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CHARLES BRONSON

Un volto scolpito nella pietra, due fessure azzurre al posto degli occhi e un baffle stropicciato che è diventato un’icona del cinema d’azione: Charles Bronson incarna, forse meglio di chiunque altro, l’archetipo del “duro” di Hollywood. Tuttavia, dietro quella maschera impenetrabile e quei ruoli di vendicatore spietato si celava la storia personale di un uomo scampato alla miseria, temprato dalla guerra e approdato al successo al termine di una lunghissima gavetta.

Dalla fame della Pennsylvania rurale alla consacrazione del box office globale, la parabola di Bronson è tra le più singolari della storia del cinema mondiale.

1. Le origini: la miniera, la guerra e il riscatto

Charles Dennis Buchinsky (questo il suo vero nome) nasce il 3 novembre 1921 a Ehrenfeld, in Pennsylvania. Undicesimo di quindici figli di una famiglia di immigrati lituani di etnia tatara, cresce nel cuore della povertà più nera, in una comunità di minatori. La famiglia è così povera che, secondo il folklore hollywoodiano, in gioventù Charles fu persino costretto a indossare il vestitino da sera di una delle sorelle per andare a scuola, non avendo altri abiti a disposizione.

A soli dieci anni perde il padre, minatore morto per le durissime condizioni di lavoro. Ancora giovanissimo, Charles scende a sua volta nelle viscere della terra per estrarre carbone a poche centinaia di metri di profondità, guadagnando un dollaro per ogni tonnellata estratta. Questo lavoro gli lascerà due eredità indelebili: una spiccata sofferenza di claustrofobia e un fisico scolpito nella roccia.

La svolta arriva con la Seconda Guerra Mondiale. Arruolato nell’Aviazione degli Stati Uniti (USAAF) nel 1943, serve come mitragliere di coda sugli B-29 nel Pacifico, completando 25 missioni operative e venendo insignito del Purple Heart dopo essere stato ferito in combattimento.

Al ritorno dalla guerra, il giovane Buchinsky decide di non tornare mai più in miniera. Si trasferisce a Philadelphia dove si unisce a una compagnia teatrale locale, scoprendo una viscerale passione per l’arte drammatica. Successivamente si sposta in California, a Pasadena, per perfezionare la recitazione.

2. La dura gavetta hollywoodiana e la caccia alle streghe

All’inizio degli anni Cinquanta il cinema si accorge di lui. Con il fisico atletico e lo sguardo magnetico, Buchinsky ottiene diverse parti da caratterista, debuttando in Il comandante Johnny (You’re in the Navy Now, 1951) di Henry Hathaway.

Negli anni successivi lavora alacremente in ruoli di contorno: è un pugile in L’impetuoso (Pat and Mike, 1952) accanto a Spencer Tracy e Katharine Hepburn, e interpreta il muto e inquietante scagnozzo Igor nel classico horror La maschera di cera (House of Wax, 1953) con Vincent Price.

Nel 1954 cambia il suo cognome da Buchinsky a Bronson. La scelta è dettata dal clima di paranoia maccartista della Guerra Fredda: un cognome d’origine slava come Buchinsky avrebbe potuto insospettire la Commissione per le attività antiamericane e compromettere la sua carriera. Il nome “Bronson” viene scelto ispirandosi al Bronson Gate, una delle porte d’accesso agli studi della Paramount Pictures.

Nello stesso anno si fa notare nel genere western, che diventerà la sua vera casa cinematografica: recita in due pietre miliari di Robert Aldrich, L’ultimo Apache (Apache, 1954) e Vera Cruz (1954).

3. L’ascesa dei grandi classici: volti di pietra e miti del Western

Nel corso degli anni ’60 Bronson consolida la sua reputazione di comprimario di lusso. La sua presenza scenica è strabiliante: gli basta un’occhiata o una ruga sul volto per comunicare una minaccia o una dolorosa dignità.

Nel 1960 è tra i protagonisti di I magnifici sette (The Magnificent Seven) di John Sturges, remake western de I sette samurai di Akira Kurosawa. Il suo personaggio, il pistolero mercenario Bernardo O’Reilly che stringe un toccante legame con i bambini del villaggio, rimane uno dei momenti più iconici e umani della sua intera filmografia.

Nel 1963 torna a lavorare con Sturges nel leggendario capolavoro di guerra La grande fuga (The Great Escape). Il ruolo gli calza a pennello: interpreta Danny Velinski, “il re del tunnel”, un prigioniero polacco affetto da claustrofobia che deve scavare le vie di fuga per i soldati alleati, richiamando direttamente le drammatiche esperienze d’infanzia vissute nelle miniere della Pennsylvania.

Nel 1967 recita in un altro cult indiscusso: Quella sporca dozzina (The Dirty Dozen) di Robert Aldrich, nei panni di Joseph Wladislaw, uno dei condannati a morte reclutati per una missione suicida contro i nazisti.

4. L’Europa e la consacrazione: “L’Uomo dell’Armonica”

Nonostante il costante successo di critica e di pubblico, ad Hollywood Bronson viene ancora visto principalmente come un ottimo attore di supporto, mai come un vero leading man di prima fascia.

La svolta decisiva avviene oltreoceano, in Europa. Nel 1968 Sergio Leone lo sceglie per interpretare il misterioso pistolero “Armonica” nel monumentale C’era una volta il West (Once Upon a Time in the West). Leone aveva tentato di ingaggiare Bronson già per Per un pugno di dollari, ma l’attore aveva rifiutato la parte (poi andata a Clint Eastwood). Questa volta, però, Bronson accetta: la sua recitazione fatta di pochissime parole, sguardi gelidi e il duello finale contro Henry Fonda lo trasformano istantaneamente in una star internazionale.

In Europa diventa una divinità cinematografica, adorato specialmente in Francia e in Italia. Tra il 1968 e il 1973 recita in grandi produzioni estere come il noir francese L’uomo venuto dalla pioggia (Le Passager de la pluie, 1970) di René Clément, il western euro-giapponese Sole rosso (Soleil Rouge, 1971) al fianco di Toshiro Mifune e Alain Delon, e Joe Valachi – I segreti di Cosa Nostra (The Valachi Papers, 1972) diretto da Terence Young.

Nel 1971 gli viene persino assegnato l’Henrietta Award ai Golden Globes come “Attore più popolare al mondo”. Hollywood non può più ignorarlo.

5. Il fenomeno Paul Kersey: “Il giustiziere della notte”

Rientrato negli Stati Uniti da divo acclamato, Bronson firma nel 1974 il ruolo che segnerà in modo indelebile il prosieguo della sua carriera e l’immaginario collettivo degli anni ’70 e ’80: Il giustiziere della notte (Death Wish), diretto da Michael Winner.

Bronson interpreta Paul Kersey, un tranquillo e pacifico architetto di New York, di idee liberali e pacifiste, la cui vita viene distrutta quando una banda di criminali irrompe in casa sua, massacra la moglie e sfigura la figlia. Sconvolto dall’inefficienza delle forze dell’ordine e dal degrado urbano, Kersey impugna una rivoltella e comincia a percorrere di notte le strade buie della metropoli, eliminando senza pietà rapinatori e malviventi.

Il film ottiene un successo travolgente al botteghino, intercettando le paure della classe media americana spaventata dall’impennata della criminalità metropolitana di quegli anni. Sebbene la critica si divida violentemente (molti accusano la pellicola di promuovere il vigilantismo e la giustizia sommaria), Bronson diventa il simbolo definitivo dell’antieroe urbano che si fa giustizia da solo.

Il personaggio di Paul Kersey genererà una lunga saga composta da ben quattro sequel:

6. Gli anni ’70 e ’80: tra Cannon Films e vita privata

Negli anni ’70, oltre alla saga di Kersey, Bronson offre eccellenti interpretazioni in vari generi. Spicca in particolare L’eroe della strada (Hard Times, 1975), folgorante esordio alla regia di Walter Hill, dove Bronson interpreta Chaney, un taciturno pugile di strada a mani nude nella Louisiana della Grande Depressione.

Negli anni ’80 diventa il volto simbolo della Cannon Films, la leggendaria casa di produzione dei cugini Menahem Golan e Yoram Globus. Con la Cannon gira una serie interminabile di film d’azione e thriller metropolitani a basso budget ma di grande impatto popolare, spesso in coppia con il regista J. Lee Thompson: 10 minuti a mezzanotte (10 to Midnight, 1983), Professione giustiziere (The Evil That Men Do, 1984), La legge di Murphy (Murphy’s Law, 1986) e Messaggio di morte (Messenger of Death, 1988).

La vita privata e il grande amore con Jill Ireland

Se sullo schermo Bronson incarna il prototipo del duro spietato, nella vita privata è un uomo schivo, riservato, molto legato alla famiglia e appassionato di pittura.

Dopo un primo matrimonio con Harriet Tendler (da cui ha due figli), nel 1968 sposa l’attrice britannica Jill Ireland, incontrata sul set nel 1965. Il loro diventa uno dei sodalizi sentimentali e professionali più celebri di Hollywood: reciteranno insieme in oltre 15 film, tra cui Città violenta (1970), Qualcuno dietro la porta (1971) e L’assassino di pietra (1973).

La coppia cresce ben sette figli (tra figli avuti da precedenti unioni, propri e adottati). La loro storia d’amore si interrompe tragicamente nel 1990 con la scomparsa della Ireland a causa di un tumore al seno, evento che segnerà profondamente l’attore negli anni a venire.

7. Gli ultimi anni e l’eredità artistica

Negli anni ’90 Bronson dirada drasticamente le sue apparizioni al cinema. Regala una splendida interpretazione nel film d’esordio alla regia di Sean Penn, Lupo solitario (The Indian Runner, 1991), dove interpreta con straordinaria intensità drammatica il padre dei due fratelli protagonisti.

Chiude la sua carriera di attore interpretando il commissario di polizia Paul Fein nella trilogia di film per la televisione Sospetti in famiglia (Family of Cops, 1995, 1997 e 1999).

Ritiratosi definitivamente dalle scene alla fine degli anni ’90 a causa di problemi di salute (tra cui l’insorgenza della malattia di Alzheimer), Charles Bronson muore il 30 agosto 2003 all’età di 81 anni al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles.

Charles Bronson ha lasciato in eredità un modello visivo e recitativo inconfondibile: l’attore dell’essenzialità, che sottrae invece di aggiungere, capace di dominare la scena con la sola forza del suo carisma riluttante.

Filmografia Selezionata (I titoli principali)

Per orientarsi nella sterminata carriera di Bronson, ecco le sue opere cinematografiche più rilevanti divise per epoche:

I primi ruoli e la gavetta (1951-1959)

  • Il comandante Johnny (You’re in the Navy Now), regia di Henry Hathaway (1951)

  • L’impetuoso (Pat and Mike), regia di George Cukor (1952)

  • La maschera di cera (House of Wax), regia di André De Toth (1953)

  • L’ultimo Apache (Apache), regia di Robert Aldrich (1954)

  • Vera Cruz, regia di Robert Aldrich (1954)

  • La giungla della metropoli (Machine-Gun Kelly), regia di Roger Corman (1958)

La consacrazione hollywoodiana (1960-1967)

  • I magnifici sette (The Magnificent Seven), regia di John Sturges (1960)

  • La grande fuga (The Great Escape), regia di John Sturges (1963)

  • I quattro di Texas (4 for Texas), regia di Robert Aldrich (1963)

  • La battaglia dei giganti (Battle of the Bulge), regia di Ken Annakin (1965)

  • Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned), regia di Sydney Pollack (1966)

  • Quella sporca dozzina (The Dirty Dozen), regia di Robert Aldrich (1967)

Il periodo europeo e i grandi Spaghetti Western (1968-1973)

  • I tre del Colorado (Guns for San Sebastian), regia di Henri Verneuil (1968)

  • C’era una volta il West, regia di Sergio Leone (1968)

  • L’uomo venuto dalla pioggia (Le Passager de la pluie), regia di René Clément (1970)

  • Città violenta, regia di Sergio Sollima (1970)

  • Sole rosso (Soleil Rouge), regia di Terence Young (1971)

  • Chato (Chato’s Land), regia di J. Lee Thompson (1972)

  • Joe Valachi – I segreti di Cosa Nostra (The Valachi Papers), regia di Terence Young (1972)

  • L’assassino di pietra (The Stone Killer), regia di Michael Winner (1973)

L’era del “Giustiziere” e i grandi cult d’azione (1974-1989)

  • Il giustiziere della notte (Death Wish), regia di Michael Winner (1974)

  • L’eroe della strada (Hard Times), regia di Walter Hill (1975)

  • 10 secondi per fuggire (Breakout), regia di Tom Gries (1975)

  • Io non credo a nessuno (Breakheart Pass), regia di Tom Gries (1975)

  • Caboblanco, regia di J. Lee Thompson (1980)

  • Caccia selvaggia (Death Hunt), regia di Peter R. Hunt (1981)

  • Il giustiziere della notte n. 2 (Death Wish II), regia di Michael Winner (1982)

  • 10 minuti a mezzanotte (10 to Midnight), regia di J. Lee Thompson (1983)

  • Professione giustiziere (The Evil That Men Do), regia di J. Lee Thompson (1984)

  • Il giustiziere della notte 3 (Death Wish 3), regia di Michael Winner (1985)

  • La legge di Murphy (Murphy’s Law), regia di J. Lee Thompson (1986)

  • Il giustiziere della notte 4 – Con un piede nella fossa (Death Wish 4: The Crackdown), regia di J. Lee Thompson (1987)

Gli ultimi lavori (1991-1999)

  • Lupo solitario (The Indian Runner), regia di Sean Penn (1991)

  • Il giustiziere della notte 5 (Death Wish V: The Face of Death), regia di Allan A. Goldstein (1994)

  • Sospetti in famiglia (Family of Cops), regia di Ted Kotcheff – film TV (1995)

  • Sospetti in famiglia 2 (Breach of Faith: A Family of Cops II), regia di David Greene – film TV (1997)

  • Sospetti in famiglia 3 (Family of Cops III: Under Suspicion), regia di Sheldon Larry – film TV (1999)

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