FOLK REVIVAL

FOLK REVIVAL

Gli storici della musica americana l’hanno da tempo archiviato con il nome di “folk revival”; fu l’esplosione e la diffusione rapida, a vasto raggio, della musica tradizionale che investì il mondo musicale al principio degli anni ’60. Joan Baez fu solo la punta di un iceberg di ben più vaste dimensioni: se a livello di commercio discografico di quel periodo si ebbero tracce modeste, assai più importanti furono le conseguenze sul tessuto sociale, sulla cultura giovanile emergente, sul modo stesso di intendere e di fruire la musica.
Di folk music, al di fuori dei circoli specializzati, si era parlato molto poco, negli Stati Uniti, nel corso degli anni ’50. Ballate politiche, canti di lavoro (work-songs), canzoni del repertorio popolare nei suoi vari generi erano rimaste appannaggio di misconosciuti artisti che il difficile clima politico di quel decennio aveva ulteriormente ostacolato. Il grande Woody Guthrie, leggenda vivente di quella musica, dominava ancora la scena dal suo ritiro del New Jersey; dei suoi eredi, il solo Pete Seeger aveva conseguito una qualche notorietà, da solo o con il “supergruppo folk” dei Weavers. A cavallo tra il vecchio decennio e il nuovo la situazione cambiò radicalmente e il folk cominciò a penetrare in nuovi ambienti. Robert Shelton, nel suo bel saggio “Something Happened In America” (uno dei quattro che formano “The Electric Muse”, “storia del folk e della sua confluenza nel rock”, pone in risalto due elementi chiave per spiegare la scoperta della folk music da parte delle nuove generazioni: la nascita e il successo dei festival folk e la moda delle coffeehouses, piccoli locali dove potevano esibirsi i nuovi talenti.

Per festival folk s’intende soprattutto Newport, la grande rassegna che nel 1959 George Wein e Albert Grossman allestirono sul modello di un fortunato Jazz Festival. Riproposto l’anno seguente, con crescente successo, sospeso nel 1961 e organizzato poi regolarmente dal 1962 in avanti, quell’annuale incontro sui prati del Rhode Island servì da prestigiosa verifica delle tendenze, delle ambizioni, dei problemi della scena folk e non solo di quella: nei suoi anni più fulgidi (il 1963, per esempio, anno della ufficiale consacrazione dylaniana), “folk festival” divenne termine multicomprensivo, e a Newport si ascoltarono bluesmen, esponenti del country e del bluegrass, “archeologi” della old-time music. Testimonianza di quegli sforzi, perfetti ritratti antologici del folk revival nei momenti di massimo splendore sono i vari volumi discografici editi negli anni dalla Vanguard, una delle etichette-guida del nuovo mondo popolare.
Quanto alle coffeehouses, la sola New York ne offriva una vasta scelta, in particolare nella zona del Greenwich Village; dal Gaslight al Café Wha?, che poi si sarebbe convertito al rock, dal Bitter End a quel Gerde’s Folk City, in Mac Dougal Street, dove Dylan praticamente “nacque” sotto lo sguardo di Mike Porco, proprietario e patron di tutti i “giovani leoni” del circondario.
Fu proprio Porco, imitato poi da molti altri cafés, a escogitare tutti i lunedì un “hootenanny show”, sorta di “serata del dilettante” dove tutti avevano la possibilità di salire alla ribalta e di cantare tre canzoni, per un quarto d’ora di gloria o, più semplicemente, di sfogo. La “febbre” del Greenwich dilagò presto in tutta l’America e soprattutto nella zona tra Los Angeles e San Francisco attecchì con buoni risultati; un locale come il Troubadour di Berkeley assolse nella scena californiana la stessa funzione del Gaslight o del Folk City a New York. Oltre ai locali, il “sistema folk” si diramò grazie a una serie di punti di riferimento tra i più svariati: giornali, (“Sing Out!” e specialmente “Broadside”, sulle cui colonne Sis e Gordon Cunningham fecero lievitare il fenomeno della “canzone di protesta”), case discografiche (la Folkways, decana delle etichette del settore, la già citata Vanguard, la Elektra di Jack Holzman, prima che finisse nella pancia della balena Warner), negozi come il Fretted Instrument Shop di Izzy Young, asilo per i molti menestrelli nuovayorkesi e per i vari folksingers di passaggio.

Tantissimi i nomi di, quel periodo, in parte rientrati nell’anonimato, in parte assurti a grande notorietà, alla stardom addirittura, come nel caso della Baez e di Dylan. Oltre a Phil Ochs, che merita un discorso a parte, si possono citare Arlo Guthrie, figlio di Woody; Tom Paxton, che un giorno avrebbe addirittura conosciuto i trionfi di Wight; Peter La Farge, tragicamente scomparso negli anni ’60 dopo aver diffuso una suggestiva serie di ballate dedicate per lo più agli Indiani d’America; Ramblin’ Jack Elliott, di cui il grande Woody ebbe a dire una volta: “Suona e canta alla Guthrie più di quanto riesca a fare io stesso”; Dave Van Honk, divulgatore presso il pubblico bianco del repertorio blues; Carolyn Hester; Len Chandler; Richard Fariña, morto nel 1965 quando il suo nome cominciava a essere conosciuto e apprezzato da un più vasto pubblico e infine Peter Yarrow, Paul Stookey e Mary Travers, meglio noti come Peter, Paul e Mary. Proprio con Peter, Paul e Mary la scena folk subisce le lusinghe del grosso pubblico e si trasforma in qualcos’altro: Leaving In A Jet Plane, il brano di John Denver che impone il gruppo, lascia intendere che i tempi sono una volta ancora cambiati e dalle ceneri del “purismo” degli anni precedenti è nato un nuovo, suggestivo “ibrido”. Qualcuno lo chiamerà folk rock.


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