LA FILOSOFIA DI GIORDANO BRUNO

LA FILOSOFIA DI GIORDANO BRUNO

Il sistema di Jacob Böhme rappresenta la sintesi del misticismo germanico, che proietta nell’universo la tragedia della coscienza agitantesi nella lotta tra il bene e il male: il mondo è visto traverso il senso pessimistico della vita umana. Il genio speculativo del nolano GIORDANO BRUNO (1) (1548-1600) si sforza di fondere i più disparati motivi dominanti nel naturalismo del Rinascimento italiano, e li ricollega alle fonti del pensiero antico, dall’emanatismo neoplatonico al monismo stoico e, di la da questo, al monismo eracliteo ed eleatico e al  atomistico di Democrito.
Domina nella mente di Bruno il concetto dell’infinito: e il pensiero del Cusano gli fornisce spunti di determinazioni mistico-filosofiche, come la nuova teoria di Copernico, da lui entusiasticamente accolta, gli offre una solida base scientifica. E la visione bruniana del mondo, pur sorretta da impeti di simpatia commossa e da slanci audaci di una spesso torbida fantasia, è in sostanza serena contemplazione ottimistica della divina Armonia dell’universo, gioiosa partecipazione all’eterno processo per cui l’Uno si dispiega nel Tutto e il Tutto si risolve nell’Uno, “eroico furore, come egli dice: “eroico furore”, che non è l’estasi o l’ispirazione degli invasati di Dio, i quali, “vuoti di proprio spirito e senso”, accolgono in sè passivamente lo spirito divino; e in-vece l’attivo e fervido dispiegarsi della ragione, per cui  i filosofi dimostrano non l’effetto dell’azione divina, ma la ” eccellenza della propria umanità”. Spirito battagliero, inquieto, vulcanico, spregiatore e fustigatore implacabile di ogni pedanteria e di ogni forma di ossequio ai morti residui del passato, pieno di superbi fastidi, incarna tipicamente l’anima della Rinascenza, con i suoi tormenti e con le sue contradizioni. E il rogo che concluse le turbinose vicende della sua vita errabonda, è la prima clamorosa e tragica manifestazione dell’antagonismo che, nell’età della Controriforma, si è ormai aperto tra la filosofia della Chiesa e quella che si era affermata e svolta fuori di essa.

Bruno non nega il Dio del cattolicismo: riconosce un Divino trascendente, la cui realtà non si esaurisce nella realtà dell’universo, ma infinitamente la sopravanza – Mens super omnia -. Egli lo distingue da quella Mens insita omnibus, dal divino che è presente nella natura come è presente l’anima nel corpo: questo è come l’ombra o il riverbero di quello. Ma il divino principio trascendente, appunto perchè soprannaturale, è inaccessibile al lume naturale della ragione, nè è conoscibile dal suo effetto se non come “per vestigia”, nel modo stesso che chi vede la statua non vede lo scultore. Non lo si apprende dunque se non per fede. Dalla filosofia esso è riconosciuto, ma solo come un limite invalicabile, seppur necessario: necessario, in quanto espressione dell’insufficienza e incompiutezza della concezione del divino immanente alla natura, alla quale tuttavia la ragione speculativa deve restringersi. Rispetto alla filosofia, la fede non ha altra finizione che questa, puramente negativa.

Ma possiede essa anche – indipendentemente dalla ragione – un contenuto positivo determinabile? È insomma essa, una fonte di conoscenza rivelata distinta dalla ragione? Bruno lo nega. Egli attribuisce alle religioni positive una funzione storica: e vuole che la filosofia, lungi dal combatterle, le favorisca: ma solo in quanto la massa ignorante trova in esse da un lato l’unica espressione del divino accessibile alla rozza mentalità sua, e dall’altro lato l’unica forma di legge pratica, efficace per la sua coscienza, valida a ritrarla dal male e volgerla a quel bene, che si attua nella convivenza sociale. Ma al filosofo il Dio inconoscibile non si rivela altrimenti che per quelle vestigia di esso che la ragione scopre nella natura. In ciò è la radice del conflitto di Bruno con la Chiesa, e della sua fine tragica. Non per questo è priva di valore storico l’affermazione bruniana del trascendente come necessario limite della ragion filosofica spaziante nell’ambito della natura; essa è l’espressione – analoga a quella che abbiamo già notata in Telesio – dei nuovi problemi che il naturalismo proprio del Rinascimento imponeva al pensiero moderno.

L’intelligibilità della natura per la ragione consiste nella riducibilità di essa all’unità di una sostanza, in cui tutte le differenze e opposizioni si neutralizzino. Naturalismo monistico è la filosofia di Bruno. Egli distingue nel mondo un principio attivo (Anima del mondo) e uno passivo (Materia): ma questi due fattori per lui sono due aspetti o facce d’una medesima sostanza, che solo astrattamente possono dal nostro intelletto essere distinti. Ovvero sono due potenze, attiva l’una, passiva l’altra, indisgiungibili nella loro azione, e riconducibili a un principio unico superiore a tutte le differenze, sebbene radice di esse, principio che è coincidenza degli opposti – come voleva il Cusano e prima di lui Eraclito, – e quindi non può esser determinato secondo nessuno dei due termini dell’opposizione, comprendendoli in sè entrambi. L’anima del mondo nella sua attività organizzatrice e formatrice delle cose si rivela fornita d’Intelletto. Ma la causalità efficiente e motrice propria dell’Intelletto non si dispiega nella materia dal di fuori, come il Motore di Aristotele. L’intelletto universale è “artefice interno” “che da l’intrinseco della germinal materia risalda l’ossa, stende le cartilagini, incava le arterie, inspira i pori, intesse le fibre, ramifica i nervi e con si mirabile magistero dispone il tutto”. E la materia è, sì, per sè stessa informe, priva cioè di una forma particolare qualsiasi, ma non perchè pura potenza senza attualità, si invece perchè possiede in sè tutte le forme: l’Intelletto non è che “suscitatore e riscuotitore di esse dalla potenza della materia”, e questa “le manda e caccia fuori come dal seno”.

Dio è questo principio dell’universo, essere immutabile e infinito, attività eternamente causatrice di un effetto infinito che si risolve in un perpetuo divenire di molteplici cose finite. Non soggetto esso stesso a uno sviluppo nel tempo, è tuttavia un’attività eternamente produttrice di un’infinità di esseri, e si dispiega nelle cose naturali nella guisa stessa in cui il nostro intelletto produce concetti e immagini, pur rimanendo identico e non mutando sostanza col mutare dei suoi pensamenti. I pensieri di Dio, eternamente pensati dal suo Intelletto, sono le cose del mondo, che si squadernano innanzi al nostro pensiero come succedentisi nel tempo e distinguentisi nello spazio, ombre e vestigia di quella realtà che hanno eternamente nell’unità dell’Intelletto divino (2) .

Il complesso di questi effetti e; forme finite che si succedono nel perpetuo divenire è ciò che costituisce il nostro mondo, la “natura naturata”: necessariamente infinita anch’essa come è infinito il principio che lo produce. Con che Bruno allarga la visione copernicana del mondo fino ad ammettere un universo che appunto perché illimitato non ha alcun centro assoluto nè alcuna circonferenza, potendo ogni punto essere indifferentemente centro e circonferenza; e non vi è più gerarchia di sfere e di corpi celesti. Nè la sostanza dei cieli e dei corpi che li popolano è diversa da quella di questa nostra terra, come voleva Aristotele. Uno è l’universo in tutte le sue parti infinite. E una medesima anima lo pervade tutto: tutte le cose, dagli astri alla terra, dagli esseri animati a quelli che sembrano privi di ogni vita e anzi alle più piccole particelle di cui essi sono costituiti, tutte hanno senso e conoscenza, e tutte quindi sono mosse da un interno impulso, che è amore per ciò che appetiscono e odio per ciò che ad esse nuoce. L’intreccio di quest’impulsi costituisce una vasta e perfetta armonia dell’universo. Chi riesce a levarsi al di sopra dei particolari e a scorgere l’insieme, ha dell’universo visione profondamente ottimistica (3).

(1) GIORDANO BRUNO nacque a Nola nel 1548; entrato nell’ Ordine domenicano nel Convento di Napoli, vi rimase fino al 1576. Già allora sospettato d’eresia, andò peregrinando di città in città per tutta Europa. Fu prima a Ginevra, poi in Francia, dove pubblicò nel 1582 la sua opera De umbris idearum (la prima di quelle che a noi sono giunte) e altri suoi scritti. Tra il 1583 e il 1585 è in Inghilterra dove scrisse e pubblicò le sue opere più importanti, tra cui i dialoghi italiani De la Causa, principio et Uno…, De l’Infinito Universo e Mondi.., La cena delle ceneri, di contenuto prevalentemente metafisico, e lo Spaccio della Bestia trionfante e gli Eroici furori, di contenuto prevalentemente morale. Ritorna poi a Parigi, e dopo un anno passa in Germania, e, tra il 1590 e il 1591, a Francoforte pubblicò i suoi poemetti filosofici latini De Minimo, De Monade, e De Immenso et Innumerabilibuls. Nel 1591 accoglie l’invito di un nobile veneziano, Giovanni Mocenigo – desideroso di apprendere da lui l’arte della memoria – a recarsi in Venezia ; ma quivi è denunziato nel 1592 dal suo discepolo al Tribunale dell’ Inquisizione come eretico, imprigionato e processato. Nel processo di Venezia egli riconobbe di essere in corso in eresie e si dichiarò disposto a farne ammenda. Consegnato poi dalla Repubblica di Venezia all’ Inquisizione di Roma, è su sottoposto a un nuovo processo – nel quale egli si rifiutò di fare qualsiasi ritrattazione -, e che si concluse con la condanna a morte, eseguita il 17 febbraio 1600, giorno in cui fu arso sul rogo.

(2) Questa unità è designata da Bruno come “minimo” nell’ ultima fase del suo pensiero – nella quale egli aderisce alla teoria atomistica, adattandola ai principi fondamentali del suo monismo. Nel modo stesso che l’unità è la generatrice di tutti i numeri ed è in tutti i numeri, quale loro essenza costitutiva semplicissima, così Dio, che è la semplicità stessa, e sostanza costitutiva di tutte le cose, indivisibile (“minimo”) e quindi tutta intera in tutto. E se questa unità, causando il mondo, si determina nella duplicità dei suoi aspetti e principi, anima e materia, senza tuttavia perdere la sua semplicità e infinità, ne deriva che per un lato anche l’anima dell’ universo, come principio organizzativo della natura, è un “minimo”, ossia un principio unico e indivisibile presente tutto in tutto; e anche la materia, in quanto è pur essa la genitrice divina di tutte le forme, una in sè stessa, espressione corporea della semplicità assoluta dell’Uno, anche la materia è un “minimo”, ossia diciamo pure è “atomo”, o punto costituente la sostanza di tutti i corpi.

Nella natura nei troviamo esseri finiti, ognuno dei quali è un’ individualità determinata, una “monade”. In essa distinguiamo un’anima, che è come il centro d’irradiazione dell’energia costituente la vita di quell’ individuo, e un corpo costituito da materia che per sè stessa sarebbe una molteplicità di particelle semplici e indivisibili, ossia di atomi analoghi a quelli democritei. Ma non dimentichiamo per un lato che l’anima è unica e indivisibile, è l’anima cosmica, di cui le anime singole non sono che individuazioni passeggere e accidentali, in ognuna delle quali essa è tutta intera, essendo essa unica per il tutto e per le parti; e dall’altro lato non si deve dimenticare che la materia non è una realtà per sè stante, è in quanto è animata in tutte le sue particelle anche minime; e dunque gli atomi non sono, come per Democrito, sostanze molteplici e inerti, ma aspetto esteriore o sostrato corporeo di quell’attività interiore che è l’anima, e questa, alla sua volta, è operazione dell’anima cosmica, nella quale, infine, si esprime per una sua faccia l’Uno assoluto, Dio, la Monade delle Monadi. E in altri termini ogni atomo sta ad esprimere – nel suo lato esteriore – come il risultato ultimo di quel contrarsi della sostanza assoluta nei suoi modi finiti; non sussisterebbe, come reale, indipendentemente da quella sostanza, e anzi, esso che è il minimo, equivale metafisicamente al Massimo, essendo in esso contratto l’Infinito.

(3) In connessione diretta con la dottrina metafisica del Bruno sono i suoi accenni a una teoria gnoseologica. E cioè, talvolta l’istanza monistica della sua concezione dell’Universo lo porta a vedere nelle diverse forme di conoscenza, dal senso alle forme più elevate, tanti gradi di una medesima attività dei quali gli inferiori includono in sè potenzialmente i superiori; ma non intende con questo disconoscere la profonda differenza di valore che egli sempre afferma esistente tra il conoscere sensibile e quello intellettuale. La conoscenza vera ha principio – almeno in parte, anzi “in piccola parte” – dai sensi, ma “non è nelli sensi”. Bruno distingue come quattro gradi del processo di conoscenza: il senso, la ragione, l’intelletto e la mente. Nell’oggetto sensibile la verità è come in uno specchio, mera parvenza o riflesso; nella ragione essa è, in quanto è attingine per via di deduzione o induzione, ossia per processo discorsive; nell’ intelletto la verità, è “intuita”, in quanto esso abbraccia con un unico atto e accoglie in sè stesso i termini trai quali la ragione andava “discorrendo” in atti successivi; e infine la verità è nella “mente” nella sua unità e semplicità assoluta che accoglie come in un punto solo ciò che si squaderna nello spazio e nel tempo.

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