisme, anticipando di diversi anni le ricerche materiche ed gestuali che avrebbero caratterizzato il secondo dopoguerra sia in Europa che negli Stati Uniti.
La sua opera rappresenta un ponte tragico e sublimato tra la drammaticità della storia umana — segnata in modo indelebile dai due conflitti mondiali — e una reinvenzione radicale del supporto pittorico, riscatto visivo in cui la pittura cessa di essere superficie rappresentativa per farsi corpo, rilievo e carne.
1. La formazione britannica e gli esordi (1898–1920)
Nato a Parigi nel 1898, Jean Fautrier visse un’infanzia complessa. Alla morte del padre e della nonna, nel 1909 si trasferì a Londra con la madre. Fu proprio nella capitale britannica che il giovanissimo Fautrier iniziò il suo apprendistato artistico, venendo ammesso a soli diciassette anni, nel 1912, alla prestigiosa Royal Academy of Arts.
L’ambiente accademico londinese gli risultò presto rigido e soffocante, spingendolo a frequentare la Slade School of Fine Art, un istituto dall’impostazione più aperta e moderna. Durante gli anni inglesi, Fautrier trascorse ore fondamentali nelle sale della Tate Gallery, dove rimase folgorato dai capolavori di J.M.W. Turner. La luce dissolvente e impalpabile di Turner, unita alla pennellata pastosa di John Constable, lasciò un’impronta indelebile nella sua concezione del colore e dello spazio.
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Fautrier fu richiamato alle armi nell’esercito francese nel 1917. L’esperienza al fronte fu devastante: rimasto intossicato dai gas e gravemente riformato sul piano fisico e psicologico, l’artista venne congedato nel 1917. Questo contatto precoce con la violenza e la fragilità della vita segnò in maniera profonda la sua sensibilità visiva.
2. Il “Periodo Nero” e la figura tragica (Anni ’20)
Tornato a Parigi nel 1920, Fautrier si inserì nell’ambiente bohémien di Montparnasse. La Parigi degli anni venti era dominata dal Cubismo ritornato all’ordine, dal Surrealismo e dal ritorno alla figurazione classica. Fautrier, tuttavia, scelse una via del tutto autonoma e spiazzante.
Tra il 1922 e il 1928 prese forma il suo celebre “Periodo Nero” (Période Noire). In queste opere, il pittore impiegava una palette cromatica fortemente ridotta, dominata da toni cupi, neri bituminosi, bruni, grigi e squarci di luce livida. I suoi soggetti — nature morte con selvaggina squartata, cinghiali, pesci, nudi femminili e paesaggi spogli — richiamavano la pittura di Chardin, Rembrandt e Soutine, ma spogliata di ogni compiacimento decorativo.
Fautrier non dipingeva la realtà per descriverla: ne estraeva il peso tragico, la decomposizione e la vulnerabilità carnale attraverso strati densi di pigmento scuro.
In questo periodo Fautrier attirò l’attenzione di importanti collezionisti e critici, tra cui il celebre gallerista Paul Guillaume, che gli dedicò una prima personale di rilievo nel 1924, e lo scrittore André Malraux, con cui stringerà un sodalizio intellettuale duraturo. Nel 1928 realizzò una straordinaria serie di litografie per un’edizione de La Divina Commedia (in particolare l’Inferno di Dante) commissionatagli dall’editore Gallimard; un lavoro in cui l’oscurità e la dissoluzione della figura umana toccarono vertici espressivi altissimi.
3. La crisi economica e la parentesi sulle Alpi
Nonostante i primi successi di critica, la Grande Depressione del 1929 travolse il mercato dell’arte parigino. Senza più il sostegno dei mercanti e in preda a gravi ristrettezze finanziarie, Fautrier prese una decisione drastica: abbandonò temporaneamente la vita artistica della capitale e si trasferì nelle Alpi francesi.
Tra il 1934 e il 1939 visse a Tignes e a Val d’Isère, lavorando come maestro di sci, albergatore e gestore di un rifugio alpino. Questa prolungata immersione nella natura alpina — fatta di pareti rocciose, ghiaccio, neve e materia minerale — ebbe un impatto determinante sul suo vocabolario estetico. La materia dell’opera d’arte non doveva più limitarsi ad imitare la natura, ma doveva diventare essa stessa materia naturale: incrostazione, stratificazione, roccia e polvere.
4. La svolta: Gli “Otages” e l’orrore di Châtenay-Malabry (1942–1945)
Con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazista della Francia, Fautrier rientrò a Parigi. Impegnato attivamente nella Resistenza intellettuale francese, nel 1943 fu arrestato dalla Gestapo. Rilasciato grazie all’intervento di amici influenti, fu costretto a fuggire e a nascondersi a Châtenay-Malabry, alla periferia sud di Parigi, trovando rifugio all’interno di una casa di cura per malati mentali (l’ospedale clinico di Hautes-Bruyères) situata vicino al bosco di Tourvoie.
Fu in questa condizione di clandestinità che nacque il capolavoro assoluto di Fautrier e una delle tappe fondamentali della storia dell’arte del Novecento: la serie degli Otages (Gli Ostaggi).
La genesi visiva e acustica
Dal suo rifugio nel parco della clinica, Fautrier sentiva quasi ogni notte gli spari e le urla delle esecuzioni sommarie compiute dalle truppe naziste contro gli ostaggi e i partigiani francesi nel vicino bosco. Impossibilitato a uscire o a vedere direttamente la carneficina, l’artista trasformò l’ascolto dell’orrore in una risposta pittorica di inaudita potenza viscerale.
Invece di realizzare quadri di protesta realistica o di cronaca figurativa (come avrebbe fatto la pittura ideologica dell’epoca), Fautrier elaborò una sintesi informale in cui il volto dell’ostaggio viene ridotto a un grumo di materia lacerata.
5. La tecnica materica: La rivoluzione dell’impasto
Per realizzare gli Otages, Fautrier inventò una procedura tecnica completamente nuova, sovvertendo il tradizionale rapporto tra supporto, disegno e colore.
| Fase | Descrizione della Tecnica di Fautrier |
| Il Supporto | Utilizzava fogli di carta assorbente o carta da spolvero incollati su tela rigida o compensato. |
| Lo Stucco | Stendeva al centro del foglio un alto spessore di pasta di gesso, colla, bianco di Spagna e olio, lavorandolo con una spatola. |
| Il Rilievo | Il blocco centrale diventava una sorta di “biscotto” tridimensionale, un bassorilievo cromatico e denso. |
| Il Pigmento | Sopra questo strato ancora fresco, spolverava pigmenti puri a secco, pastel sfarinato, inchiostri e acquerelli, lasciando che il colore venisse assorbito dalla materia. |
Il risultato era un’immagine in cui il volto o il corpo umano affioravano come un calco di gesso, una cicatrice o una reliquia fossile. I toni rosa carnoso, azzurro pastello, verde marcio e ocra venivano contrastati da solchi scuri tracciati a spatola, rievocando volti sfigurati, proiettili conficcati e corpi profanati.
L’esposizione del 1945
Nel novembre del 1945, subito dopo la liberazione di Parigi, la Galerie René Drouin espose 46 dipinti e diverse sculture della serie Les Otages. La mostra scosse profondamente la cultura europea.
Jean Paulhan e André Malraux scrissero testi storici per l’occasione. Malraux definì le opere di Fautrier “il geroglifico del dolore”, sottolineando come l’artista fosse riuscito a tradurre la tragedia collettiva della guerra non in una retorica politica, ma in una pietà della materia.
6. Fautrier e la nascita dell’Art Informel
Nel 1952, il critico francese Michel Tapié pubblicò il celebre manifesto Un art autre (“Un’arte altra”), consacrando Jean Fautrier — insieme a Jean Dubuffet, Wols e Henri Michaux — come il padre fondatore dell’Art Informel.
Mentre negli Stati Uniti si sviluppava l’Espressionismo Astratto guidato dall’Action Painting di Jackson Pollock, in Europa l’Informale rispondeva al trauma bellico lavorando sulla distruzione della forma razionale e sulla centralità della materia.
Il contributo unico di Fautrier:
A differenza di Dubuffet, che cercava una brutalità anti-artistica e primordiale (Art Brut), e a differenza degli astrattisti puri, Fautrier conservò sempre una sottile ed elegante memoria della figura reale. Per Fautrier la forma non era mai del tutto assente: era un’affioramento, un’impronta lasciata dal ricordo sulla superficie della pittura.
7. Gli “Originaux Multiples” e la produzione tarda (1950–1964)
Negli anni cinquanta, Fautrier continuò ad approfondire le sue ricerche cromatiche e tattili, affrontando temi apparentemente più lirici e quotidiani: i Boîtes (scatole), i Objets (oggetti di uso comune), le Fleurs (fiori) e i paesaggi spogli.
Nel 1950, in risposta alle difficoltà di riproduzione della pittura materica, l’artista brevettò un procedimento inventivo denominato Originaux Multiples (“Originali Multipli”). Attraverso l’uso di matrici e tecniche miste di stampa e ricoloratura manuale, Fautrier creava serie limitate di opere in rilievo che sfidavano il concetto tradizionale di opera unica e irripetibile, suscitando accesi dibattiti nel mondo dell’arte.
Il riacutizzarsi della drammaticità
Nel 1956, di fronte all’invasione sovietica dell’Ungheria, Fautrier ritrovo la spinta etica degli Otages e dipinse la serie dei Têtes d’Otages – Budapest, riaffermando la pittura come strumento indefesso di testimonianza contro l’oppressione e la tirannia.
8. I riconoscimenti internazionali e la scomparsa
Il valore teorico e storico della sua opera venne infine consacrato ai massimi livelli istituzionali negli ultimi anni della sua vita:
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1960: Vince il Grand Prix per la pittura alla XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, ex aequo con Hans Hartung, affermandosi definitivamente come figura chiave del Novecento.
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1964: Il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris organizza la prima grande mostra retrospettiva della sua opera.
Jean Fautrier si spense il 21 luglio 1964 nella sua casa di Châtenay-Malabry, il luogo stesso dove vent’anni prima aveva trasformato la sofferenza umana nella materia immortale dei suoi Otages.
Conclusioni: L’eredità artistica
L’eredità di Jean Fautrier rimane essenziale per comprendere l’evoluzione dell’arte contemporanea. Eliminando la distinzione tra scultura e pittura, tra superficie e volume, l’artista francese dimostrò che la pittura non deve necessariamente illustrare una storia per essere profonda: la storia, la memoria e l’anima dell’uomo possono risiedere direttamente nello spessore fisico di un grumo di colore. La sua opera continua a influenzare generazioni di artisti legate alle poetiche della materia, del corpo e dell’astrazione lirica.

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1 – JEAN FAUTRIER – Vita e opere
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