DIRE STRAITS

DIRE STRAITS

Il vento della nuova Restaurazione non soffia soltanto sulle cittadelle del New Jersey, Asbury Park inclusa, ma spazza anche le strade della vecchia Albione. In piena tormenta new wave, i Dire Straits hanno avuto partita vinta in poche mani, senza alcun “sistema” particolare, senza garanzie di “immagine” o di “potenziale commerciale” da parte di scaltri manager diplomatisi all’accademia di Epstein & McLaren. Mentre, come canta la loro mente Mark Knopfler in In The Gallery, il gruppo lasciava che fossero “i venditori a riunirsi per decidere a chi offrire una possibilità d’affermarsi finendo nella mostra”, i quattro mettevano in atto la rivincita di un rock scarno ed essenziale, privo di estetismi premeditati e ricco di urgenza istintiva, di feeling: una musica colta eppure mai intellettuale, piuttosto raffinata e seducente, “rassicurante” e soprattutto “a misura d’uomo”, nella miglior tradizione di Lennon, Dylan, Marley e Springsteen. Accostati a più riprese ai grandi campioni della musica laidback, del rock “rilassato” (dal Clapton “soleggiato” di 461 Ocean Blvd al “sudista” J.J. Cale di Cocaine), i Dire Straits hanno potuto aspirare a maggiori fortune e a un’ascesa indisturbata grazie a un’assoluta indipendenza dall’attualità musicale.
Quando mettono su bottega nell’estate del 1977, il quartetto è già un singolare anacronismo. Mentre fuori impazza la “grande truffa r’n’r” dei Sex Pistols e i Clash inneggiano alla “rivolta bianca”, Mark Knopfler e il fratello David si ritrovano la sera a strimpellare assieme all’amico John Illsley canzoni di Chuck Berry, J.J. Cale, Ry Cooder, qualche riff di Clapton. Sono antidoti alla mediocrità dei tempi nuovi: il professionismo è ancora di la da venire e il distacco dai fermenti della nouvelle vague è totale. John Illsley lavora in un negozio di dischi, David Knopfler è assistente sociale e Mark, insegna letteratura inglese al Loughton Tech, “battendo” invece di sera tutto il circuito dei pubs con un complessino di rockabilly, i Cafè Racers.

Le serate “swinganti ” in casa Knopfler accendono in breve miraggi di big times. Alla batteria viene reclutato un “professionista”, l’amico Pick Withers e il destino pare segnato quando i quattro (Mark alla chitarra solista e canto, Dave alla ritmica, Illsley al basso e Withers ai tamburi) registrano un nastro con cinque canzoni per la modica cifra di 160 sterline. Senza troppa convinzione il provino viene recapitato al DJ di Radio London, il prode Charlie Gillet, che lo manda in onda nell’ambito di un’emissione country & blues. Il tam-tam dei discografici non tarda a farsi sentire e a spuntarla sugli altri è la PolyGram.
Nel febbraio 1978, di ritorno da una tournée come supporto dei Talking Heads, il gruppo incide in tutta economia l’album di esordio, Dire Straits, con la regia di Muff Winwood, fratello del più celebre Steve. Il disco esce alla spicciolata cogliendo tutti di sorpresa: che futuro può sperare un chitarrista trentenne, per di più stempiato e con una faccia “facciosa” a la Schultz? Il pubblico non se ne cura, anzi prende a cuore questo gruppo che suona esclusivamente per il proprio piacere, senza divismi né finte ideologie e il cui simbolo diventa la chitarra, fluida e concisa, di Knopfler.
Nell’estate 1979 appare un nuovo disco, Communiqué, ulteriore celebrazione del mito dell’eroe fuorilegge, del loner solitario in lotta contro una società in cui è sempre più difficile distinguere tra bene e male e dove l’uomo deve agire in accordo con le sue convinzioni interiori. Il successo è garantito (Once Upon A Time In The West, News, Single-Handed Sailor) , ma Communiqué ricalca troppo esplicitamente il lavoro precedente.
Bisognerà attendere il fortunatissimo Making Movies nell’80, realizzato a New York dopo la defezione di David e con l’apportodi Roy Bittan, pianista di Springsteen. È la consacrazione definitiva del Knopfler romanticus: al solito tutte sue le canzoni, sua l’immagine con cui il gruppo viene identificato dal pubblico: anti-star per eccellenza, schivo e introverso, Mark rifiuta la maschera di “personaggio”, preferendo raccontar di speranze, di poesia, di una vita “in positivo”. Così Tunnel Of Love, Romeo & Juliet e Skateaway diventano colonna sonora del trionfale tour del 198l, preludio a oltre un anno e mezzo di “ritiro”. Knopfler parte armi e bagagli per New York, risucchiato dall’atmosfera elettrica della Grande Mela: bazzica bettole jazz, presta il suo solismo scintillante a Van Morrison, agli Steely Dan e alle sorelle McGarrigle, meditando infine un cambiamento di registro. Arriva cosi quest’anno Love Over Gold, realizzato con organico ampliato (Hal Lindes alla seconda chitarra e l’eccellente Alan Clark alle tastiere). Telegraph Road, epicum di oltre 14 minuti, e Industrial Disease puntano il dito sulla piaga della decadenza economica e morale in cui si dibatte la civiltà tecnologica. “Val di più l’amore dell’oro e la mente della materia, per riuscire a fare ciò che devi fare, quando quel che tieni stretto può crollare e restar distrutto o scivolare via come polvere tra le dita”, canta l’uomo nel brano che da titolo all’album, sposando vile retorica e cruda verità, al solito due passi oltre il turbinare delle mode e il valzer del mercantilismo discografico.

COMPONENTI INIZIALE

Mark Knopfler – voce e chitarra (1977-1995)
John Illsley – basso e cori (1977-1995)]
David Knopfler – chitarra e cori (1977-1980)
Pick Withers – batteria (1977-1982)

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